Questa storia ha certamente un inizio, ma forse non ha ancora una fine…

Stiamo parlando degli anni tra il 1980 e il 1981, un’epoca in cui tutti i personaggi di questa avventura erano giovani, quando a Milano sono nati i quattro numeri della rivista di fantascienza La Bottega del Fantastico, storia che dovrebbe essere raccontata a più voci, perché non è stata mai l’esperienza di una persona sola. Mi è stato chiesto di presentare la mia versione dei fatti ed è questa, un racconto che dovrà necessariamente iniziare con gli ultimi anni settanta e, per quel che mi riguarda, anche molto, ma molto prima.

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LaGuerraDeiMondiHo amato la fantascienza da quando ho saputo che esisteva. Sapevo leggere e facevo la quarta elementare quando uscì il film “La Guerra dei Mondi” di Byron Haskin. Facile capire la mia età, perché si trattava del 1953. Per me fu un film straordinario: non avevo mai visto una cosa simile nella mia (allora) breve vita. Mi terrorizzava deliziosamente. Ogni tanto mi nascondevo dietro al sedile di fronte a me. Credo che quel momento abbia significato il mio definitivo amore per la fantascienza.

In quegli anni verdissimi a me già piaceva scrivere. Non lo sapevo fare e forse non l’ho mai imparato, ma la trama del film mi era sembrata straordinaria e immediatamente avevo desiderato scrivere qualcosa di quei misteri. Mi rendevo conto che non esisteva granché in circolazione, per cui i racconti avrei dovuto scrivermeli da solo.

Ricordo che ci misi un po’ prima di incominciare il mio primo racconto, che arrivò in quinta elementare e si intitolava “La Palude di potassio e l’Uomo Invisibile.” A meno di un anno di distanza, l’ambientazione e la trama avevano già subito una interessante mutazione rispetto ai marziani di Wells: frutto della ricerca di nuove fonti e della lettura degli albi del Monello, dove avevo scoperto storie di mistero che mi avevano catturato. Non sarebbe mai successo senza lo stimolo della Guerra dei Mondi, ma queste strisce parlavano di misteri terresti, uomini invisibili, fantasmi tecnologici, archeologia fantastica e insomma cose meravigliose!

Un mio compagno di classe aveva in casa la macchina da scrivere di suo padre, ma aveva il permesso di utilizzarla. Anche se molti grandissimi autori, soprattutto a quel tempo adoperavano la penna, ero tuttavia sicuro che una macchina da scrivere fosse indispensabile per diventare uno Scrittore. Non avevo alcuna idea di come si utilizzasse tale meccanismo, per cui io dettavo e l’amico scriveva.

Il genio letterario si esaurì a metà della prima pagina. Avevo già detto tutto quanto e il libro era belle che finito: in una palude in cui è disciolto del potassio ci sono misteriosi spostamenti di cose. Qualcosa si muove là dentro, ma nessuno ha mai capito cosa sia: liane che oscillano senza alcun vento (chiara l’influenza di Tarzan), al centro della palude (?) un gorgo immenso, misterioso e mai esplorato (avevo sentito alla radio “L’Isola Misteriosa” di Jules Verne). Uno scienziato chiamato per risolvere il mistero scopre alla riga quindici che il potassio genera dei raggi infrarossi sulla pelle di un uomo che vive da molti anni laggiù: i raggi infrarossi sono invisibili, ne deriva che l’Uomo è invisibile anche lui! L’uomo vistosi scoperto tenta di fuggire, ma nell’impresa precipita casualmente nel gorgo e (forse) muore. Siamo alla riga ventidue. I miei finali avrebbero teso al tragico ancora per molti anni. Comunque, fine del romanzo. A dire la verità, adesso che ci penso, già il titolo esauriva da solo tutta la trama. La storia dei raggi infrarossi era stata ricavata da Forza John, su Il Monello, un testo basilare!

barksQuegli anni erano un periodo prolifico per la fantasia: nel 1955 arriverà in Italia una storia di Carl Barks: “Paperone e le Sette Città di Cibola” che stimolerà ulteriormente la mia fantasia verso la letteratura del mistero. Per la prima volta sento parlare di El Dorado, delle splendide città nascoste da montagne troppo alte per essere scalate.

Allora, come adesso, la pigrizia mi impediva di portare avanti le trame che vorrei leggere e che forse un giorno finirò di scrivere. L’interesse quasi nullo degli editori per gli scrittori di fantascienza italiani non invoglia granché. Ma non voglio aggiungere altro su di me. Da quel periodo dovevano passare molti anni perché si mettessero in moto gli avvenimenti che avrebbero generato La Bottega del Fantastico.

locusEbbi modo di sapere che da tempo quasi immemorabile molti scrittori italiani e stranieri, avevano pubblicato delle riviste di fantascienza amatoriali, cioè le Fanzine, dall’inglese Fandom Magazine (rivista di appassionati). Una di queste, Locus, forse la più completa a quel tempo, veniva usata e citata continuamente da Vittorio quando riportava su Robot le molte notizie provenienti dal mondo degli Appassionati, il cosiddetto Fandom. Qui di fianco riportiamo un’immagine di un numero di Locus del 1975, dove si vede la qualità grafica decisamente casalinga con cui veniva fatta la rivista: facendo click sull’immagine è possibile vederla ingrandita. Era per me una cosa incredibile, come se avessi appreso che si potevano costruire delle automobili in casa.

