Questo commento firmato da Isaac Asimov non è mai stato scritto. Il testo fa invece parte di un elaborato scherzo editoriale ideato da molti operatori nel campo della fantascienza italiana, di cui ci ha riferito ampiamente il nostro Giuseppe Festino in altra parte.

Anche se la mia famiglia e moltissimi miei lettori sembrano ritenere il contrario, ritengo ancora di essere giovane e diabolicamente affascinante e i messaggi catastrofici che continua ad inviarmi lo specchio del bagno sono da imputarsi al fatto che oggi non costruiscono più specchi come una volta.

Ma devo ammettere a denti stretti che c’è stato un periodo in cui, ahimé, ero molto più giovane, anche se inesperto e non altrettanto affascinante. In quel periodo (era il 1937, e vi assicuro che non si tratta soltanto di una data di un lontano passato, ma di un anno in cui si viveva, si avevano problemi e si scrivevano libri di fantascienza, proprio come oggi) mio padre gestiva un negozio di alimentari che aveva un bancone-edicola. In questo ritengo di essere stato un privilegiato, perché potevo attingere a riviste come «Astounding Science Fiction» e «Science Wonder Stories», a patto che non vi facessi le orecchie nelle pagine e le rimettessi a posto, cosa che facevo con la massima coscienziosità e velocità. In questo modo divenni in breve tempo un lettore velocissimo con una disperata voglia di scrivere e, in quanto a questo, da quella volta non ho fatto che peggiorare le cose.

Ogni tanto davo una mano a mio padre nella gestione del negozio. Era un fatto scontato la mia incapacità a incolonnare le cifre della contabilità o a pesare il giusto quantitativo di merce, ma mio padre lo notava appena, perché per lui le caratteristiche commerciali del mondo rappresentavano un mistero assoluto. Una volta mi disse, con la lodevole intenzione di incitarmi al risparmio: “Se metterai da parte mezzo dollaro la settimana, a fine d’anno resterai stupito da quanto denaro avrai in tasca… ». Gli risposi che sarei rimasto stupito solo nel caso in cui mi fossi ritrovato con un ammontare diverso da ventisei dollari, ma ogni tentativo di dimostrarglielo con carta e matita non ebbe altro effetto che fargli scuotere tristemente la testa, borbottando sconsolate considerazioni sui figli che non capiscono l’importanza del risparmio.

Ma ogni tanto aveva intuizioni folgoranti che mi ammanniva con lo stesso tono con cui mi pregava di spostare una cassa di minestre in scatola, e cioè scuotendo la testa (mio padre scuoteva spesso la testa, quando parlava con me). E giungiamo ad uno degli episodi determinanti alla nascita di questo libro.

Era l’agosto di quel lontano 1937 (ma perché lontano, poi? Era l’anno in cui Fermi e la sua équipe stavano ponendo le basi delle moderne teorie nucleari, i voli transatlantici di linea erano una realtà. Nel 1937 il futuro era già cominciato) e aiutavo mio padre a fare l’inventario del negozio, in vista dei primi ordinativi autunnali. C’era un’afa spaventosa e i poliziotti aprivano con la chiave inglese gli idranti del quartiere per permettere ai ragazzi di giocare con un po’ di refrigerio. Anche noi avremmo voluto un idrante interno, mentre contavamo in un mare di sudore la merce sugli scaffali. Alla fine giungemmo a un risultato che non soddisfaceva mio padre. Scuotendo la testa disse: “Rifacciamo l’inventario in un altro modo ». La cosa era terrificante e obbiettai che avevamo rilevato tutto con metodo e con molta pazienza e che era inutile ricominciare. Dopotutto, aggiunsi, c’è un solo modo di fare un inventario.

Mio padre mi guardò e scosse la testa. «Ricorda», mi disse, “c’è sempre un modo nuovo di fare un inventario ». In realtà ne trovammo due di modi, e questo fu per me una rivelazione.

Il secondo episodio determinante avvenne nel 1941. L’anno precedente avevo pubblicato su “Astounding» due racconti sui robot positronici, «Reason» e “Liar!». Nel secondo appariva per la prima volta il mio personaggio, la dottoressa Susan Calvin, e proprio discutendo questo John Campbell, il grande direttore di «Astounding» (ora defunto) mise a punto le “Tre Leggi della Robotica ». (In seguito sostenne che ero stato io e che comunque erano implicite nei miei racconti precedenti, ma io so che è stato lui). Fu appunto nel febbraio del 1941 che gli accennai a una nuova storia di robot, visto che la pubblicazione dei primi due racconti mi aveva messo una gran voglia di continuare su quella formula. Campbell disse di convenire con me che il filone era buono, ma aggiunse che non voleva che mi legassi troppo rigidamente ad un’unica tematica. Preferiva che prima scrivessi racconti di altro genere. Dovevo ficcarmi in testa; aggiunse, che sfruttare a tutti i costi un successo può essere commercialmente valido nei tempi brevi, ma che alla lunga diventa deleterio e 1’autore ne risulta spremuto come un limone.

