Arianna nello spazio. Il mistero delle cravatte scomparse (2017 Youcanprint) è il mio primo romanzo, ma è anche, in un certo senso, uno dei figli di questo sito curato da Franco Giambalvo. Infatti, ho cominciato a scrivere di fantascienza proprio frequentando “Nuove Vie”. Una collaborazione che ha visto la nascita di due raccolte di racconti (Timelost. Storie di alieni tra di noi nel 2015 e di Leandro chiama spazio. Avventure di un portinaio alieno nel 2016) e che poi mi ha portata a dar vita a questa nuova storia. Quindi ecco una giovane giornalista televisiva, un cameraman extraterrestre e la sua misteriosa fidanzata, una nonna eccezionale e un investigatore sulle tracce di uno scienziato scomparso.

Anna Laura Folena

Arianna nello spazio. Il mistero delle cravatte scomparse è in vendita in diversi negozi on line, come YoucanprintUnilibroIbsLibreria UniversitariaAmazon. Inoltre si può ordinare in migliaia di librerie italiane. Ecco il link con l’elenco completo: http://www.youcanprint.it/librerie-in-italia-self-publishing.html.

Abbiamo pubblicato l’intero libro in tre puntate e in questa pagina potrete trovare l’indice a tutte le puntate di Arianna.

Prologo

La nonna di Arianna era eccezionale. Pare fosse stata amazzone a sette anni, pattinatrice artistica a 12, crocerossina a 18, insegnante di lettere antiche a 23, pittrice a 40 e paracadutista a 61. Sembrava una creatura impossibile, frutto della fantasia di uno scrittore di fantascienza, una creatura dell’altro mondo.

Quel giorno Arianna l’accompagnò dal dentista. La giovane giornalista televisiva era profondamente affezionata all’ava e la portò dal migliore. Desiderava che il sorriso dell’anziana tornasse smagliante come un tempo, quando calcava le scene della Fenice come attrice di prosa e come quando riceveva la medaglia d’oro ai campionati europei di scacchi.

Sei amici confusi

La nonna aveva mangiato la foglia, Clara non poteva più tacere, qualcosa doveva dire. Decise allora di rivelare una mezza verità:

“Ho incontrato il professor Marzi. Mi ha fermata per strada su Ilarius e mi ha regalato la sua cravatta, solo perché indossavo queste calzature. È fissato con le scarpe rosse con il tacco alto, ne è ossessionato, ma non so altro, non so perché”.

“Perché hai negato di averlo visto?”, le chiese Antenore arrabbiato.

“Modera il tono!”, intervenne Barry dandogli un leggero scappellotto con la proboscide.

“Non potevo dirvi di aver incontrato il professore. Gliel’avevo promesso, e io mantengo sempre le promesse”, si difese Clara.

“Ma il tatuaggio sull’ippocastano di Alberonia?”, domandò Arianna.

“Ve l’ho detto – insistette l’amica dai tacchi alti -: Alfonso è maniaco delle scarpe rosse!”.

“E allora Maj Alitur? – rilanciò Antenore – Secondo lui la scarpa rossa dovrebbe indirizzarci verso la meta del professore, e qualcuno di noi è in grado di decifrarne il significato”.

Clara scosse la testa: “Non so proprio che dirvi. Per me ha tatuato la scarpa sull’ippocastano solo perché è un po’ maniaco!”.

Nonna Elisa la guardava perplessa, mentre gli altri sembrarono crederle. Solo Barry appariva distratto, con la mente su un altro pianeta.

Il direttore dello Stars intervenne con aria solenne:

“Amici miei, ci resta solo una cosa da fare: torneremo sulla Luna delle Isole e costringeremo Maj Alitur a confessarci tutto. Se davvero sa dove fosse diretto Marzi, ce lo dovrà dire!”.

“Dovremmo arrivare lì con qualcosa da offrirgli in cambio – osservò Elisa – e io penso di sapere cosa”.

“Che cosa?”, chiesero gli altri in coro, stupiti e curiosi.