Ora, i più giovani certamente non capiranno il perché di tanta meraviglia, ma devono sapere che alla fine degli anni settanta era difficilissimo e molto costoso stampare una Rivista. Se oggi esistono computer in ogni casa e stampanti laser di grandissima qualità acquistabili per pochi euro, nel periodo di cui parliamo i computer non esistevano, per lo meno non nell’accezione che conosciamo e quindi non c’erano nemmeno le stampanti dei computer dei giorni nostri.

ciclostileMolti gruppi più o meno intellettuali dell’epoca avevano già pubblicato (parola che qui significa prodotto con molta pena e sangue proprio) un qualche foglio di fantascienza che in genere assomigliava nell’aspetto a un volantino sindacale. Questo era dovuto alla necessità di risparmiare e quindi di non rivolgersi alle tipografie. Del resto c’era sempre almeno uno del gruppo con una macchina da scrivere e qualcun altro che sapeva dove trovare un ciclostile. Queste ultime erano macchine meravigliose, che si trovavano nelle segreterie di alcune scuole, o nelle Sedi (in quel periodo dette Cellule) del Partito Comunista. Ho il sospetto che molte parrocchie si siano successivamente dotate di macchine ciclostile, proprio per contrastare l’enorme successo che ebbe il Partito Comunista presso i giovani intellettuali, interessati soprattutto all’utilizzo delle loro macchine fabbrica volantini.

Alcuni lettori vennero a cercarmi per scambiare delle opinioni. Tra questi è finalmente decisivo parlare di una certa Cesarina Mauri che lavorava con mia moglie, il cui marito Flavio Ranisi era un appassionato di fantascienza. I due costituiscono l’elemento finora mancante per la creazione de La Bottega del Fantastico. Di fatto, se non ci fossero stati loro, La Bottega non sarebbe mai nata.

Personalmente non sapevo nulla dell’ambiente di lavoro di mia moglie e fui molto stupito che questi due sconosciuti mi volessero conoscere.

Erano delle persone impagabili. Flavio purtroppo non è più tra noi, ma possedeva una vasta conoscenza di cose che poco hanno a che fare con la fantascienza e che lui considera la parte seria del suo lavoro: da lui potevate sapere che cosa sono i Massoni, i Cavalieri del Tempio, la Spada nella Roccia; in che modo si fanno i riti di magia nera, o bianca. Era spesso chiamato a tenere conferenze su questi argomenti anche se personalmente non vi ho mai assistito. Cesarina invece si dedica quasi totalmente agli oroscopi e agli studi storici della stregoneria, che Flavio completava con opportune ricerche. A me tutto questo ha sempre interessato poco, ma il fatto importante è che il loro hobby era la fantascienza.

In quel periodo Flavio Ranisi era imprigionato in un lavoro ufficiale di rappresentante che non lo soddisfaceva affatto. Mi disse che la sua idea era di creare una libreria a Milano, specializzata in fantascienza. Mi disse che avrebbe volentieri lavorato per fare un giornale di fantascienza, non dilettantesco, ma decisamente professionale. L’idea, entusiasmante, si scontrava con i soliti problemi in questo tipo di avventura: lui non aveva i soldi per iniziare una pubblicazione e io meno ancora. Di fatto ci mancava l’editore, perché nessuno aveva i mezzi.

Io potevo mettere come ricchezza la mia conoscenza di persone che già operavano nell’ambito dell’editoria di fantascienza, dopo i vari contatti con Curtoni e poi con Antonio Bellomi. Diedi subito la mia disponibilità a chiamare un po’ di gente che scrivesse qualche articolo. Altri li avrei scritti io stesso.

Dal mio punto di vista era esattamente come quando da ragazzino avevo deciso di scrivere per conto mio quello che non potevo trovare in libreria. Ovviamente non me ne importava nulla di guadagnarci e del resto non si guadagna mai in questo tipo di esperienze!

Quando Flavio Ranisi trovò una cartoleria in disarmo a Milano, non ci mise molto a trasformarla in libreria e qui cominciò a lavorare alla sua idea: il libraio sempre disponibile a dare consigli, un posto dove ci si poteva incontrare e bere assieme una birra, o un caffè.

Riuscì a creare una corte di fan che non sarebbero mai più andati a comperare libri altrove. Io visitai la libreria solo quando il successo era ormai assicurato e fui presentato a un gruppo di cinque, sei persone reclutate per il grande Progetto Fanzine: intellettuali giovani, alcuni moderatamente, altri smodatamente di sinistra come era d’uso a quel tempo. Per quel che mi riguarda non ho mai considerato la fantascienza un qualcosa di politico, per cui mi andava bene chiunque, purché avesse buone idee.

Sheckley99-AI-004bTra le mie conoscenze, due personaggi parvero particolarmente entusiasti di questa iniziativa: il disegnatore, illustratore Giuseppe Festino e Giuseppe Lippi l’attuale curatore di Urania. Nell’immagine qui a fianco vediamo da sinistra, tre personaggi importanti: Robert Sheckley, con Giuseppe Lippi e Giuseppe Festino.

Non abbiamo mai avuto alcun progetto sul futuro: si è sempre lavorato per il numero che doveva uscire.

Solo dopo aver deciso di far uscire il numero Uno, venne discussa una linea editoriale. La libreria a quel tempo non aveva nemmeno un nome e fu in quel primo incontro che questo venne deciso. Qualcuno voleva che fosse ricordata la fucina delle idee, altri che si sottolineasse il laboratorio fantastico, ma alla fine fummo d’accordo che volevano sottolineare l’artigianalità dell’idea. Quindi un negozio! Meglio, ancora, una Bottega! La Bottega Fantastica. Mmm! Non suona bene! Che dite L’Officina del Fantastico? Non è meglio qualcosa di più familiare? Ah, va bene: allora La Bottega del Fantastico, ok?

