u368 u1322 Il racconto che vi presentiamo fu scritto originalmente per Urania numero 1322 del 9 novembre 1997, che festeggiava i 45 anni della rivista. Ci fu un grande dispiego di energie e il curatore Giuseppe Lippi invitò alcuni Autori a partecipare con un loro racconto scritto appositamente. Sulla copertina apparve una versione modificata e aggiornata di un disegno di Karel Thole già apparso sul numero 368 del 1965. Tutti i racconti sono stati scritti da autori italiani: alcuni degli scrittori sono inconsueti per il genere fantascientifico, come Niccolò Ammaniti, Sandrone Dazieri, Tiziano Scarpa. Come spesso può succedere in questi casi, il racconto di Antonio Bellomi non trovò spazio in quel numero: il materiale deve essere a volte ridotto e in definitiva il curatore fa le sue scelte.
nov-G-039 Nova SF N. 39 (1999) mystero1 Il racconto venne tuttavia pubblicato nel 1999 su “Nova SF” N. 39 di Ugo Malaguti con il titolo “Il mistero della Terza Fondazione.” Successivamente fu riproposto nel primo numero della rivista “Mystero“, a cura di Luigi Cozzi e fu anche abbellito con delle false copertine di “Urania” realizzate in bianco & nero da Daniele Calanchini.

Noi abbiamo voluto imitare Cozzi, ma abbiamo rifatto le nostre copertine fasulle, questa volta a colori. Voglio segnalare che i disegni di copertina che abbiamo utilizzato sono di Giuseppe Festino, tranne per gli ultimi tre che sono le copertine originali di Karel Thole. Poi, rileggendo con attenzione il racconto, ci siamo accorti che non tutti i romanzi dichiarati nell’avventura erano degli Urania: particolare certamente sfuggito al bravo artista che ha fatto il lavoro per Mystero! Riscopriteli con noi e ci auguriamo che questa scelta risulti divertente anche per i lettori.

Come in altre pagine della nostra rivista, se cliccate sulle immagini queste diventano più grandi e meglio visibili.

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antonio_bellomiAmilcare Barca, neoscapolo trentanovenne dopo che la moglie, una fascinosa ex quasi top model, l’aveva abbandonato per un salsicciaio toscano con villa a Montecarlo e conto cifrato in Svizzera, aveva due grandi passioni nella vita: i computer e la fantascienza. Della prima aveva fatto una professione, infatti lavorava per la filiale italiana della Kwik Logic Corp. di Omaha, Nebraska, Usa, della seconda un hobby sempre più coccolato e sempre più costoso da quando aveva dovuto acquistare un appartamento più grande appositamente per conservare metri e metri di Urania, Cosmo, Galassia, Galaxy, Libra, Robot, Perry Rhodan, Perseo Libri, Amazing Stories, Analog e via via elencando in varie lingue, visto che Amilcare Barca era anche un valente linguista e non si accontentava delle sole pubblicazioni italiane.

Sua meta preferita, quando usciva d’ufficio per la pausa di colazione, era una bancarella che da tempo immemore occupava un piccolo spazio in una piazzetta del centro di Milano, accanto a una importante banca. Così, anche in quella storica, per lui, mattina di primavera del 16 aprile 1999, uscì dall’ufficio alle 13.05 e si avviò alla solita bancarella nella speranza di trovare qualche raro reperto che ancora mancasse dalla sua vasta collezione.

«Buongiorno, ingegner Barca,» lo salutò il libraio, un omino piccolo e compunto, che sembrava avere sempre occupato quello spazio almeno fin dai tempi delle Cinque giornate di Milano. «Oggi mi hanno portato un pacco di roba nuova, le interesse vedere di che si tratta?»

Chiedere ad Amilcare Barca se voleva vedere un pacco di novità, era come chiedere a goloso di pasticcini se avrebbe gradito una meringa col cioccolato. Gli occhi del nostro si accesero di cupidigia. « Roba interessante?» chiese.

L’omino tirò fuori da sotto il ripiano che gli fungeva da scrittoio un pacco incartato. «Devo confessare che non l’ho ancora esaminato. Ho controllato solo se erano libri di fantascienza, come mi ha detto chi me li ha venduti.»