“Arianna, tesoro mio, cos’hai al collo? – domandò a sua volta la nonna, sorridendo – Un cavalluccio marino alato. E l’hai ricevuto in dono proprio sulla Luna delle Isole. Significa che nel loro immaginario i cavalli alati sono creature fantastiche e affascinanti. Secondo me rimarrebbero entusiasti di ricevere in dono qualche cavallo di Alilà”.

“Eppure non hanno nemmeno la proboscide!”, scherzò Barry, agitando il proprio naso.

Tutti scoppiarono a ridere.

Poi, Arianna, divenendo seria, si rivolse alla nonna: “Parli di quei cavalli come se li avessi visti”.

“Oh, mi sono incuriosita, perché mi hai detto che assomigliano tanto a quello che dipinsi io una vita fa. E così mi sono documentata. I cavalli di Alilà hanno il potere di portare gioia ovunque volino. E sanno nuotare anche a grandi profondità, trattenendo il respiro per ore. Sarà un regalo perfetto per negoziare. Otterremo l’informazione che stiamo cercando!”.

Luigi si alzò in piedi di scatto:

“Cosa stiamo aspettando, allora? Facciamo rotta verso Alilà! Andiamo a comprare una decina di queste creature”.

Abbandonando la sala riunioni, Arianna si accorse che la nonna aveva le lacrime agli occhi. Forse le per le troppe emozioni, come pensò la nipotina e le cinse le spalle con un braccio, baciandola sulla guancia.

Poco dopo, nel loro alloggio, Clara e Barry discutevano animatamente:

“Non hai detto tutta la verità!”, le rinfacciò Barry.

“La conosci anche tu la verità! – si scaldò lei – Eppure non hai detto niente”.

“Per non tradirti! Ho promesso di mantenere il segreto!”.

“Ecco. Lo vedi allora che mi capisci? Anch’io non ho detto niente per non tradire il professor Marzi”.

“Ma è diverso. Io sono il tuo amore! Marzi non è niente! Oppure sì? Lo è! Marzi è qualcosa per te! Lo ami! Non sopporto questa cosa!”.

Barry sollevò la proboscide ed emise un barrito potente. Visto che era un po’ raffreddato e si era spruzzato nel naso la polvere all’eucalipto fucsia di Sauron 13, si sollevò verso l’alto un denso fumo rosa. Scattò l’allarme antincendio. Dieci secondi dopo, cinque vigili del fuoco di Polpus Viscidus fecero irruzione in camera da letto, ciascuno armato di 11 estintori, uno per tentacolo.

“Dov’è l’ncendio?”, chiese trafelato il caposquadra.

Clara rise: “L’incendio è solo nel cuore di questo stupidone geloso!”.

Si sentì: “Tic!”. Erano i tacci rossi di Clara che si incontravano dietro ai fianchi del robusto Barry. Con un salto era balzata tra le braccia del cameraman, cingendolo con tutti e quattro gli arti a sua disposizione.

Imbarazzati, i pompieri li lasciarono soli.

Intanto Arianna e Antenore passeggiavano nella serra dei gigli.

Lui si era accorto che qualcosa turbava la sua ragazza e voleva scoprire di cosa si trattasse. Per questo l’aveva portata a camminare lì, lontani da occhi e orecchie indiscreti.

“Anche voi qui?”, si udì all’improvviso.

Era Luigi, proprio davanti a loro.

“Che guastafeste”, pensò Antenore.

“Sì, mi piaccino tanto i fiori”, arrossì Arianna. La imbarazzava essere sola con tutti e due i suoi amori, insieme. Sì, perché nelle ultime ore non capiva più niente. Temeva di essere innamorata di entrambi. Per vincere quella situazione di disagio inventò su due piedi un alibi:

“Ma continuate pure la passeggiata fra uomini, mentre io torno in camera mia. Mi è venuto in mente che potremmo mandare un messaggio ad Ampelio, il nostro amico di Alilà. Lo rivedrei volentieri, e lui è un esperto di cavalli alati, potrebbe aiutarci a scegliere quelli da portare in missione diplomatica sulla Luna delle Isole. Vado, lo contatto subito”.

