Non sarebbe stato necessario, ma naturalmente chiesi ed ottenni da Vittorio Curtoni di poter passare direttamente in redazione: l’idea era di conoscerlo ovviamente e di vedere la redazione.

Devo dire che in quel momento incominciò tutto un nuovo ramo della mia vita: la redazione di Robot non era all’indirizzo attuale di Armenia, ma in un piccolo appartamento al piano rialzato di Viale Ca’ Granda. Immagino che quello fosse nel 1976 anche la sede di Armenia.

La prima impressione che ebbi di Vittorio Curtoni fu ottima: una persona aperta come ne ho conosciute poche. Aveva una chiara visione politica, ma accettava qualsiasi opinione anche contraria con grande apertura mentale. Solo in fantascienza era abbastanza sospettoso: per esempio non amava Jack Vance che aveva firmato il sostegno alla guerra del Vietnam assieme ad altri 72 autori di sf in un appello pubblicato dalle riviste «Galaxy» e «If» nel 1968, eppure qualche tempo dopo mi consegnava una raccolta di racconti di Vance affinché glieli traducessi in italiano.

il_meglioFu così che fece uscire una famosa edizione che sarebbe stata intitolata Il meglio di Jack Vance, in una versione speciale di Robot. Ricordo che leggendo la traduzione ebbe a dirmi: “È uno che non apprezzo come uomo, ma come scrittore tanto di cappello.” Perché questo era Vittorio.

La stessa raccolta, con la stessa mia traduzione è stata successivamente pubblicata anche da Mondadori in Urania, come qualche altra mia traduzione di Vance, che al di là delle sue idee politiche io ho sempre molto apprezzato.

Comunque in quella redazione ebbi modo di conoscere per la prima volta anche Giuseppe Lippi, che aveva già una bella esperienza nell’argomento e che in futuro sarebbe diventato addirittura il curatore di Urania, sostituendo gli storici Fruttero & Lucentini, che a quel tempo a me parevano del tutto irraggiungibili. Lo vediamo qui in alto in una storica immagine ripresa a Piacenza nel 1999 da Roberto Quaglia, dove Vittorio ricevette la visita di Robert Sheckley. Nell’ordine da sinistra in piedi si distinguono appunto  Giuseppe Lippi, Laura Serra, Roberto Quaglia, Vittorio Curtoni, e in basso sempre da sinistra Ferruccio Alessandri e Robert Sheckley.

festinoComunque non era presente in redazione, ma era già stato opzionato tra i collaboratori, un grande illustratore che ha fatto della fantascienza il suo maggior campo di battaglia: Giuseppe Festino. Mi fecero vedere alcuni dei suoi disegni in china che si adattavano perfettamente a una pubblicazione che tenesse conto sia della qualità, sia dell’economia di stampa.

Nei primi numeri di Robot non appariva nessun disegno di Festino, che infatti cominciarono solo con in munero 6 (settembre 1976). Quando visitai la redazione io non era ancora stato pubblicato alcun Robot con i disgni di Festino e devo confessare che ero molto curioso di vedere che cosa avrebbe mai potuto inventare per il mio racconto.

Il mio racconto verrà pubblicato solo con il numero 14 di Robot, cioè nel maggio del 1977.

galattoIl disegno di accompagnamento di Festino fu davvero molto bello, a mio parere: era decisamente difficile illustrare un racconto che non presentava particolari panorami, ma si basava su sensazioni e soprattutto sull’ironia, ma il disegnatore coglieva un aspetto decisamente pertinente.

Posso dire, per averlo visto di persona, che Giuseppe legge tutto ciò che deve illustrare: non è come altri che si fanno descrivere una scena e poi eseguono i disegni: egli ama l’argomento e pretende di leggere tutto.

In seguito abbiamo avuto occasione di lavorare assieme per alcune edizioni tedesche di romanzi di fantascienza: mi chiese di fargli una rapida traduzione dagli originali inglesi affinché lui potesse scegliere comodamente le illustrazioni da farsi.