In realtà credo che fra tutte le scelte strategiche della serata, quella fosse la più giusta.

In quel momento avevamo del materiale già pronto, di dimensioni piuttosto notevoli (una trentina di cartelle) di una certa Maria Pia Franceschini, presentata da un esimio personaggio del nostro nuovo ambiente, Piero Fiorili di cui parlerò necessariamente tra poco. Il saggio che avevamo a disposizione trattava un tema interessante: Donne e Fantascienza. Nessuno di noi ha mai veduto questa Autrice, se non chi l’ha sponsorizzata. L’articolo era scritto piuttosto bene e quindi fu presto accettato da tutti. Dato l’argomento e l’estensione di quel saggio, decidemmo di fare di quel numero una monografia. Il testo della Franceschini avrebbe da solo occupato una gran parte del fascicolo e pareva congruente che quanto mancava dovesse trattare il medesimo tema. Ne conseguiva che anche i numeri futuri avrebbero seguito la medesima sorte, di essere cioè delle monografie. Ritengo che fosse una decisione errata: nessuno comprese che con quel metodo non avremmo potuto pubblicare più di quattro o cinque numeri, perché gli argomenti monotematici non potevano essere infiniti e si sarebbero esauriti presto!

Dovemmo poi affrontare un timore, che con ogni probabilità era soprattutto mio: occorreva una autorizzazione per pubblicare una Rivista. Il che probabilmente è vero, perché credo sia obbligatorio avere un Direttore Responsabile, a meno di non fare quello che viene detto Numero Unico, cioè una pubblicazione senza alcuna cadenza definita, in cui comunque l’uscita successiva deve avvenire dopo un periodo superiore a un anno. Per la mancanza di qualsiasi Direttore Responsabile decidemmo di non mettere mai, in nessun luogo la data di pubblicazione! Una decisione antipatica, e per cui adesso né io, né quelli che ho contattato ricordiamo più quando siamo usciti!

Per fortuna ho trovato su Internet una catalogazione fatta da altri.

  • Numero 1: gennaio 1980
  • Numero 2: settembre 1980
  • Numero3: febbraio 1981
  • Numero 4: novembre 1981

La mancanza di un Direttore, o di un Responsabile riconosciuto fu poi la strategia più sballata di tutte, come vedremo tra poco.

La presenza di Giuseppe Lippi, ci regalava una buona impronta professionale, anche se a quel tempo Giuseppe, già abbastanza noto, era solo un redattore senza ancora grosse esperienze editoriali. Festino stava incominciando da poco a bazzicare le redazioni più importanti. Gli altri erano lettori che frequentavano la libreria, compreso io stesso. Gli unici che avevano qualche esperienza editoriale sarebbero stati Curtoni e Bellomi, che però gentilmente, ma fermamente si erano defilati dall’avventura in questione e non hanno mai partecipato ad alcuna riunione. Entrambi avevano visto già fin troppe iniziative come quella: non la osteggiavano, ma non avevano più voglia di cimentarsi. Per quel che contava ci aiutarono sempre da fuori, a contattare chi volevamo intervistare, per esempio Viviani editore della Nord, o Andreina Negretti, storica redattrice di Urania e altri ancora.

festino_donnaOccorre poi dire che la qualità dei disegni di Giuseppe Festino ci segnalava subito come qualcosa di diverso rispetto a molte altre Fanzine. Festino disegnò la testata del giornale, che diventò anche insegna della libreria, poi in ogni numero fece una quantità di disegni piuttosto impegnativi per cui non richiese mai un soldo. A proposito di quattrini, ognuno di noi accettò di mettere la sua quota e in quel periodo nessuno ne aveva molti e non erano pochi quelli che servivano.

Prima di proseguire è necessaria una parola sui lettori della libreria che si unirono a questa follia. Paolo Guaragni, Piera Berra, Angelo Toffoletto e Piero Fiorili che erano i personaggi fissi della redazione. Oltre a questi molte altre persone ci diedero una mano disinteressata, come le mogli di ognuno di noi, o gli amici fraterni che si ingegnavano a prestare i loro talenti, o ancora colleghi di lavoro che hanno regalato le loro capacità, come il fotografo Enrico Granata che ha elaborato le fotografie, o il grafico Flavio Finazzi.

Dopo l’uscita dei primi due numeri comparve anche un importante personaggio, Riccardo Fabiani con cui siamo ancora oggi molto amici e con cui fu sviluppata una iniziativa che descriverò tra poco: un vero e proprio spin off della rivista.

Tra i redattori è obbligatorio aprire un capitolo a parte per Piero Fiorili, il quale fu insieme la forza e la distruzione della Fanzine: da lui nacque una enorme quantità di idee, ma purtroppo risultò sempre esageratamente ingombrante.

Era ingegnoso in molti sensi. Probabilmente lo è ancora, anche se ne ho perso le tracce da molto tempo. Il primo numero venne completamente composto con una macchina di da scrivere a casa mia, da mia moglie Gabriella, perché Piero inventò un metodo, ormai definitivamente perduto, con cui si riusciva a giustificare a destra ogni colonna! Tutto a mano, con un semplice (!?) conteggio. Questo per risparmiare i soldi della composizione, che all’epoca si doveva far fare da un tipografo ad alto costo. Come abbiamo visto Locus se ne infischiava degli allineamenti e infatti mi chiedo a che diavolo servissero. Fu una delle cose decisamente buone fatte da Piero Fiorili, anche se effimera! Già dal secondo numero scegliemmo infatti di pagarci la composizione, che venne effettuata usando caratteri così minuscoli da non potersi quasi leggere, ma bisognava risparmiare sulla carta.