Presi in contropiede, i due giovanotti rimasero fermi come stoccafissi dell’asteroide Mantecàt.

Pochi minuti dopo, su Alilà un Ampelio raggiante rispondeva ad Arianna: “Sarà una gioia rivedervi”.

Ma un altro messaggio comparve nella posta elettronica della giornalista. Era Luigi, che le scriveva:

“Non poi continuare ad evitarmi. Dobbiamo parlare! Ti aspetto tra cinque minuti sul ponte ologrammi, nella sala artistica”.

Lei avrebbe voluto rispondere che non poteva, ma era inutile rimandare un confronto che prima o poi era inevitabile. Doveva vederlo e dirgli che non voleva tradire Antenore.

Il dentista aveva impostato la sala artistica sull’ologramma tridimensionale della Primavera di Botticelli. Quando Arianna varcò la soglia, entrò nel quadro e vide Luigi circondato di fiori e il vento tra i capelli e si sentì… si sentì… Scoppiò a ridere:

“Luigi, hai una margherita che sembra ti esca dal naso!”.

Il direttore dello Stars sorrise e approfittò del fatto che la ragazza aveva gli occhi, strizzati per le risate per avvicinarsi a lei, abbracciarla e ordinarle: “Dimmi che ami lui e non me. Dimmelo guardandomi negli occhi”.

Arianna, colta alla sprovvista, tentò di aprir bocca per protestare, ma lui la baciò.

L’ologramma di un uccellino finì con il becco nell’orecchio di Luigi. Gli ologrammi pittorici – si sa – non risultano mai programmati alla perfezione, come se il guizzo artistico dell’autore conservasse sempre un margine di libera iniziativa, spesso dispettosa, quasi a punire chi osi tentare di profanare l’opera, entrandoci fisicamente.

“Ahi!”, esclamò Luigi, e Arianna colse l’occasione per divincolarsi e scappare via.

Il giorno seguente, quelli che sbarcarono su Alilà erano sei amici piuttosto turbati: Arianna per ovvi motivi, Luigi per amor suo, Antenore perché la sua ragazza era strana, Clara perché nascondeva qualcosa di importante, Barry perché era costretto a non rivelarla, e la nonna… la nonna non si sa perché.

Isabella

Nonna Elisa si guardava attorno con una strana espressione, emozionata e commossa. Arianna pensò che dipendesse dall’entusiasmo nel trovarsi in un pianeta tanto bello. La prese sotto braccio e le spiegò:

«Ora conoscerai un nostro amico del luogo, nonna. Sono sicura che ti sarà simpatico. Ci aspetta nell’allevamento di cavalli alati più bello del pianeta e ci aiuterà a scegliere le dieci creature da portare sulla Luna delle Isole».

«Eccolo!», disse Barry indicando un uomo anziano di spalle.

Quello si voltò, ed Elisa rimase senza fiato. Dopo un attimo, gridò:

«Ampelio! Ampelio, sei proprio tu?».

La nonna corse incontro all’attonito vecchio, che non capiva chi fosse quella bellissima coetanea che gli gettava le braccia al collo.

Quando lei protese il volto verso di lui per baciargli una guancia, lui riconobbe il suo profumo, allora osservò meglio il suo viso, gli occhi, il sorriso.

«Isabella! La mia Isabella!».

Indubbiamente sulla Terra è raro, insolito, strano vedere due anziani che si baciano sulla bocca, soprattutto in pubblico. Ma su Alilà è normale. E Ampelio non esitò.

Gli altri sembravano inebetiti.

Pianeta Terra – Birkenau, novembre 1941

Il dottor David Sabato era appena stato telecronotrasportato fuori dal campo di sterminio e fuori dall’epoca buia della guerra. Si trovava al sicuro in qualche posto del futuro.

«Dove siamo, che anno è?», domandò alla bella ragazza che era giunta in suo soccorso.

«Il dispositivo di telecronotrasporto è difettoso. Doveva riportarci in Italia, nel 2015, invece siamo nel 1959 in un bosco non identificato”, rispose Isabella.

