Mario Luca Moretti è una delle colonne della nostra sezione “Cinema“, per cui ha scritto moltissime schede e articoli. È quindi un esperto di cinema, soprattutto di fantascienza, ma oggi gioca la carta di scrittore fantastico. I suoi racconti hanno il sapore della provincia italiana, esperimento che altri hanno già tentato, ma questo di Mario ci è parso decisamente meritevole. Mario Luca è laureato in Lingue (inglese e tedesco) e lavora presso l’aeroporto di Linate. Abita in provincia di Milano.

C HE spettacolo meraviglioso quelle spighe alte alte, con quelle foglie così lunghe, quegli steli sottili mossi dal vento e quegli aculei appuntiti. Il piccolo Miki, che stava vivendo la sua sesta, meravigliosa estate, quella del 1974, finalmente c’era in mezzo, al campo di grano.

Era proprio quello vicino a casa sua, che faceva da confine fra il suo paese, Bresnano, e Semenate, a metà strada tra Milano e Varese.

Come al solito era uscito di casa con il fratello Luigi, di 5 anni più grande, e la sua compagnia di amici. La differenza d’età non era mai stata un problema per quel gruppo, che come al solito in quei pomeriggi estivi si dirigeva allo spelacchiato campetto dell’oratorio di Semenate per la solita partitella a calcio. Miki il più delle volte guardava giocare quei ragazzi più grandi e basta. Sembrava poco interessato al calcio come giocatore, non senza delusione di Luigi, che ogni volta invece lo esortava a correre al suo fianco.

Quel pomeriggio Miki non aveva resistito. Sotto quel sole di fuoco il campo di grano gli era sembrato più bello che mai e la tentazione di entrare per vedere com’era aveva vinto. Senza dire niente a Luigi e agli altri (anche perché s’era praticamente scordato della loro esistenza), Miki era rimasto dietro al gruppo ed era sgattaiolato nella prima fessura tra i filari che aveva trovato.

Muoversi tra le spighe fu più facile del previsto. Il suo corpicino, minuto ed esile anche per la sua età, si muoveva svelto tra un fuscello e l’altro. Miki non stava più nella pelle. Non vedeva la fine di quelle spighe meravigliose. E per giunta la loro ombra dava un piacevole riparo al caldo.

mascheratoMiki non stava fermo un secondo, saltava come un grillo. Non aveva paura di perdersi né di non trovare l’uscita: un po’ perché non aveva nessuna intenzione di andarsene, un po’ perché aveva con sé i due portafortuna che lo rendevano indistruttibile. All’anulare della mano destra portava l’anello dell’Uomo Mascherato, il mitico anello a forma di teschio con cui il suo eroe dei fumetti preferito lasciava la sua impronta sul viso dei nemici quando li prendeva a pugni. E dal suo collo pendeva l’amuleto scacciaguai, che gli aveva regalato Luigi un anno prima. Era un ciondolo di plastica con uno specchietto a cui era incollato un serpente con la lingua biforcuta pendente dal lato destro della bocca e che faceva l’occhiolino. Con quelli Miki non temeva nulla.

Ebbro di gioia, Miki decise di fermarsi e si buttò a terra, accovacciandosi a gambe incrociate come gli piaceva fare. Chiuse gli occhi. Gli insetti facevano il loro concerto. Di colpo quella musica fu disturbata.

Alle sue spalle Miki sentì un rumore secco, come un crepitio di rami rotti. Si girò lentamente e vide che alcune spighe avevano cominciato ad unirsi e intrecciarsi fra loro, in un movimento che s’ampliava man mano che una toccava la vicina.

smilo_di_granoIl groviglio s’ingrossava, e Miki capì presto che non era caotico. Quell’intreccio giallo e frondoso si divise in quattro nella sua parte bassa. Sì, Miki vide in breve quattro zampe. Nel mezzo la matassa si distese, prendendo la forma allungata della schiena di un cane o di un gatto. Dietro quella schiena spuntò una lunga coda, con un bel fiocco fatto di foglioline. E in cima alla schiena, Miki vide costruirsi una palla da cui spuntò, sempre più nitido, un muso, con tanto di orecchie a punta, naso schiacciato, una bocca… e denti sempre più lunghi e affilati.

Ci fu un suono bello secco, come una frustata di Zorro, e la trasformazione finì. Miki capì di trovarsi di fronte nientemeno che ad una tigre, e non una tigre qualsiasi, ma una tigre dai denti a sciabola, come quella che aveva visto nel libro sugli animali della Preistoria. Era di un colore solo, giallo, ma non lasciava dubbi.