Piero scriveva moltissimo, ogni trafiletto, bibliografia, riga non firmata era sua. Naturalmente firmava poi diversi articoli. Qualsiasi altro pezzo, da chiunque scritto, lui lo doveva rivedere e mettere a posto, il che purtroppo non lasciava spazio agli altri. Quella che nasceva come una creatura di tutto il gruppo, poco per volta tendeva a trasformarsi in una creatura di Piero Fiorili. Non sarebbe stato un male, se Piero avesse avuto la capacità di dirigere, cosa che purtroppo non fu. Già alla chiusura del primo numero erano stati gettati i semi per una fine non troppo lontana.

Vediamo rapidamente chi è Piero Fiorili. In contemporanea alla Bottega, a Milano esisteva un’altra realtà che voleva discutere di Fantascienza nell’ambito della Politica. La politica, come è facile capire, deve leggersi Partito Marxista. Questa realtà si chiamava Un’Ambigua Utopia, da loro abbreviata UAU. Il movimento (il Collettivo) era stato fondato da intellettuali come Antonio Caronia e Giuliano Spagnul. Piero Fiorili si dissocia dal loro modo di interpretare la fantascienza. Spagnul afferma in un documento: “U.A.U. non nasce per avvicinare di più alla fantascienza i lettori occasionali, […] non vogliamo allargare, far crescere, propagandare la fantascienza, VOGLIAMO DISTRUGGERLA”.

In un documento disponibile ancora adesso su Internet, Piero Fiorili spiega: “L’epopea di Un’Ambigua Utopia viene collegata, giustamente, al connubio fantascienza & politica che nella seconda metà degli anni ’70 si abbatté come un ciclone sul sonnacchioso fandom italiano. In realtà fu la rivista Robot, e più precisamente il suo direttore Vittorio Curtoni, a scatenare le passioni politiche anche nel placido mondo della sf. […] UAU nacque come movimento di radicalizzazione della spinta iniziale di Robot, che essendo una rivista commerciale, non poteva oltrepassare certi limiti. Personalmente, appartenevo al limbo dei sognatori, ma rimasi folgorato dalle implicazioni socio-politiche che UAU sviscerava dalla fantascienza, tanto che, quando l’Ambigua si allontanò dai temi tipici della sf per affrontare più impegnativi nodi teorici e filosofici, sentii l’urgenza di proseguire il discorso iniziale attraverso un’altra rivista.”

Qui bisogna tener a mente la frase di Piero: “Robot, essendo una rivista commerciale, non poteva oltrepassare certi limiti.” A suo modo di vedere, commerciale, corrispondeva a mancanza di libertà e lo vedremo bene tra pochissimo.

Vorrei poi precisare, per chi non lo conosceva, che Vittorio Curtoni era politicamente impegnato, ma sapeva capire la buona fantascienza, commerciale, o meno. Esistono grandi scrittori che hanno ritenuto di dover portare avanti i loro impegni politici innanzi tutto, ma quando hanno perduto di vista la gran massa dei lettori ben presto hanno iniziato il loro declino e Vittorio questo lo sapeva benissimo.

Piero Fiorili, venendo da UAU, aveva l’esigenza di scrivere per ogni numero un dotto editoriale con i commenti del Collettivo, come avrebbero detto loro. L’articolo lo scrisse sempre in proprio e di fatto senza l’intervento di nessun altro. O per lo meno, io non sono mai intervenuto.

fantastico1Come ho già sottolineato, Piero si sentiva un paladino del non commerciale: nel numero Uno scriveva un editoriale che quasi insultava Andreina Negretti, la principale redattrice di Urania, evidentemente a torto, perché una redattrice non può essere certo essere tenuta responsabile delle politiche della rivista:

Andreina Negretti ha detto chiaramente che non potrebbe modificare le scelte di Urania nemmeno se lo volesse, perché quel tipo di scelte dà un certo tipo di risultati, e cioè vendite elevate. A Mondadori non importa di perdere i lettori del 1952, che nel frattempo sono diventati di gusti difficili, basta poter estrarre una fetta di lettori attuali ai quali vadano bene le cose già fatte nel 1952.

E prosegue così per tre fittissime pagine di invettive contro Mondadori e Valla e Fruttero e Lucentini…

Devo dire che la colpa non è di Piero, ma di tutti noi: ogni editoriale era firmato La Bottega del Fantastico, per cui noi eravamo colpevoli. A mia parziale difesa posso solo dire di essere stato troppo concentrato sull’avventura e di non aver avuto forza, coraggio e decisione sufficiente a far valere una diversa visione.

fantastico2Il secondo numero aveva come tema le invasioni (La Bottega del Fantastico numero 2, Le Invasioni): io avevo scritto il saggio che doveva aprire il numero (la Monografia,) perché le invasioni dei marziani erano sempre state nei miei pensieri. Piero lo prese in mano e lo rivoltò come un calzino: le invasioni furono messe in contrapposizione con gli invasati (politici, si capisce), dopo la sua revisione i marziani di Wells diventavano gli americani contro il buon selvaggio. Anche oggi non sono certo che Wells abbia voluto dire queste cose. Alla fine chiesi che comparisse anche il suo nome come autore, perché non riconoscevo più quello che avevo scritto, né come idea, né come pagina vera e propria.