“Fa’ vedere, forse posso aggiustarlo».

Lo scienziato era un vero genio. Pur essendo un uomo del ventesimo secolo, capì immediatamente come funzionava il sofisticato congegno alieno. Lavorò un paio d’ore, poi spiegò alla ragazza che ora funzionava, ma poteva telecronotrasportare una sola persona alla volta.

Il dottor Sabato insisteva che fosse Isabella a tornare nel 2015. In fondo, era nato nel 1910, gli anni Sessanta erano già abbastanza futuri, progrediti e interessanti per lui. Li avrebbe vissuti con grande curiosità.

Ma Isabella aveva ricevuto un incarico importantissimo e doveva portarlo a termine. David serviva nel 2015.

La ragazza aveva ancora in tasca il minuscolo telecomando del congegno che il professore teneva in mano, mentre argomentava per convincerla a partire. Lo azionò, e l’uomo scomparve nel futuro.


Il secondo nome di nonna Elisa era Bella. Da giovane le piaceva farsi chiamare Isabella. Era nata sul pianeta Alilà, dal quale l’avevano inviata sulla Terra in missione speciale, sotto la direzione di Ampelio. Dopo l’episodio increscioso col goffo amministratore delegato Antenore, che aveva esibito la parte più buffa di sé, Ampelio l’aveva accompagnata in vacanza ad Alilà, dove Isabella s’era rilassata dipingendo quadri. Uno di questi ritraeva il cavallo alato dell’amico. Quando la ragazza volò nel 1941 a salvare David Sabato e, sulla via del ritorno, rimase intrappolata nel 1959, non si perse d’animo. Amò e sposò un insegnante di scacchi laureato in fisica nucleare e in filosofia teoretica che sarebbe ben presto diventato un celebre contrabbasista, ebbe tre figli e numerosi nipoti. La sua preferita era Arianna.

«No, no, no… Nonna Elisa è Isabella, no, no!», continuava a borbottare Antenore.

«Eh già! Con quel che le hai mostrato di te!», rise Barry colpendolo allegramente con una proboscidata su una spalla.

Su Alilà i fidanzamenti lunghi erano fori moda. Così, Elisa Bella e Ampelio si sposarono quella sera stessa, al tramonto su una grande barca di legno che navigava sul lago verde della capitale. L’imbarcazione aveva alberi senza vele, perché a sospingerla sulla superficie dello specchio d’acqua erano i cavalli azzurri, muovendo all’unisono le loro ampie ali.

«Io sono un romanticone – commentò Barry – ma questo è un po’ troppo perfino per me! E che ne dici tu, Antenore? Sì, tu che sei stato così… in confidenza, così intimo con la sposa».

«Scemo», rispose sconsolato l’investigatore.

«State zitti. Sono qui che piango di commozione come al battesimo della mia ventitreesima cuginetta», li rimproverò Clara.

«Sono così felice per la nonna!», intervenne Arianna, raggiante.

«Sei stupenda, così illuminata dalla gioia», non si trattenne Luigi, e Antenore lo fulminò con lo sguardo.

Durante la cena di nozze, i due sposini spiegarono agli altri che i cavalli alati non si potevano né comprare né regalare. Erano creature libere. Quindi bisognava invitarli, chiedere loro se avessero voglia di esplorare un nuovo pianeta, ove portare la loro gioia. Insomma, bisognava reclutare dei volontari consenzienti.

«Loro non parlano, ma capiscono tutto – assicurò Ampelio -, racconteremo loro tutta la storia. Collaboreranno».

Il Professore

Maj Alitur con decine di deltoidi e il Rena Mur con una folta rappresentanza di Coralliride attendevano Arianna e gli altri sulla battigia, ai piedi del vulcano.

Per un maggior effetto scenico, vennero teletrasportati dall’astronave per primi i cavalli alati.

Alla loro vista, lo stupore generale si trasformò presto in una gioia incontenibile.