La tigre spalancò le fauci, mandando un ruggito tremendo. I suoi maestosi canini scintillarono al sole… gialli come tutto il resto, ma lunghi e splendenti proprio come sciabole.

Le sue intenzioni non lasciavano dubbi, ma ci voleva ben altro per spaventare Miki.

La belva si piegò sulle zampe posteriori, fissando Miki con bramosia. Il bambino prese con la sinistra la cordicella dell’amuleto scacciaguai   e lo fece dondolare. La tigre balzò in avanti, ma Miki non scappò, anzi si lanciò all’attacco a sua volta. Prima che le zampe lo potessero toccare, sferrò un gancio destro poderoso. La tigre cadde di lato. Incurvata su sé stessa, scosse la testa stordita. Miki vide con soddisfazione che sulla guancia sinistra della belva spiccava il segno del teschio. Diede un bacio a quel suo anello portentoso.

Ma quasi subito la tigre rialzò la testa per guardare Miki con un’espressione sorpresa, che subito si fece feroce. Mandò un altro ringhio rabbioso, poi tornò nella posizione d’attacco, per fare un nuovo salto, ancor più veloce e violento di prima.

Questa volta Miki dovette indietreggiare, e la zampa anteriore destra della tigre riuscì a raggiungere e strappare la sua maglietta a righe bianche e rosse. Ma l’agilità non mancava neanche a lui. Riuscì a spostarsi di lato quanto basta per evitare danni maggiori e soprattutto a sferrare un doppio uppercut, sinistro-destro, al mento della bestia. La povera tigre si sollevò in alto per poi ricadere goffamente a terra sulle quattro zampe, con un tonfo poco elegante. Sul suo mento il segno del teschio si replicava ancor più spiccato che sulla guancia. Miki gongolava.

La tigre ora guaì come un gattino invece di ruggire. Il suo sguardo era un misto di incredulità e paura, che Miki si gustò come una medaglia: all’asilo Montessori di Bresnano i suoi compagni lo chiamavano Cassiusclei mica per niente! Chissà quali e quanti di loro avrebbe rivisto di lì a un paio di mesi, in prima elementare… ma non era il momento adatto a pensieri del genere.

La tigre fu scossa da un tremito. Paura eh, pensò Miki. Il tremito divenne però una specie di sussulto che avvolse tutto il corpo dell’animale. Le foglie che lo formavano cominciarono a sollevarsi, dandogli un aspetto arruffato. Poi le foglie attirarono anche i gambi, che si staccarono uno dopo l’altro dal loro viluppo. L’aspetto della tigre si fece sempre più tozzo, mentre le spighe staccatesi tornavano belle dritte e andavano a riposizionarsi nel pezzo di terra che avevano lasciato spoglio. La tigre assunse l’aspetto di null’altro che una palla di stracci. Infine svanì anche quella. Tutt’intorno era calmo e tranquillo. Ogni spiga di grano era tornata ben piantata al proprio posto. Nulla faceva pensare alla lotta per la vita che s’era combattuta poco prima. Miki era al colmo della goduria. Che posti divertenti i campi di grano!

Riprese il suo girovagare, con calma, senza fretta. Il sole si intravedeva ancora alto sopra i filari, meglio stare in quel bel fresco. Un bel momento Miki sentì alle spalle una specie di folata fredda. Un colpo di vento, pensò. Ma quella folata aumentò e con essa il freddo. Miki cominciò persino a rabbrividire. Miki guardò il cielo. Il sole era splendente, nessuna nuvola. Di colpo uno scricchiolo, forte e intenso come quello della…

sasquatchMiki si girò di colpo e non credette ai suoi occhi.  Ancora le spighe di grano avevano preso vita e s’erano unite per creare… un sasquatch! Sì, proprio l’uomo delle nevi americano! Miki sapeva cos’era perché aveva letto di nascosto da sua mamma un numero del giornaletto a fumetti dove Luigi aveva trovato come omaggio l’amuleto scacciaguai – come si chiamava il giornaletto? La gazzetta dello spavento, o qualcosa del genere…

Be’, comunque in quel numero c’era la storia del sasquatch, una specie di scimmione alto più di due metri che viveva sulle montagne, con il pelo pieno di ghiaccioli, che mandava freddo dalla bocca e che allungava la mano verso gli uomini per prenderli e.… caspita! Era proprio quello che faceva il sasquatch di grano che Miki aveva davanti! Stava allungando la mano destra verso di lui! Al posto dei ghiaccioli dal suo corpo pendevano gli aculei delle spighe, ma dalla sua bocca scimmiesca uscivano ventate sempre più gelide!! Miki tremava tutto (per il freddo, non per la paura, questo dev’essere chiaro). Con la sinistra riuscì, non senza fatica, a raggiungere l’amuleto scacciaguai. In compenso, agitarlo freneticamente gli venne facile, con quel tremito.