In questo numero Piero, nell’editoriale se la prendeva con la Nord, perché l’Editore Gianfranco Viviani (quello che ci metteva i soldi) era uno che badava soprattutto al proprio tornaconto: e vorrei vedere! A pagina 63 impone la sua visione dopo un colloquio con l’Editore, che sarebbe stato assolutamente amichevole, finché non venne fuori la sua presa di posizione:

IO SONO IL CAPATAZ
La nostra visita alla Nord prometteva […] di essere […] stimolante: Viviani è infatti un personaggio con un’immagine ben delineata (e forse sapientemente «costruita») di appassionato sincero ed entusiasta. Tutto si potrebbe dire di lui meno che egli pubblichi fantascienza solo per fini commerciali. Eppure … Dall’intervista sono emerse alcune cose sconcertanti: ad esempio il suo definirsi «prima di tutto un commerciante,» con l’obiettivo ben preciso di raggiungere prima di tutto la Mondadori nelle cifre di vendita […]

Inutile dire che subito comparvero problemi con la Negretti e poi con Viviani. Per chi aveva l’ambizione di entrare nel mondo della fantascienza, era una cosa davvero stupida inimicarsi un due colpi le due più importanti Case Editrici di Fantascienza del momento!

Da lì cominciarono un bel po’ di discussioni. Devo dire che Piero Fiorili godeva di un certo credito da parte di moltissimi, anche se non ne capivo i motivi e, confesso, che li comprendo ancora meno oggi. A me naturalmente non andava, perché evidentemente non mi interessava DISTRUGGERE la fantascienza, ma ero considerato in genere un reazionario, un fascista insomma, purtroppo in netta minoranza, se essere da solo contro tutti può essere definita una minoranza. Devo anche confessare che non ero disinteressato a quel che stava succedendo, perché mi interessava collaborare eventualmente sia con Mondadori, che con Viviani, ma in quel momento mi sono probabilmente precluso qualsiasi possibilità.

fantastico3Il terzo numero della rivista ebbe come tema I Mutanti. Le polemiche erano iniziate e proseguite al nostro interno, in maniera molto pericolosa. Il numero fu scritto quasi totalmente da Piero Fiorili: suo il saggio iniziale a cui noi partecipammo solo con un certo numero di schede che venivano intercalate. Inutile dire che ogni scheda era stata riveduta da Piero a sua immagine e somiglianza. Fu un numero tuttavia importate: ci muovemmo in tre o quattro per andare a Bologna da Ugo Malaguti (il terzo editore, pronti a farcelo nemico!) Ugo non è definibile commerciale alla Fiorili: in realtà pubblica cose che lo divertono e ben poco guarda alla convenienza economica. Ho avuto modo di conoscerlo in seguito abbastanza per dire che forse non ha i miei stessi gusti nella fantascienza, ma è un onestissimo artigiano che si dà da fare parecchio pubblicando anche lavori di scrittori italiani. Inoltre è un ottimo traduttore, un bravo analista critico e quanto di meglio si possa pensare.

Nell’ormai famigerato Editoriale, Piero Fiorili si stupisce:

… la nostra rivista ha sollevato più clamore di quanto ci aspettassimo, diffondendosi tra l’altro attraverso canali che ci risultano alquanto misteriosi. Abbiamo saputo che sia in casa Mondadori che in casa Nord ci sono stati malcontenti e mugugni per quanto abbiamo scritto nei primi due numeri.

I canali misteriosi erano il frutto di un’opera di distribuzione manuale a librerie amiche, come quella di Ricardo Valla a Torino, o altri punti adeguati, impegnando soldi nostri per i viaggi. Poiché uno dei distributori ero io stesso, posso garantire che non esisteva alcun mistero.

Poi, come abbiamo visto, non era nemmeno strano che si arrabbiassero in quanto i due personaggi delle Case citate non avrebbero dovuto essere criticati per il lavoro che svolgevano in maniera tutto sommato più che degna.

Ricordo che a Milano in quel febbraio 1981 quando uscì il numero 3 de La Bottega del Fantastico, si tenne un week end festoso presso l’ormai defunto Cinema Argentina, in cui furono proiettati vecchi film del nostro amato genere. Mio figlio e il figlio di Festino si sono divertiti come non mai in quell’occasione e correvano avanti e indietro tra la sala e la hall con le esposizioni di libri per non perdersi nessun mostro della palude, né gli altri straordinari extraterrestri.

In quell’occasione partecipò (tra gli altri) anche Luigi Cozzi che presentò il suo film Scontri Stellari, oltre a Ugo Malaguti che tenne un banchetto di libri nell’atrio del cinema, accanto al banchetto de La Bottega, sia rivista che libreria, ovviamente. Non dimentichiamo che in quel numero 3 c’era l’intervista a Ugo.

Voglio prima di tutto raccontare un aneddoto che riguarda Luigi Cozzi: ho incontrato Luigi di persona due volte in tutto. La prima è stata nell’occasione dell’Argentina in cui non ci siamo parlati, la seconda quando sono appositamente passato da Roma presso il Cinema Clodio (credo) che a quel tempo lui gestiva, per consegnargli una traduzione che mi aveva commissionato attraverso qualcun altro. L’ho visto tre minuti e me ne sono andato. Adesso ci sentiamo abbastanza spesso al telefono in una continua collaborazione e ci siamo detti che se ci incontrassimo per strada probabilmente non ci riconosceremmo.