Subito dopo, comparvero Arianna con Antenore e Barry con Clara, che già erano stati sulla Luna delle Isole, cascando nello scherzo dei deltoidi e dei submarini. E poi i novelli sposi con il direttore dello Stars.

Seguì una grande festa in profondità, a Coralliride, e poi sulla spiaggia.

Prima del tramonto, Luigi Giacomo aveva spiegato a Maj Alitur e a Rena Mur che i cavalli alati sarebbero rimasti con loro, ad allietarli nel cielo e nel mare, ma che ci si aspettava una manifestazione di riconoscenza da parte loro.

«Se davvero qualcuno di voi sa dove si trovi il professor Alfonso Marzi, ce lo dica, per favore!», intervenne Elisa Bella.

Maj Alitur e il Rena Mur scoppiarono a ridere scambiandosi sguardi d’intesa indecifrabili.

Poi il deltoide si pronunciò:

«Non vi diremo dove si trova Alfonso!».

«Come no? Perché?», protestò Antenore.

«Perché faremo molto di più. Ve lo faremo incontrare. Sta arrivando qui, su nostro invito. Abbiamo scoperto qualcosa che darà una svolta decisiva alla ricerca che sta conducendo, quella che aveva cominciato sulla Terra e per la quale vi agitate tanto senza nemmeno sapere di cosa si tratti», Maj Alitur rise di nuovo.

In quel momento una piccola navicella spaziale ammarò a un centinaio di metri dalla riva.

«Eccolo!», annunciò il Rena Mur e mandò una specie di enorme aquila di mare a prendere il nuovo arrivato.

In groppa al pesce, il professore Alfonso Marzi raggiunse l’allegro comitato di benvenuto.

L’investigatore e i suoi compagni d’avventura non potevano crederci! Finalmente l’avevano trovato. O lui aveva trovato loro. O si erano trovati. Insomma, in un modo nell’altro erano vicini alla soluzione del caso.

Maj Alitur  stava per abbracciare l’amico Alfonso, quando si sentì Elisa Bella:

«David! David Sabato! Ma allora ce l’hai fatta ad arrivare nel futuro!».

Il professor Alfonso Marzi, alla nascita David Sabato, riconobbe la voce di Isabella, si voltò verso la nonna, e rimase sgomento:

«O no! Sei vecchia!».

«Ma come ti permetti, screanzato!», sorrise lei divertita.

David-Alfonso l’abbracciò: «Perdonami, Isabella, perdonami! Volevo tornare a prenderti e non ci sono riuscito. Quel congegno di telecronotrasporto mi catapultò nel 2009, anziché nel 2015 e si disintegrò definitivamente. Ma mi misi subito al lavoro: con una nuova identità venni ingaggiato dal un’organizzazione interplanetare per un’importante e segretissima ricerca».

«Si può finalmente sapere di che ricerca si tratta?», domandò Luigi.

«Già, e perché è scomparso così all’improvviso?», aggiunse Antenore.

«E perché con tutte le cravatte!», chiese Barry.

«E cos’è questa fissazione per le scarpe rosse a tacco alto?», intervenne Arianna.

«Ho intenzione di rispondere solo alla prima domanda – rispose Alfonso -, il resto sono affari miei. La mia ricerca riguarda un modo sicuro per viaggiare avanti e indietro nel tempo. Il motivo per cui mi ci sono buttato anima e corpo è riportare qui Isabella!».

«Ma io sono già qui», fece notare Elisa.

«Sì, ma vecchia!».

«Di nuovo con questa cosa della vecchia! Ma allora insisti!», cominciò a seccarsi la nonna.

«Senza offesa – si scusò il professor Marzi -, intendevo dire che mi sento in colpa. Tu sei rimasta intrappolata nel passato per salvare me… Io voglio salvare te. I Deltoidi mi hanno rivelato che dentro il vulcano alle nostre spalle si aprono diversi corridoi temporali, attraverso i quali si può passeggiare nel tempo comodamente, in tutta sicurezza. Per questo son qui oggi. Adesso vado nel 1959 e ti riporto qui giovane com’eri, Isabella,  in modo che tu possa vivere la tua vita nel presente».

