Nell’agosto del 2014, Giuseppe Caimmi ha registrato una lunga intervista con il pittore e illustratore Giuseppe Festino. L’intervista è disponibile su Youtube, ma abbiamo chiesto a Giuseppe Caimmi di trascriverla in maniera da renderla più fruibile. La prima parte l’abbiamo già riportata nel febbraio scorso e qui presentiamo la seconda parte.

Partiamo dalle rocce.

Come mai?

Sono un elemento importante che contribuisce a creare un’immagine più completa. Ma qualunque punto di partenza va bene.

Secondo te di quante fonti si è avvalso Caesar per fare questa copertina?

Credo un paio al massimo perché estremamente semplice nella sua composizione e anche cromaticamente. Pur essendo suggestiva per i contrasti, non ha molti dettagli.

Secondo te, quanto ha impiegato Caesar a fare questo lavoro?

Da quello che ho saputo da varie testimonianze, impiegava un paio di giorni al massimo. Questa copertina deve averlo tenuto occupato un giorno.

Lui lavorava solo per Il Vittorioso e Urania?

Probabilmente in quel periodo aveva anche altre collaborazioni. Osservando le date che compaiono sulla rivista si può ricostruire il numero di lavori che faceva.

Sappiamo che la quasi totalità delle copertine di Urania è andata persa …

Questo per me è un continuo coltello nella piaga che fa molto male!

Secondo te, che fine hanno fatto le copertine del Vittorioso e i disegni per gli interni?

Una montagna di materiale che all’inizio era presso chi l’aveva utilizzata, poi ha cominciato a uscire dalla redazione prendendo strade sconosciute. E confido che non abbia fatto la stessa fine delle copertine di Urania.

Esistono delle persone di riferimento che potrebbero dare notizie?

Sì: sono vecchi collezionisti che forse si staranno chiedendo cosa fare di questo materiale, come disfarsene vista la loro tarda età.

Ma dove potrebbe essere … nelle mani dei redattori?

Credo di no. Bisogna ricercare con attenzione nelle mostre mercato e far visita ai mercanti di originali. Potrebbe comparire qualcosa su Ebay o su Amazon, varrebbe la pena dare un’occhiata. Ci sono collezionisti che non badano alla qualità, ma alla rarità o al periodo di realizzazione.

Quando Caesar è morto i suoi famigliari avevano tutto il suo materiale?

Aveva tre figli, due maschi e una femmina. Il primo maschio non era interessato, anche se dipingeva e cercava di imitare il padre. Il secondo figlio, avuto dalla seconda moglie, aveva capito che il materiale poteva interessare i collezionisti, per cui se lo teneva ben stretto. lo ho potuto vedere delle tavole fatte per una pubblicazione di Padova, Il Messaggero dei ragazzi, simili a quelle realizzate per Il Vittorioso, di carattere didattico-scientifico.

Lui ha fatto anche lavori per la pubblicità?

No, che io sappia. So che ha dipinto alcuni quadri che poi ha regalato ad amici. Erano quadri a olio, e sarei curioso di vederli per capire come lavorava con quei colori. Perché la corposità, lo spessore di questo prodotto, ha una resa diversa da quella che si ottiene dalle tempere, più adatte, comode ed economiche per i lavori editoriali.

Passando a te, io penso che le tue cose migliori siano state le copertine di Urania e i bianco-neri interni.

Non sono d’accordo. C’è qualcuno che predilige le copertine, e ne ha volute comprare, tanto che me ne sono rimaste poche. Adesso, quando devo fare una mostra ho difficoltà a reperire qualcosa degno di essere incorniciato.

Molte sono andate oltre confine …

Già, e sono quelle che non rivedrò più. Terry Carr ne aveva chiesta una, ma lui non c’è più e non so cosa ne abbia fatto la vedova. Se l’abbia rivenduta o buttata via. Meno male che me ne è rimasta una riproduzione …

Ci spieghi come hai iniziato a collaborare con Armenia e Robot?