La cosa strana e che Luigi probabilmente non sa, è che credo di aver riconosciuto nei trucchi visuali del suo film la mano di un giovane di Torino che avevo conosciuto anni prima, perché molto amico di un mio compagno di classe: costui era in grado di ottenere notevoli effetti cinematografici con metodi straordinariamente semplici. Durante le scuole superiori avevo realizzato con i miei amici un film in superotto e questo mago degli effetti ci aveva presentato le sue primissime realizzazioni amatoriali, già molto notevoli.

Tornando a bomba, i banchi vendita de La Bottega e di Malaguti erano dunque uno di fronte all’altro e Ugo fu più o meno il primo a leggere che cosa ne pensasse di lui Piero Fiorili:

… appena ficcato il naso in casa Libra, ci occupiamo dei difetti strutturali che abbiamo ravvisato in questa casa editrice (a pubblicizzare i suoi indiscutibili meriti ci pensa già da sola); difetti che riguardano principalmente la sua proposta culturale. […]
Anche per questo durante l’intervista ci siamo soffermati a lungo sulla preistoria della fantascienza italiana: oltre a sembrarci un interessante spaccato su un mondo abbastanza miserabile e pittoresco, coi suoi pitocchi, filibustieri e megalomani, non ritenevamo possibile decifrare una figura complessa come Malaguti (curatore, editore, traduttore e manager allo stesso tempo) prescindendo dai suoi contatti[…]
Un’altra delle caratteristiche che Negretti, Malaguti, e stavolta anche Viviani hanno in comune, è quella di sapere al di là di ogni dubbio ciò che il pubblico vuole dalla fantascienza. Beati loro, sono evidentemente un caso raro nella storia dell’editoria.

A leggerlo oggi sembra proprio esagerata audacia giovanile e probabilmente lo era. Una redattrice e due editori iscritti dai sagaci critici de La Bottega nel partito degli idioti! Mi risulta difficile capire come abbiamo potuto arrivare al numero quattro, dopo aver fatto fuori le nostre credenziali presso quasi tutti gli operatori del momento.

Anzi, credo di ricordare che a quel punto ci siamo rivolti a Vittorio Curtoni per trovare qualcuno che non fosse commercialmente criticabile!

Flavio Ranisi (il proprietario della libreria) mise le mani avanti, dicendo che non avrebbe sopportato ulteriori discussioni tra di noi. In realtà non aveva alcuna arma per controbattere, se non lo spazio della libreria stessa, che era però un bene prezioso. Tutti volevano continuare, per cui le discussioni rientrarono in parte.

Del resto il gruppo si ingrandiva e già dal numero precedente era entrato Riccardo Fabiani, di cui ho già fatto cenno e che era un esperto di Fantasy. Il suo arrivo fu molto positivo, perché aveva voglia di portare avanti iniziative nuove, molte idee e non metteva tutto in politica.

In quello stesso periodo Flavio Ranisi, il proprietario della Libreria, venne in contatto con i ragazzi di Radio Popolare. L’idea che colpì immediatamente Riccardo e me fu di lanciare una trasmissione radiofonica (il famoso spin-off di cui parlavo poco più sopra), con il nome La Bottega del Fantastico dedicata alla fantascienza. I responsabili della Radio dettero il beneplacito e cominciammo immediatamente una trasmissione settimanale dagli studi di Radio Popolare a Milano. Il cugino di Riccardo che lavorava come tecnico del suono, ci aiutò nelle registrazioni e alla console almeno nei primi tempi. Ad ogni puntata veniva letto il brano di un libro con effetti sonori, sul genere dei radiodrammi e ricordo che fu una grande, ma bellissima fatica!

Passarono da lì molte persone della fantascienza, tra cui ricordo più o meno a caso Inisero Cremaschi, Karel Thole, Mariangela Sala, Giuseppe Lippi, Giuseppe Festino, ma dimentico la maggior parte dei nostri ospiti, tra cui alcuni degli scrittori italiani che spuntavano proprio in quel periodo, soprattutto attraverso le Edizioni Nord. Fu veramente una bella avventura, con telefonate dal pubblico in ascolto e molte soddisfazioni. Stranamente la più parte dei soci in redazione non si dimostrò interessata alla trasmissione radiofonica: primo tra tutti Piero Fiorili, che non vi mise mai piede.

In redazione bisognava iniziare la preparazione del numero 4 e si decise di trattare il Fantasy. Piero Fiorili fu molto insoddisfatto di quella scelta. Prima di tutto, per motivi difficili da spiegare, o per lo meno a me piuttosto ignoti, il Fantasy è considerato roba di destra. Piero considerava il fantasy come un appassionato di Ornette Coleman considera un disco di Orietta Berti.

Il grande appassionato di Fantasy nel gruppo era dunque Riccardo Fabiani, indiscusso conoscitore di Guerrieri ed Elfi. Non è mai stato di destra, anche se ha sempre amato questo genere. So bene perché ho vissuto l’evento, che lo stesso Curtoni, considerato da Un’Ambigua Utopia il vate politico, apprezzava alcuni racconti di Jack Vance e di altri, arrivando a pubblicarli nel Libri di Robot, anche se considerava Vance uno sporco fascista. Il motivo (lo ha detto proprio a me!) era che lo scrittore aveva firmato una famosa pagina di Galaxy e di If in cui si dichiarava a favore della guerra in Vietnam. Per chi non fosse al corrente di questo dibattito che in quei giorni ha acceso gli animi, consiglio di leggere l’articolo di Remo Guerrini ancora disponibile su Internet:

Nel giugno del 1968 sulle riviste “Galaxy” e “If” comparvero due pagine pubblicitarie, a pagamento, poste una di fronte all’altra. Diceva la prima: “Noi sottoscritti riteniamo che gli Stati Uniti d’America debbano restare nel Vietnam e assumersi le proprie responsabilità di fronte al popolo di questo paese” […] i nomi dei firmatari del messaggio: John Campbell, Hal Clement, Poul Anderson, Robert Heinlein, Sprague de Camp, Jack Vance, Jack Williamson, R.A. Lafferty, Larry Niven e altri. In tutto settantadue scrittori di fantascienza. La pagina a fronte diceva: “Noi ci opponiamo alla partecipazione degli Stati Uniti alla guerra del Vietnam”. Seguiva un numero, leggermente maggiore, di firme: ottantadue. C’erano Isaac Asimov, Bradbury, Philip Dick, Lester del Rey, Farmer, Harrison, Silverberg, Leiber, Damon Knight, Ursula Le Guin, Spinrad, Delany, Ellison e altri, soprattutto giovani, che avevano sposato la causa della fine della guerra.

Questo non spiega tuttavia perché il Fantasy sia di destra! Gli scrittori di fantasy puro non hanno partecipato all’iniziativa a pagamento di Galaxy e If.

Enzo_baldoniUna curiosità per gli storici: il numero 4 pubblica un breve racconto di Enzo Baldoni (C’è del buono nell’ubiquità). Il personaggio Baldoni è diventato tristemente famoso perché fu giustiziato dai terroristi di Al Qaeda nell’agosto del 2004. Un raccontino originale, che credo altrimenti inedito: il pur ottimo Catalogo SF, Fantasy e Horror di Enrico Vegetti non lo riporta. Ecco come si descriveva lui stesso:

Enzo G. Baldoni è nato da padre italiano e madre polacca trentatre anni fa [era nato l’otto di ottobre 1948 e siamo nel 1981]. Poiché, in quel preciso istante, stava volando da Irkutsk a Seattle, via Brazzaville, su un aereo di linea brasiliana, la sua cittadinanza è piuttosto incerta.
Le diatribe legali fra Stati Uniti e Unione Sovietica, Polonia, Italia e Brasile non sono ancora sopite.
Un pool internazionale di avvocati ci sta lavorando sodo da vent’anni, ma intanto il Nostro è stato dichiarato renitente alla leva da quattro eserciti diversi, e rischia l’ergastolo, la fucilazione e l’impiccagione, contemporaneamente e a seconda dei casi.
Ha fatto i soliti mille mestieri: il chierichetto come Kàrol Wojtyla, il vagabondo come Jack London, il falegname come San Giuseppe, il muratore come Sandro Pertini, il Fabbro come Mussolini sr, il pubblicitario come Lete Pirella.
Fa anche pipi in un bagno foderato di sughero, come Proust: ciononostante continua a scrivere da cani.
Però ha potenti amicizie (non dimentichiamo che è stato Muratore e fa Propaganda: vi dice niente?) e, volenti o nolenti, diversi responsabili di riviste sono costretti a pubblicarlo. Richiesto di una definizione di se stesso, si è schernito con molta modestia: “lo? Mah… non saprei… mi definirei… mah… Uno e Trino?”.

Grazie Enzo!

fantastico4Ad ogni modo, anche Il numero 4 è imbottito di revisioni ad opera di Piero Fiorili, ma l’atmosfera sembrava alquanto cambiata. Era solo un’impressione!

Questa volta l’Editoriale (frutto di tutto lo stress che Piero aveva accumulato per le critiche personali ricevute, più un intero numero dedicato all’odiato Fantasy) stilla veleno ad ogni frase. Non ricordo al momento che qualcuno abbia riveduto l’articolo prima di andare in stampa. Personalmente non avrei mai approvato quel testo:

[…] siamo ben al corrente di tutte le meschinità e i sotterfugi che inquinano il commercio del libro, non escluso quello di fantascienza.

È per questo che i nostri commenti alle interviste ad editori e curatori suonano come requisitorie del Pubblico Ministero: non c’è malanimo nei confronti di questi personaggi, naturalmente, ma vorremmo contribuire a fare un po’ di pulizia nell’ambiente aprendo gli occhi al pubblico, denunciando furbizie e piccinerie di chi regge le redini del mercato della sf.

Come Viviani, pare che anche Malaguti si sia risentito per quanto abbiamo detto di lui nel n° 3. Ci dispiace, perché Malaguti è una persona simpatica; gioviale ed esuberante, con la quale è un vero piacere scambiare quattro chiacchiere. Ma non può certo pretendere di andare esente da critiche, specialmente quando tende a presentare tutto ciò che fa come il non plus ultra nel campo della sf. Il pubblico – a meno che non sia una specie di creatura acefala – non è affatto obbligato a credere sulla parola né a lui né agli altri editori; e solo chi sa di essere in bluff si offende quando gli si chiede di mostrare le carte.

Sono finiti i tempi in cui un Faruk poteva permettersi di dichiarare “poker” e intascare il piatto dicendo semplicemente: “Parola di Re”.

montanariProprio dopo aver ascoltato il parere di Vittorio Curtoni, il numero 4 ospitava l’intervista a Gianni Montanari, che era un suo grande amico. Siamo andati a Piacenza in tre o quattro. Acceso il registratore, Gianni è stato disponibile e interessante. Ha parlato delle difficoltà a selezionare cose piacevoli e cose intelligenti senza strafare. Malgrado il fatto che Montanari fosse amico e avesse collaborato a lungo con Vittorio Curtoni, il catenaccio dell’intervista già lo sbeffeggiava un poco:

L’ultimo e attuale curatore di GALASSIA ha il telefono “caldo” (come Reagan) ha solo interessi e nessuna passione (come Cartesio) ed è il migliore amico di sé stesso (come Diogene); c’è chi lo chiama professore e chi Attila.