«Bravo, così poi io non nasco!», si spaventò Arianna.

«No!», urlarono insieme Antenore e Luigi, inorriditi all’idea della non esistenza della loro amata.

«Non farlo, sciocco maniaco di tacchi rossi  che non sei altro! – lo apostrofò la nonna – Io sono felice così, ho avuto una vita piena, un bravo primo marito, dei figli, dei nipoti, e poi, proprio perché non sono più una ragazzina, ora posso amare Ampelio».

Lo sposo sorrise e la strinse a sé.

Sei mesi dopo

Arianna, Barry e Clara entrarono nella Taverna del Rospo Turbinante, sul pianeta Randorz.

La giornalista era agitata: avevano appuntamento lì con Antenore ed era la prima volta che i due ex fidanzati si sarebbero incontrati dopo che sei mesi prima si erano lasciati.

Dopo che il caso del professore scomparso era stato risolto e che Alfonso Marzi era tornato chissà dove, Arianna aveva ricevuto due proposte: Antenore le aveva chiesto di seguirlo nella galassia artigliata di Falcod per risolvere un altro mistero, e Luigi di tornare sulla Terra con lui e sposarlo. Combattuta tra sentimenti contrastanti, Arianna si era ricordata di avere un documentario da terminare e aveva preso tempo con entrambi i pretendenti, mettendoli in aspettativa. Quindi aveva proseguito il suo viaggio nell’universo, con il cameraman e sua moglie Clara, che ora aspettava un bambino.

Ad Arianna cascò l’occhio sui piedi dell’amica:

«Caspita, tesoro, ma non dovresti indossare scarpe con il tacco un po’ più basso almeno in gravidanza?».

La ragazza non fece in tempo a rispondere, perché Antenore entrò nella taverna con aria accigliata. Si diresse verso Barry e Clara e li abbracciò. Poi si sedette al tavolo senza sfiorare Arianna e senza degnarla di uno sguardo e cominciò a parlare:

«Amici miei, avete una vaga idea del perché il direttore dello Stars ci abbia convocati qui? E, a proposito, lui dov’è?».

In quel momento il tablet intergalattico di Arianna emise un segnale acustico simile al verso di un ornitorinco.

«Oh, pare sia lui in videochiamata!», notò la giornalista, avvicinandosi agli altri tre e aprendo la chiamata in modo che il direttore li vedesse inquadrati tutti insieme.

Sullo schermo apparve Elisa Bella.

«Nonna, ciao! – s’illuminò la nipote – ma che ci fai nell’ufficio del Direttore dello Stars?».

«Ora il direttore sono io – annunciò l’ava – e mio marito è il mio assistente, consigliere e ambasciatore di fiducia».

Vicino a lei fece capolino un raggiante Ampelio: «Ciao, ragazzi!».

«Vi ho convocati a Randorz perché dovete aiutarmi a ritrovare Luigi Giacomo – spiegò la nonna -. È misteriosamente scomparso all’improvviso, la settimana scorsa, senza lasciare traccia».

«Non abbiamo proprio nessun indizio?», si preoccupò Antenore.

«Nessuno – dichiarò sconsolata Elisa Bella -. O forse…».

«Forse?», chiesero in coro i quattro nella Taverna Del Rospo Turbinante.

«Beh, è una cosa strana – intervenne Ampelio –. Anche lui se n’è andato portandosi via una valigia piena di cravatte. E sulla sua scrivania ha inciso questo».

Ampelio girò la webcam e inquadrò un disegno inciso e colorato sul ripiano del tavolo: due scarpe rosse a tacco alto.

«Forse vi sta prendendo in giro!», esclamò Arianna.

«Io e Clara pensiamo di sapere dove si trova», commentò Barry scoppiando a ridere.