La mano del sasquatch era ormai a pochi centimetri dal naso di Miki. Il piccolo starnutì, avvicinando ancor più il viso alla mano del bestione, che si allungava sul serio: ogni momento quel braccio giallastro era sempre più lungo mentre il sasquatch era quasi fermo. Allora, quasi senza pensarci, Miki morse quelle dita ghiacciate con il morso più forte di tutta la sua vita. Le dita-spighe-ghiaccio si spezzarono in quella presa. Miki strinse ancor più finché non le sentì staccarsi. Il sasquatch non urlò. Emise un guaito cavernoso e prolungato, un po’ come il sibilo emesso da una camera a tenuta stagna quando viene aperta, ma molto più cupo e profondo. Il freddo aumentò ancora. Miki starnutì un’altra volta. La mano mutilata del sasquatch si ritrasse all’improvviso.  Stando a un metro e mezzo di distanza dal bambino, il sasquatch si esaminò la mano senza dita. Poi guardò Miki, che solo allora si accorse che le stava ancora tenendo in bocca. Inorridito, le sputò. Il freddo era insopportabile.

Il bestione avanzò, senza correre, ma camminando a falcate belle lunghe. Non che Miki se ne spaventasse, però si sentiva un po’ a corto di risorse. Il sasquatch era ormai a una distanza pari a pochi dei suoi passi, quando Miki notò che, nello spiazzo lasciato vuoto dalle spighe che avevano formato l’abominevole, il sole batteva che era una bellezza, e che scintillava nello specchietto dell’amuleto. Allora saltò in avanti, tenendo l’amuleto inclinato verso l’alto. Il sole batté sullo specchietto e Miki ne corresse l’angolatura in modo che il fascio di luce finisse dritto negli occhi del sasquatch. Il ghiaccio che pendeva dagli occhi del sasquatch cominciò a sfrigolare, a sciogliersi. Il sasquatch ripeté quel suo lamento lugubre portandosi la mano sinistra sugli occhi. Agitò l’altra come per scacciare il raggio di sole, poi il suo corpo cominciò a vibrare. I semi delle sue spighe si staccarono dalle sue membra, roteandogli attorno come minuscole lune impazzite, seguite e imitate dagli aculei. Poi si staccarono le foglie, gli steli. Il sasquatch, sempre più informe, smise di emettere suoni, a parte lo scoppiettio dei rami e delle foglie che si liberavano dall’intreccio per ricongiungersi coi semi e gli aculei in aria. Le spighe ricongiunte andavano a riempire la macchia sempre meno vuota. Poi lo scimmione svanì del tutto, e in meno di un minuto le spighe erano tornate dritte e piantate in terra.

Miki si guardò in giro, con molta attenzione. Tutto era tranquillo, placido, estivo. L’unica cosa fuori posto era una spiga con dei ramoscelli troncati di netto, come da un morso. Un forte starnuto fu il suo commento alla scena.

«È qui, l’ho sentito starnutire!» Miki riconobbe la voce di Marco, un amico di Luigi. Ci fu un fruscio fra i filari, sempre più forte, finché Miki non vide sbucare dalla sua sinistra proprio Marco, subito seguito da Luigi. «Eccoti qui, scimunito!» esplose Luigi, scavalcando Marco e afferrando subito il fratellino per le spalle. «Mi hai fatto prendere un colpo! Non t’azzardare mai più ad andartene senza avvertirmi. Sai che mi fanno la mamma e il papà se lo sanno… ma come sei conciato?» Esterrefatto, Luigi vide i graffi sulla maglietta del bambino. “Ma che, hai litigato con un gatto? Ci mancava anche questa!”

Parlò Giulio, un altro della combriccola: «Filiamo in fretta. Se arriva il padrone e vede il casino che abbiamo fatto alle sue spighe per cercare Miki, sono cazzi acidi!» Miki, ammutolito e imbarazzato, starnutì. «Ti sei pure preso il raffreddore, co ‘sto caldo!» ringhiò Luigi. «Ma solo a te poteva capitare! Ma dove t’hanno pescato i tuoi genitori?»

Quindi, tenendolo ben saldo per la mano destra, lo strattonò per tornare sulla strada. Miki una volta fuori dal campo si girò a guardarlo. Era pervaso da una gioia che nemmeno la pura dei probabili castighi poteva mitigare. Sfiorò l’amuleto al collo e sbirciò l’anello a teschio. Che bambino fortunato era! Luigi aveva ragione. Solo a lui poteva capitare!