È successo grazie all’intervento di un appassionato milanese che rispondeva al nome di Angelo De Ceglie. Lo-conobbi perché mi avvicinò durante una manifestazione cinematografica che si teneva al teatro Carcano, in corso di Porta Romana, nei primi anni Settanta. Era stata organizzata da alcuni appassionati che avevano ripescato vecchie pellicole degli anni ’40, ’50 e ’60, e aveva richiamato frotte di appassionati. Era l’epoca d’oro della fantascienza in Italia, e non c’era ancora Robot, la rivista che mi ha lanciato. Questo giovane appassionato milanese mi chiese se potevo disegnargli la copertina di una rivista amatoriale che aveva animo di realizzare. La mitica, almeno per me, Vox Futura. lo naturalmente accettai. Poi questa rivista, una volta stampata, nel 1976 arrivò nelle mani del direttore della rivista Robot, un mensile nato da appena tre mesi. Il curatore, Vittorio Curtoni, era un ex collaboratore della rivista piacentina Galassia che curava insieme a un altro appassionato, il concittadino Gianni Montanari. Curtoni vide i miei lavori, si mise in contatto con me per chiedermi se ero disposto a fare illustrazioni in quanto pensava che io fossi adatto alla rivista.

Immagino l’emozione che avrai provato …

Certamente: mi scrisse una bella lettera che conservo come un cimelio che passerà alla storia. Ricordo il giorno in cui la ricevetti; e conservo anche la busta!

Parliamo ora di una cosa meno piacevole, se ne hai voglia. Forse qualche appassionato si domanderà perché non hai continuato a collaborare con la seconda serie di Robot.

Ho collaborato alla seconda serie di Robot per ben tre anni. Un gruppo di appassionati che era cresciuto sulle pagine di questa rivista e che già conoscevo di persona, mi chiese se ero disposto a tornare a lavorare per un’iniziativa che rimettesse sul mercato la rivista. La stessa domanda ovviamente venne fatta a Vittorio Curtoni, il quale sulle prime nicchiò un pachino, poi si lasciò convincere. Quindi accettai anch’io; non perché fossi influenzato dalla sua decisione: se non avesse accettato, io avrei detto comunque di sì, perché era il mio lavoro. A proposito di questo, va detto che il lavoro per la prima serie di Robot mi veniva regolarmente retribuito anche se non molto in rapporto all’oneroso impegno. Spesso arrivavo in ritardo per la consegna dei lavori, anche se facevo in modo da non mettere nei guai il grafico, Antonella Caldiroli, persona squisita e deliziosa, oltre che competente. Le inviavo le misure dello spazio occupato dall’illustrazione, in modo che potesse impaginare tenendo presente lo spazio occupato dal testo. Devo dire che non sbagliammo una sola volta.

Per tornare alla seconda versione di Robot, io accettai il compenso ridotto che mi offrivano. Erano giovani e volonterosi e non disponevano di molti quattrini. Perché non aiutarli, visto che facevano un’opera meritoria e da veri appassionati? La passione, se ci si vuole ancorare al vii denaro, spesso dà qualche fregatura. Il profitto l’ho sempre messo in secondo piano, a meno che non dovessi affrontare spese, o nel caso intendessi acquistare qualche cosa che non avrei poi più potuto rintracciare. Quindi accettai queste condizioni e cominciai a lavorare con la stessa passione di una volta, realizzando come in passato sia le copertine che gli interni. Durante la preparazione del numero 49 ricevetti la notizia che intendevano mettere in copertina al posto del mio apporto, quello di un illustratore americano, adducendo un motivo di carattere commerciale, per aumentare le vendite on line, e perché alcuni preferivano i miei bianco/neri ai miei lavori a colori. Ora, quello che non si può sapere se non si conosce la filosofia di uno specifico artista è che il bianco nero ha una sua suggestione particolare (basti pensare ai film in b/n che hanno un loro fascino, tant’è che oggi si assiste al ripescaggio del monocromatico). La cosa mi dispiacque molto. Mi lasciò contrariato, e avrei potuto comunque accettare di disegnare solo gli interni, ma alla mia età, dopo aver fatto un sacco di esperienza, mi sentivo preparato a realizzare cose più che accettabili, visto che, inoltre, ricevevo molti consensi proprio sulle copertine.

Comunque, a un certo punto hanno deciso di fare scelte diverse, manifestando quello che è proprio definire esterofilia. Nonostante ci fosse chi volesse dare spazio agli artisti nostrani, gli americani. avevano più visibilità. lo posso capire che si cerchi di vendere di più anche perché la rivista non era distribuita dai normali canali. Secondo taluni, una copertina realizzata da un americano può rendere più appetibile una pubbl1cazione. A questo riguardo va osservato che: 1) in genere un lettore non si preoccupa troppo di sapere, quando gli interessa un libro, se la copertina è di un italiano o no; 2) non è detto che cambiare il copertinista incrementi le vendite, a meno che non sia strepitoso. Inoltre ritenevo questo comportamento non certo amichevole, così come mi avevano prospettato all’inizio. Pertanto, per quale ragione dovevo accettare di lavorare a un prezzo favorevole, da amico, appunto, e poi vedere che si veniva a mancare proprio su questo? Probabilmente quella copertina americana l’avrebbero pagata meno ancora che a me, così da avere una chance in più per incrementare il numero di lettori, cosa che non è mai successa, e non lo dico con astio. Semplicemente mi è dispiaciuto il tipo di trattamento che mi è stato riservato.