«Vediamo, vediamo…» Amilcare Barca allungò le mani impazienti verso il pacco e lo disfece. Ma subito alla prima occhiata provò un senso di delusione. Erano solo una ventina di numeri di Urania, serie bianca, tutta roba che aveva da tempo in scaffale, visto che la sua collezione della mitica collana era completa.

Sollevò lo sguardo verso il librario. «Mmm, temo proprio che questa volta non ci sia niente per me. È tutta roba che già ho….» e mentre così diceva faceva passare i volumetti tra le mani più per abitudine che per altro. L’uomo che venne dal futuro di Wilson Tucker, che fra l’altro era già una ristampa, Luci e nebbie di Theodore Sturgeon, Nicolas Eymerich, Inquisitore di Valerio Evangelisti, l’autore cult della fantascienza italiana, Gli uomini nei muri di William Tenn, Terza fondazione di Isaac Asimov, un altro Eymerich di Valerio…. Improvvisamente la mano di Amilcare Barca si arrestò e tornò indietro sul volume che aveva precedentemente scartato.

terza_fondazione Terza fondazione di Isaac Asimov?

Amilcare Barca aggrottò la fronte. Strano. Per quanti sforzi facesse non riusciva proprio a ricordare quel titolo. D’accordo che Asimov negli ultimi anni aveva scritto un’iradiddio di romanzi… ma Terza fondazione? In Urania?

Controllò il numero progressivo del volumetto: 470 del 10 settembre 1967. Si trattava di un numero piuttosto vecchio. Come mai non lo ricordava? Lo esaminò più attentamente. La copertina aveva qualcosa che non quadrava. A prima vista sembrava una classica copertina di Urania: Un mondo con alti palazzi, una spirale galattica e in bella vista un ritratto di Isaac Asimov con l’immancabile cravattino a cordino, ma la mano sembrava leggermente diversa. Non molto, solo un filo. Ma aveva visto troppe copertina di Karel Thole per lasciarsi ingannare. Esaminò meglio l’illustrazione e in un angolo vide la firma che riconobbe immediatamente. Festino. Giuseppe Festino, altro celebre illustratore italiano di fantascienza.

«Questa è buona!» esclamò ad alta voce, sbalordito.

Il libraio che stava sistemando alcuni volumi in un ripiano, volse la testa verso di lui incuriosito. «Qualcosa che non va?»

«No, no,» si affrettò a dire Amilcare Barca. Ma in realtà di cose che non andavano ce n’erano parecchie. Un volume di Urania che non ricordava, un titolo di Asimov che non aveva mai sentito nominare e infine una copertina di Giuseppe Festino su un numero di Urania in un periodo in cui la collana era appannaggio esclusivo e riservatissimo del grande Karel Thole.

Scosse la testa. Troppe ore al computer, pensò. La memoria comincia a farmi cilecca. Scartabellò tra i rimanenti volumetti del pacco, ma erano tutti romanzi che ricordava perfettamente e che ovviamente possedeva. Così acquistò solo quel misterioso numero 470 e se ne tornò al lavoro.


Durante la giornata non ebbe il tempo neppure di sfogliare il volumetto come si era ripromesso di fare e in metropolitana durante il viaggio di ritorno a casa, pressato come una sardina tra altri viaggiatori, non gli fu possibile tirare fuori il volumetto dalla borsa. Così solo quando rientrò in casa ebbe la possibilità di ripescare quell’intrigante Terza fondazione. Non c’era che una cosa da fare e la fece immediatamente. Quella di consultare l’ormai dilagante collezione di Urania, che occupava tutta una parete della sua sterminata biblioteca. Dov’era il 470 ? Ecco lì il 450… un po’… più avanti allora… 469… ed eccolo il 470. Lo sfilò delicatamente e… strabuzzò gli occhi.

Urania 470, Eric Frank Russell, Copertina di Karel Thole.

Guardò il fascicolo che teneva nell’altra mano.

Festino Urania 470, Isaac Asimov, Terza fondazione. Copertina di Giuseppe.