Clara gli accarezzò la proboscide, poi sollevò una gamba, piazzando la sua scarpa davanti al tablet, in modo che la vedessero anche Elisa e Ampelio sulla Terra. Con voce pacata annunciò:

«Io penso sia giunto il momento di rivelarvi una cosa sulle mie origini, visto che i miei arrivarono su Ilarius da un altro pianeta, sul quale ora si trovano Alfonso e Luigi Giacomo. Cominciamo dal motivo per cui indosso sempre scarpe rosse a tacco alto…».

Fra lo stupore di Arianna, Antenore, Elisa e Ampelio, Clara raccontò a lungo la propria storia, che Barry conosceva fin dalla prima notte che avevano trascorso insieme.

Quando il racconto terminò, la giornalista si accorse che Antenore le aveva preso una mano e gliela stava accarezzando. Si voltò verso di lui e gli disse:

«Hai una bella cravatta!».

Risero tutti insieme.

Un anno prima

Quella sera il prof. Alfonso Marzi indossò la sua cravatta preferita, quella lilla con le ranocchie verdi, e uscì in cerca di svago dopo una settimana di clausura nel suo laboratorio astronomico. Avrebbe fatto una bella passeggiata fino al cinema Star.

Per strada Alfonso era di ottimo umore e si guardava intorno incuriosito da tanta umanità variopinta attorno a lui, dopo giorni e giorni di solitudine.

La vide da lontano avvicinarsi leggera. Era alta e snella, con una vaporosa nuvola di capelli castani che ondeggiavano dietro di lei a ritmo di ancheggiamento. Ma l’attenzione del professore venne attratta soprattutto dalle sue scarpe rosse, lucide, con tacchi vertiginosi, che sembravano il prolungamento naturale delle splendide gambe nude. Le calzature parevano dipinte su di lei, fascianti e appena in rilievo sulla pelle. Anche senza toccarle si capiva che erano morbidissime.

Marzi non era un feticista del piede e della scarpa. Ma rimase colpito da quei passi color rubino. Senza rendersene conto le era corso incontro. La reazione della ragazza fu inaspettata: allungò una mano e accarezzò dolcemente le ranocchie sul petto emozionato di Alfonso: «Che cravatta stupenda!», esclamò con voce flautata.

Il professore era una persona seria, un po’ introversa, sicuramente d’indole riservata e riflessiva. Eppure quella sera non andò al cinema. Passeggiò lungo l’argine e poi nel grande parco della città, in cerca di un punto poco illuminato da cui poter osservare le stelle insieme a Nina, la misteriosa donna dai tacchi rossi.

Tre ore dopo entrarono a casa di lui. Subito lei lo assalì, travolgendolo di baci. Si era slacciata la camicetta e usava la cravatta lilla per accarezzarsi i seni eccitati.

Il professore, che da tempo immemore era digiuno da effusioni femminili, cominciò a spogliarsi. Fece per allentare la cravatta, ma lei lo fermò e riuscì a sbottonare e togliergli la camicia senza eliminare il capo d’abbigliamento a ranocchie verdi che evidentemente l’aveva attratta fin dall’inizio. Il professore trovò simpatica tale stravaganza e strinse a sé il corpo nudo e fremente di Nina.

Ora erano stesi sul tappeto dell’ingresso e lui la baciava tutta a partire dall’orecchio sinistro, scendendo sulla spalla, il braccio flessuoso, la mano aggraziata, la coscia soda, il polpaccio ben tornito, la caviglia sottile… Fu allora che si rese conto che lei indossava ancora le scarpe. Tentò di sfilargliene una, ma non ci riuscì. Nina protestò: «Ahi! Sta’ fermo, mi fai male».

Il professore non capiva, come aveva fatto a farle male, cosa stava succedendo? Toccò meglio la scarpa ed ebbe la sensazione che fosse incorporata alla ragazza. Lei si divincolò, raggiunse la borsetta, pigiò un pulsante sulla chiusura. Una luce purpurea invase la stanza e il corpo della ragazza sembrò velocemente smaterializzarsi. Con un balzo, Alfonso si buttò a pesce e le afferrò un tacco.

Fu una strana sensazione, simile a quella che il professore aveva provato durante il giro della morte, sulle uniche montagne russe che avesse mai avuto il coraggio d’affrontare.