E Vittorio Curtoni come sì è comportato?

Curtoni avrebbe potuto non dico intercedere nei miei confronti, ma sapeva benissimo che sono capace di far valere i miei diritti. Sono abbastanza grande per difendermi da solo, giusto? Il fatto è che per difendersi bisogna avere del tempo, non agire a cose fatte. Forse Vittorio sapeva già da qualche mese cosa mi attendeva. La decisione era stata presa a priori, senza darmi alcuna possibilità di far valere il mio punto di vista. Vittorio, però, aveva problemi di salute, ben più gravi da affrontare. Mi ritirai in buon ordine e seguitai a comprare la rivista come un lettore qualsiasi.

Spassionatamente, che giudizio dai delle copertine?

Il fatto è che si sono avvicendati quattro illustratori diversi, tra cui Karel Thole, che va sempre per la maggiore e che, soprattutto, viene apprezzato anche dalle nuove generazioni. Sulla qualità non si discute. Il fatto è che non è sulla qualità esecutiva che si costruisce il successo. E poi, cosa si intende, per qualità? Ognuno segue i propri gusti, mi pare. Queste in oggetto sono copertine sempre slegate dal contesto, mentre io facevo del mio meglio per restare collegato almeno a uno dei racconti.

Quindi la collaborazione si è interrotta anche per gli interni …

Sì. Devo dire che per me è stata quasi una liberazione: se per le copertine mi avessero chiesto di ispirarmi a un artista americano, di riprodurne lo stile, forse avrei accettato: sono cose che mi divertono. Ma non ci pensarono affatto. Invece volevano che continuassi a fare gli interni, soprattutto perché piacevano di più, a loro senz’altro.

Quindi si stato tu a interrompere la collaborazione …

Sì, per le ovvie ragioni che dicevo. Ma a una decisione del genere è come se me mi ci avessero costretto. Mi pareva obbligatorio, un’ovvia conseguenza alle loro pretese. Chi avrebbe al mio posto chinato la testa per dire ‘cari ragazzi, siete proprio carini, farò come dite voi?’. E’ un problema di dignità e di professionalità. Stavolta l’amicizia non c’entrava niente …

Bene, concludiamo questo ‘piacevole’ intermezzo. Volevo parlare con te delle copertine di Robot. Qui vediamo la copertina del n. 1.

Era un fotocolor di agenzia. Abbastanza di recente ho individuato il nome dell’artista che l’ha fatta: John Schoenherr. Come vedi non aveva alcun riferimento con i racconti pubblicati, come pure quelle dei numeri seguenti. Solo la mia prima copertina realizzata per Robot fa riferimento diretto al contenuto, in quanto quel numero comprende un romanzo più un racconto collegato al romanzo stesso, e autore di entrambi era Robert Heinlein, uno dei migliori scrittori di st. Quindi, essendo un fascicolo dedicato a un romanzo, ci voleva una copertina adeguata.

Ecco ora Robot n°41, il primo della seconda serie, quello dove compare la prima tua copertina di questa nuova serie. Vi si notano evidenti analogie con quella dell’artista americano. Come mai hai scelto questo richiamo? Vediamo un robot nella stessa postura.

Sì, non volevo cavarmela con la solita banalità da mettere in copertina, visto che la pubblicazione aveva per me un valore particolare. Allora ho immaginato un collegamento tra la prima e l’ultima della serie offginaria, dove la mia intenzione polemica sul fatto che la pubblicazione fosse stata gettata nella discarica, nell’immagine era piuttosto evidente.

Cosa intendi?

Che la pubblicazione era finita non per colpa sua, ma perché non vi si diede abbastanza fiducia. L’editore, constatato lo scarso rientro economico, aveva deciso che non valeva perdere tempo e danaro. lo, come si può vedere, ho interpretato la cosa inserendola in quell’atmosfera malinconica che immaginavo provassero tutti i lettori che avevano imparato ad amare il mensile e lo seguivano puntualmente e con passione. Un senso di tristezza che provavo io per primo.