Ho resistito fino ad oggi alla tentazione di pubblicare un racconto mio: sono dell’idea che chi cura una pubblicazione debba moderare al massimo (se non eliminare) la propria presenza diretta. In particolare, trovo un po’ presuntuoso pubblicare i propri lavori.
Oggi sono in divenire parecchie cose nuove che però richiedono preparazione: nuovi racconti di autori famosi e meno famosi, la preparazione di una rivista e molto altro. Per cui eccomi qui con questo breve mio racconto..
Risale al 1988, o 89 (sono pessimo nel gestire gli archivi!). In quell’epoca avevo cominciato a scrivere piuttosto regolarmente, anche se non ci guadagnavo granché. Ma si sa, in Italia gli scrittori non si arricchiscono. Tuttavia il mio amico Antonio Bellomi, che ha sempre molto creduto in me, mi chiama e mi dice: “Dovrei pubblicare dei piccolissimi racconti per il Giornale degli Idraulici. Tu mi faresti un paio di pagine per questo progetto?” Era la prima volta che qualcuno mi commissionava un racconto.
Il risultato è questo racconto abbastanza strambo, che tuttavia ha il merito di aver molto divertito Antonio a quell’epoca.

La visione dell’arte

Fu durante una festa tenuta presso il mio buon amico Guarnieri che si venne a discutere se fosse meglio comporre canzonette partendo da un buon testo, o se non fosse invece meglio aspettare l’estro di un buon motivo musicale, su cui poi il poeta venisse ad adattare le parole. Il salotto di Guarnieri non manca mai di artisti grandi e mediocri, ma tutti pretendevano che la loro specialità – fosse essa musica o poesia – venisse per prima, in modo da non dover subire limitazioni di ispirazione da quell’altra parte. La discussione si infiammò parecchio e non si vedeva il modo di uscirne con una soluzione accettabile, fin quando non si fece avanti un tale a me completamente ignoto e che, come seppi poi, si chiamava «Ingegner Da Veleno». Costui non era giovane, ma la sua età non era facile da definire. Sfoggiava una capigliatura alquanto ribelle e totalmente grigia su di una faccia tirata e dal colorito malsano che forse tradiva una vita non proprio regolare con il fumo, i liquori e chissà cos’altro. Il fisico era asciutto e gli abiti che indossava apparivano tendere curiosamente alla moda di un secolo prima.

«Se posso intervenire,» disse l’Ingegner Da Veleno, «credo che la precedenza debba necessariamente toccare a quello dei due artisti che ha più arte da fornire…». La discussione, che era ormai quasi giunta agli insulti, si placò all’improvviso. Un giovane artista sollevò gli occhi verso la lunga figura in piedi vestita in stile ottocento e lo sfidò con grinta: «Le dispiacerebbe spiegare meglio?».

L’Ingegnere trovò una sedia e vi si accomodò. «Non ci vuol niente» disse con un sorriso. «Comunque credo sia meglio che mi spieghi con un episodio di cui sono stato testimone, ormai parecchi anni fa e di cui non credo esista un altro uguale.

«Il fatto è successo in Giappone, in una grande città di cui è inutile fare il nome e riguarda la costruzione di un enorme palazzo, che avrebbe dovuto essere alto più di cento piani con tanti uffici e cinematografi, giardini giapponesi e altre meraviglie.

«I finanziatori si erano per l’appunto limitati a fornire un elenco di tutte le cose speciali che volevano inserire nel loro palazzo, assieme al nome: I Giardini del Cielo. Gli architetti non riuscivano a mettersi d’accordo sul bilanciamento dei pesi, sul modo in cui eliminare i rischi sismici e, infine, nemmeno sulla forma definitiva della grande costruzione.

«Particolarmente complessa era la parte idraulica del progetto, sia per le molte piscine che avrebbero dovuto trovare posto nel grattacielo, sia per i giardini e gli impianti antincendio. Quegli architetti erano dei buoni professionisti, ma nessuno di loro era evidentemente un artista.

«Per combinazione – e lo sapevano tutti – nella regione esisteva un certo Hiroshi che era certamente il più grande esperto di idraulica del mondo. Il modo di lavorare di costui era per altro abbastanza inconsueto e spesse volte si era lamentato di dover intervenire con le tubazioni e con le sue idee, solo quando i muri erano già stati belli che costruiti. Anche in questo caso Hiroshi ripetè la stessa lamentela con i finanziatori che lo avevano interpellato e fu irremovibile: “Se volete che vi risolva il problema, prima mi fate costruire la parte idraulica, poi procederete con la muratura”. È evidente che la richiesta suscitasse non poche perplessità. Hiroshi rimase un’intera notte a discutere con finanziatori e intanto la notizie si era già diffusa.

«Hiroshi la spuntò. Pochi giorni dopo la sua azienda scaricò il primo camion di tubi nel punto in cui avrebbe dovute sorgere il palazzo. Le ruspe scavarono le cantine, quindi la tubazione cominciò a spingersi verso l’alto. All’altezza del primo piano i tubi avanzavano come serpenti seguendo il tracciato mai progettato di un giardino giapponese, eppure la bellezza del progetto era evidente a tutti: là si apriva a mezz’aria la coppa di stagno che sarebbe poi diventata un laghetto, qui i sette gradini di bronzo che avrebbero accolto una cascata e, passandoci sotto e sollevando gli occhi, si poteva intuire benissimo il percorso che avrebbe un giorno seguito la gente tra i vialetti, dove a ogni metro si apriva il bocchettone di una presa per gli spruzzatori a pioggia, o per le fontane di acqua potabile leggermente acidulata al limone dolce.

«Dopo due mesi le tubazioni erano arrivate al decimo piano. Hiroshi e i suoi non lavoravano velocemente anche se erano in molti, ma la casa, solo fatta di tubi per l’acqua, si intuiva già. Pareva che procedesse leggermente a spirale verso l’alto, come una gigantesca scala a chiocciola che si avvitasse nel cielo. Chiunque adesso avrebbe potuto costruire attorno un muro adeguato e quel muro sarebbe stato un capolavoro. Al settimo piano si intravedeva la prima piscina: era là sospesa nel niente. Vista da sotto era una gigantesca scatola col fondo pieno di pece, sostenuta solo da grandi tubi che entravano da una parte e uscivano dall’altra. Tutto attorno altri tubi ripiegati verso l’alto la sostenevano ulteriormente e da ognuno di essi sarebbe piovuto uno zampillo di acqua calda per il divertimento dei futuri clienti.

«Bene. Alla fine di un anno la tubazione fu completa ed era alta più di trecento metri, perfettamente equilibrata nel vento senza neppure un muro di sostegno. Nel collaudo Hiroshi riempì tutti i tubi con l’acqua e le fontane e le piscine e gli zampilli presero vita e continuarono a zampillare per quarantotto ore filate mentre i riflettori del Genio Civile frugavano anche la notte tra quei veli d’acqua nel tentativo infruttuoso di scoprire dei difetti. La casa era davvero una grande spirale perfetta e adesso qualcuno avrebbe potuto rivestirla di muri. Il compito toccò a un giovane architetto pieno di buone idee e allora tutti videro quanto fosse nella logica delle cose che quella spirale fosse stata ideata coi suoi giardini e i suoi acquari, le sue vetrate e le sue terrazze dall’artista che aveva più arte da offrire, mentre al secondo sarebbe toccato solo un onesto lavoro artigianale…».

L’ingegnere Da Veleno sorrise, si toccò la tesa di un invisibile cappello da gentiluomo inizio secolo e si allontanò.

Franco Giambalvo