Me lo tenni per detto. E in effetti, anche se vengo considerato «lo scrittore dei robotì» e nelle convention passi la maggior parte del tempo a spiegare che non ho la minima idea di come sia fatto un cervello positronico, in realtà i racconti sui robot rappresentano solo una piccola parte della mia produzione. E oggi scrivo un racconto sui robot solo quando sono sicuro di avere qualche cosa di veramente nuovo da dire nel campo. Lo strano è che ogni volta credo di aver scritto il racconto definitivo e col tempo mi viene in mente un’altra idea che è anche più definitiva, se mi è concessa l’espressione. A quanto pare c’è sempre un nuovo modo di fare un inventario. Pochi mesi dopo proposi a Campbell una novella basata sulla lenta decadenza dell’impero galattico. Campbell si entusiasmò e passammo due ore a discuterne. Alla fine del colloquio il progetto si era dilatato in una lunga serie di racconti ispirati alla celebre «History of the Decline and Fall of the Roman Empire» di Edward Gibbon e tutti imperniati sulla caduta del Primo Impero Galattico e sulla nascita del Secondo. L’8 settembre 1941 sottoposi a Campbell il primo racconto della serie e venne accettato immediatamente. Uscì nel numero del maggio ’42 di «Astounding». Il titolo del racconto era «Foundation».

Negli otto anni successivi scrissi altre sette storie di quella che venne poi chiamata la serie «Foundation», e queste furono raccolte in tre volumi che uscirono nel 1951, 1952 e 1953: «Foundation» (Cronache della Galassia), «Foundation and Empire» (Il crollo della Galassia Centrale) e «Second Foundation» (L’altra faccia della spirale). Di tutti i libri che ho scritto, questi tre (noti collettivamente come «Trilogia galattica») sono quelli che hanno avuto sempre più successo. Nel 1966, al 24° Convegno Mondiale di Fantascienza, a Cleveland, la serie «Foundation» ricevette un Hugo come «Serie Migliore Assoluta». Ha avuto innumerevoli edizioni in libri rilegati e in tascabili economici in tutto il mondo. Ogni tanto mi giunge qualche nuova edizione stampata nelle lingue più strane. Mi hanno detto che in Unione Sovietica ne circolano delle copie dattiloscritte, ma purtroppo non ho neanche una copia di questi «samizdat» che possa comprovare l’asserzione.

In tutti questi anni mi è stato proposto più di una volta di proseguire la serie, ma avevo sempre rifiutato con fermezza, memore dei consigli di Campbell. In realtà mi mancava lo stimolo a continuare: la serie si era conclusa e si era conclusa bene. Un seguito non sarebbe stato che un post scriptum pretestuoso e poco interessante. E poi la maggior parte della mia produzione era ormai fermamente orientata verso la divulgazione scientifica, genere che prediligo e che mi offre un sano divertimento. Ogni tanto scrivevo qualche racconto, ma il tempo per un libro di fantascienza non sarei più riuscito a farlo saltar fuori.

Almeno è quello che dissi a Lawrence P. Ashmead, il direttore della Doubleday, nell’aprile del 1979, quando mi propose un libro che seguitasse la serie. Larry è una delle persone più gentili che possano esistere al mondo, ma sotto la vernice di gentilezza nasconde la tenacia di un bulldog. Spazzò via le mie obiezioni con un gesto della mano. Secondo lui il successo del film «Guerre stellari» giustificava e imponeva un libro di ampio respiro su un impero galattico. Convenivo con lui che una «Third Foundation» avrebbe saziato i suoi interessi editoriali più immediati.

D’altra parte lui doveva convenire che la «Trilogia galattica» era una piccola gemma completa e che un quarto libro sarebbe stato giustificato soltanto con un’idea nuova completamente rivoluzionaria che nel contempo fosse complementare agli altri tre e non un corpo estraneo.

«E allora fatti venire questa idea», disse Larry con l’espressione soddisfatta di chi ha risolto tutto e chiuso l’argomento. Guardai quegli occhi dolci che hanno raddoppiato il fatturato della Doubleday in cinque anni. «Et tu, Brute,» pensai. Non ritenevo possibile la cosa, ma mi sentivo sfidato. Non c’era modo di aggiungere perfezione alla perfezione della trilogia; a meno che… Dopotutto c’è sempre un nuovo modo di fare un inventario.

C’era stato l’anno prima un episodio che ora so altrettanto determinante di tutti gli altri. Mi trovavo in vacanza in una località di montagna. Odio le vacanze e non capisco che gusto ci possa trovare un essere civile, ma lo faccio per mia moglie, risolvendo la cosa portandomi dietro la macchina da scrivere elettrica e continuando la mia regolare attività tra la aperta commiserazione dei villeggianti. Quel giorno ero in uno stato di totale frustrazione perché dopo un temporale la linea elettrica era stata interrotta e l’amministratore dell’albergo ci aveva comunicato con un sorriso che il generatore autonomo aveva un guasto. La mia macchina da scrivere era diventata un inerte pezzo di metallo e io passeggiavo sbuffando su e giù per la terrazza panoramica. Un ragazzo dai capelli rossi mi osservava con curiosità finché a un certo istante mi tagliò la strada con aria decisa e mi disse qualcosa. (Consentitemi di non citarvi subito che cosa disse: lo troverete nella frase finale del libro… Vi dirò invece il nome del ragazzo: è quel Joey Harmford a cui il libro è dedicato).

Nel mio soliloquio ad occhi aperti Larry aveva fatto una telefonata, probabilmente facendo guadagnare alla Doubleday un altro milione di dollari. Riappese il ricevitore e mi guardò dolcemente.

«Allora?» chiese.

Gli risposi che ci avrei pensato.

Ci ho pensato. Ed eccone i risultati. Spero proprio che vi divertiate a leggere questo libro altrettanto quanto me nello scriverlo.

Ferruccio-Alessandri Isaac Asimov
(trad. di Ferruccio Alessandri)