Nell’editoriale poi una bella stoccata:

[…] andandosene Curtoni, il solo Montanari non ci sembra all’altezza della fama che aveva raggiunto ai tempi della doppia gestione; bravo e preparato, d’accordo, ma un po’ anodino […] Montanari ci è sembrato fin troppo preoccupato di difendere l’immagine di sé che vorrebbe presentare al pubblico: freddo, distaccato, un po’ “inglese”. Quando il discorso cade sui suoi rapporti di lavoro con la varie case editrici, diventa estremamente prudente, al punto di far spegnere il registratore in più di un’occasione per evitare possibili “incidenti diplomatici” coi suoi datori di lavoro. Anche se sa che sono sporchi, non vuole sputare nei piatti dove mangia, a costo di ammettere un certo… gesuitismo da parte sua […]

Dove non siamo d’accordo con lui e con la sua immagine very professional, è quando dimentica la prudenza fin li dimostrata e attacca piuttosto ironicamente il fandom e le fanzines. Il fatto che lì di interessi da difendere non c’è ne sono, autorizza il sospetto che per Montanari l’unico piatto in cui sputare sia quello dove non stanno i soldi.

Quest’ultima ignominiosa accusa (che naturalmente ha fatto arrabbiare finalmente anche il buon Montanari, e abbiamo fatto poker!) nasce da uno sfogo, in un atteggiamento molto fan della prima ora, certamente un po’ snob:

Ma credo che il lettore sia ormai saturato. Praticamente, gli hanno infarcito la vita di sf, dalla pubblicità dei pannolini a quella dei biscotti; di riffa o di raffa si trova fantascienza davanti ai televisori, sui giornali, sulle riviste, dappertutto. E se la trova al cinema: adesso stanno arrivando altri kolossal. Però, ecco, di fronte a tutte queste cose, il lettore-spettatore-consumatore-fruitore, cosa fa? Dice: io ne ho piene le palle di questa fantascienza. Non tutti, logicamente: il lettore medio, o medio-basso, può anche dire: uh, che bello, la sf è diventata pane di tutti i giorni. Però c’è anche chi da anni era un seguace, un fan della “sf per pochi”…

Cioè, un membro del ghetto che dice: eravamo In pochi ma buoni; adesso invece la mia adorata sf me l’hanno sputtanata e non mi interessa più.

Domanda: Strano, ma tutti quelli che abbiamo intervistato hanno detto di non amare il fandom. Eppure i rapporti col fandom i curatori li devono tenere.

E invece no! lo non tengo nessun rapporto con nessuna fanzine, con nessun fandom. Io non credo assolutamente che una fanzine possa avere alcun interesse per un autore, per un curatore, per la fantascienza stessa. Se una fanzine viene fatta da un signore o da più signori per vedersi stampate le proprie parole, non ritengo proprio che valga la pena di dare troppa attenzione al fenomeno di questi prodotti.

Era, lo avevo sentito io stesso, il medesimo atteggiamento di Curtoni e di altri curatori impegnati. Delusi della non-risposta del lettore. In pratica questi impegnati non credevano più di poter contare su un numero crescente di lettori da educare e vedevano il bicchiere mezzo vuoto.

Questo era un buon punto da sottolineare: i professionisti pubblicavano solo quello che garantiva possibilità di vendita sicura, i curatori sofisticati non credevano potesse esistere un pubblico alla loro altezza. Molto grave, si capisce, ma non si doveva picchiare sulla testa Montanari, anzi sarebbe stato necessario dargli morale e magari fargli vedere che c’era chi era disposto ad accettare la sfida.

Un’altra occasione perduta!

Questa volta l’occasione perduta era quella definitiva: le polemiche furono così intense che la fanzine non doveva più riprendersi. La distribuzione era difficilissima, i costi di produzione sempre crescenti, il numero dei lettori costante, ma non sufficiente. Del resto distribuivamo due, trecento riviste e le vendevamo, ma se ne sarebbero dovute vendere almeno cinque, seicento per coprire le spese. Forse c’era il mercato, ma non sapevamo come raggiungerlo.

I boicottaggi di Piero Fiorili poi cominciavano a non essere più ben visti da diversi membri del gruppo: non si pensava che la giusta politica fosse di dire per forza male di chiunque.

Così ognuno di noi se ne andò per altre strade. Alla fine Flavio Ranisi decise di vendere la libreria, per ragioni sue, non certo per delusione e di ritirarsi a godere dei suoi personali successi economici tra le splendide colline Langhitane. Chi acquistò la libreria la fece diventare un circolo di estrema destra, politicamente molto attivo (mi dicono), per cui nessuno di noi ebbe più nulla a che fare con quella istituzione.

Però abbiamo una piccola sorpresa finale…

La persona che aveva acquisito la libreria ricevette una lunga e interessante monografia scritta da Giuseppe Caimmi, sulla Fantascienza sociologica, che forse qualcuno aveva previsto come argomento del numero cinque. Quella persona non sapeva che farsene.

Attualmente questo saggio è in mio possesso.

Forse, con alcune di quelle persone, con altre persone, con un editore nuovo, potrebbe uscire questo quinto numero sulla social science fiction. Chissà!? Magari abbiamo imparato dagli errori.

Magari l’avventura non è del tutto conclusa.

Franco Giambalvo, 2009