robbyRitorna Roberto Morassi, con un racconto che questa volta ha scritto appositamente per noi: dedicato a tutti i lettori di Nuove-Vie! Grazie Roberto e non farci mancare altre tue creazioni. Gustose e tecnologiche come questa.


Seth_Shostak.jpg Erano le sette del pomeriggio quando Alan Foster si accinse al suo turno di lavoro, nella sala di controllo del radiotelescopio di Arecibo, che all’epoca era il più grande e potente radiotelescopio del mondo. Astronomo famoso, dirigeva da due anni l’Osservatorio e poteva vantare molte scoperte di grande importanza. Ma da alcuni mesi, con il coinvolgimento dell’Osservatorio nel progetto SETI, le giornate di osservazione erano diventate una routine assai poco interessante…

SETI (un acronimo per Search for ExtraTerrestrial Intelligence) era in realtà una serie di progetti che avevano come denominatore comune la ricerca di segnali dallo spazio, che potessero far presumere l’esistenza di specie intelligenti su altri pianeti. Un programma ambizioso che aveva ricevuto ingenti finanziamenti e l’appoggio di numerosi scienziati, ma non tutti ci credevano, e le critiche non erano inferiori ai consensi.

Alan Foster era uno degli scettici. Riteneva assurdo quello spreco di tempo, denaro e risorse per un progetto con probabilità di riuscita pressoché nulle, e aveva espresso più volte le sue perplessità, ma senza successo: così, anche quella sera, si preparò ad impostare il telescopio per la solita noiosa scansione delle solite noiose frequenze. Come da programma, orientò lo strumento verso l’ammasso globulare M13, nella costellazione di Ercole a 24000 anni luce di distanza. Mentre il tracciato scorreva lentamente sul monitor (solo rumore di fondo, come sempre), Alan leggeva il giornale sprofondato nella scomoda poltroncina, quando ad un tratto si manifestò qualcosa di insolito.

Un SEGNALE! Un picco bello netto, di pochi millisecondi ma ben distinto dal fondo. Sarà un disturbo, si disse Alan perplesso, ma dovette ricredersi quando il segnale si ripeté identico dopo qualche minuto. Altri ne comparvero nelle ore successive, circa una decina in ordine irregolare. Alan trasmise immediatamente i tracciati ai responsabili del SETI, e ad altri radiotelescopi sparsi per il mondo: decine di “occhi” elettronici scrutarono l’ammasso M13 ma non rilevarono segnali particolari, come era prevedibile data la loro limitata potenza rispetto al Grande Occhio di Arecibo.

Naturalmente gli organi di informazione non tardarono a pubblicare la clamorosa scoperta, con titoli roboanti: “L’avvenimento del secolo!”, “Segnali dalle stelle!”, “Gli extraterrestri ci parlano!”, “GLI ALIENI SONO FRA NOI!”… Il mondo scientifico fu messo a rumore, e i comuni cittadini accolsero la notizia con emozione ma anche con un certo timore: alcuni si precipitarono a far scorta di viveri, prevedendo l’imminente invasione di esseri alieni probabilmente ostili! Senza pensare che quei segnali, se autentici, erano stati inviati 24000 anni prima…

I migliori scienziati, soprattutto i crittografi, passarono giorni e notti insonni ad analizzare la frequenza di quei segnali che Alan Foster continuava a registrare e a diffondere, nel tentativo di trovare una qualche regolarità che confermasse il “messaggio” inviato dal cosmo. Una forma di alfabeto, forse un codice binario… Più volte qualcuno credette di aver trovato la chiave dell’enigma, ma alla fine tutte le prove si rivelarono inconsistenti.

Avevano collegato al registratore un campanello, che emetteva un PLING! ogni volta che compariva un picco. Era trascorso poco più di un mese, e i PLING! continuavano a risuonare anche se più diradati. Alan, il cui scetticismo si era ormai affievolito, accarezzò il gattino nero: un piccolo randagio che avevano trovato nei dintorni, e adottato nello staff dell’Osservatorio. Con magro sforzo di fantasia, lo avevano chiamato Etis. “Vedrai che ce la faranno, Etis! Abbiamo tanti dati, qualcosa dovrà saltar fuori…” Il gatto gli si strusciò alla gamba, poi all’ennesimo PLING! scosse le orecchie e se ne andò pigramente a giro per la sala di comando, curiosando fra tutti quegli strani macchinari.


Il Nemico!

Con il suo fine odorato ne avvertì la presenza a pochi metri. E si rese conto che non poteva più restare lì: il Nemico lo avrebbe scoperto, e sarebbe stata la fine. Così, a malincuore, il topolino abbandonò silenziosamente il suo nascondiglio, nell’involucro di uno dei computer della sala. Non senza aver mordicchiato per l’ultima volta quel bel fascio di fili colorati, dal buon sapore, con cui aveva giocato spesso da quando si trovava lì. Tre piccoli morsi veloci.

PLING! PLING! PLING!