Forse perse i sensi o rimase sospeso nel nulla ad occhi chiusi. Fatto sta che quando li riaprì, si ritrovò completamente nudo in cravatta in un’ampia stanza rotonda. Di fronte a lui Nina, dritta sui suoi tacchi, con le braccia incrociate sotto ai seni che poco prima le ranocchie verdi avevano avuto l’onore di accarezzare. Lei era infuriata: «Ecco! Hai visto cos’hai fatto? Voi umani e la vostra mania di togliere le scarpe alle femmine! Noi del Pianeta delle Taccoidi non indossiamo calzature! Questi rossi sono i miei piedi! Sono fatti così. Noi nasciamo con queste propaggini. E chi ha la fortuna di avere tacchi più pronunciati ha anche più energia vitale, più carica sessuale, più potere sui maschi. Ora tu ti sei aggrappato a un tacco mentre mi teletrasportavo a casa e sei stato catapultato qui insieme a me. Un vero disastro! Per almeno tre mesi non posso sottoporti ad un altro viaggio così pericoloso per la vostra fisiologia terrestre. Sei bloccato qui».

Incredulo ed entusiasta, il frastornato scienziato umano scoprì nelle settimane seguenti che nel Pianeta delle Taccoidi i maschi erano dotati di una protuberanza cartilaginea che partiva da sotto il pomo d’Adamo. Più era lunga e di colori sgargianti, più il maschio risultava attraente per le taccoidi. Ecco spiegato come mai, lui, grazie alla sua cravatta lilla a ranocchie verdi, fosse così corteggiato, tanto da scatenare feroci scenate di gelosia di Nina. A parte questo, studiare usi, costumi e idioma di quel popolo affascinante fu per Alfonso un’esperienza esaltante. Di notte, mentre Nina dormiva, lui si lavava e stirava con cura la cravatta.

Dopo due mesi, rincasando, trovò la sua taccoide in lacrime. Piangendo lei gli confessò di avergli mentito. In realtà il teletrasporto interplanetare non era affatto pericoloso per gli umani. Lui sarebbe potuto rincasare anche immediatamente. Ma lei, volendolo trattenere con sé, gli aveva inventato la balla dei tre mesi di sicurezza. E adesso aveva peggiorato la situazione: ormai era perdutamente innamorata di lui, ma non se la sentiva più di nascondergli la verità.

Alfonso ebbe uno scoppio d’ira! Lui si era fidato e lei l’aveva ingannato! Pretese immediatamente di venire in possesso di uno di quei dispositivi di teletrasporto per rientrare sul proprio pianeta.

Un’ora dopo era su un autobus terrestre, diretto verso il laboratorio. Doveva recuperare il tempo perduto e terminare la sua importante ricerca. Sul mezzo pubblico salì una stupenda ragazza dagli occhi profondi come lo spazio infinito. Lo sguardo di Alfonso incrociò quello di lei, che gli sorrise dolcemente. Al professore sembrò che fosse scattato qualcosa di magico. Si alzò in piedi e, da perfetto cavaliere, cedette il posto alla creatura dai lunghi capelli biondi.

La sconosciuta lo ringraziò, si sedette e subito, con fare furtivo, nascondendo un piede dietro all’altro, sfilò un tallone dalla scarpa da ginnastica. Nell’aria dell’autobus affollato, le narici di Alfonso vennero raggiunte da un aroma che non sentiva da almeno due mesi. Scese alla fermata successiva, corse fino a casa, salì cinque piani di scale, tre gradini per volta, si precipitò in camera da letto, aprì una valigia, la riempì con tutte le sue cravatte, rosse, rosa, viola, celesti, turchesi, verdi, gialle, con i coniglietti, i coala, i fenicotteri, le fette d’anguria, le banane e le gerbere. Poi, tenendo ben stretto il proprio bagaglio, azionò un pulsante, gli parve di essere sulle montagne russe e non fece mai più ritorno sulla Terra dall’amato Takoidès, il Pianeta delle Taccoidi. 

FINE