Guardò la data di pubblicazione. Era la stessa: 10 settembre 1967. Si sedette in poltrona e contemplò i due volumetti. La cosa era assolutamente sbalorditiva. Com’era possibile che esistessero due libri con lo stesso numero, ma totalmente diversi? Uno dei due era forse un falso, stampato da un buontempone? Possibile, ma piuttosto improbabile oltre che costoso.

C’era ancora un controllo da fare. Tornò allo scaffale e sfilò il numero 469. Controllò la presentazione del prossimo numero. Eric Frank Russell, Le sentinelle del cielo. Come era logico. Altro controllo. Prese il numero 475 e scorse tra i numero usciti. Eric Frank Russell, Le sentinelle del cielo.

Non restava che la prova del nove. Il primo volumone del Pilo: Catalogo generale della fantascienza italiana. Alla voce Eric Frank Russell era elencato Le sentinelle del cielo, Urania 470, ristampa da I romanzi di Urania n. 51.

Sfogliò rapidamente le pagine del catalogo. Isaac Asimov. Una sfilza interminabile di titoli. Prima voce: A Marsport senza Hilda. Lesse attentamente tutti i titoli uno per uno, anche se, essendo in ordine alfabetico, non ce ne sarebbe stata la necessità. Ultima voce: 2430 A.D.

Finis.

Rimase pensieroso per un po’. C’era un mistero, questo era indubbio, ma come spiegarlo? Aprì Terza fondazione e lesse le prime righe. Avvincenti, non c’era dubbio. Lo stile era proprio quello del miglior Asimov. Ma lui non le aveva mai lette in vita sua, di questo era certo. Guardò il titolo originale: Third Foundation. Copyright originario 1965. Un titolo inglese che non aveva mai sentito. Ne era sicuro. Non aveva bisogno di consultare le biografie americane di Asimov. Spinto da un improvviso impulso andò in fondo al volumetto e controllò il romanzo di prossima pubblicazione.

rose_amaranto Louis Navire, Le rose amaranto di Deneb.

Altro tonfo al cuore. Pazzesco. Impossibile. Louis Navire era lo pseudonimo di Luigi Naviglio che aveva pubblicato negli anni Sessanta una serie di romanzi sulla mitica Cosmo Ponzoni. Ma sicuramente non aveva mai pubblicato, da nessuna parte Le rose amaranto di Deneb. Né tantomeno aveva mai pubblicato qualcosa su Urania. L’unico titolo di Naviglio, o Navire, che dir si voglia, e che vagamente assomigliava a questo era Rose rosse nello spazio, un racconto pubblicato e Urania471 ripubblicato su varie riviste. Il 471 della sua collezione di Urania era invece Il segreto delle Amazzoni di Mack Reynolds.

Col cuore che gli batteva all’impazzata per il presentimento di quanto avrebbe trovato consultò la pagina di Terza fondazione dove erano riportati i titoli dei volumi usciti. Se Amilcare Barca non schiattò in quel momento fu solo perché ormai la cosa se l’aspettava.

I numeri andavano dal 450 al 469 come nell’elenco riportato su Le sentinelle del cielo. Ma quelli che non quadravano erano i titoli. Invece di W.F. Moudy, C’è sempre una guerra; Mack Reynolds, Ed egli maledisse lo scandalo; Isaac Asimov, Il libro del servizio segreto e così via fino a Asimov-Bester, Metà A Metà B, erano riportati: John W. Campbell, Le supermenti di Alios; Jeff Sutton, Kriopolis; Poul Anderson, Crociera planetaria; A.E. Van Vogt, L’impero di Isher, e così via con una serie di titoli uno più strabiliante e inaudito dell’altro fino a concludere con Robert Rinball, Il giustiziere di mostri e John Bry, Cybernia.

supermenti kriopolis Kriopolis crociera Crociera planetaria isher L’impero di Isher il_giustiziere cybernia

Amilcare Barca si alzò in piedi e andò in cucina a prepararsi con mano tremante un caffè. Non c’era nessuna spiegazione logica al fatto. O meglio ce ne poteva essere una in chiave fantascientifica. Ma un conto la fantascienza è leggerla, un altro viverla.

Improvvisamente squillò il telefono e Amilcare Barca sussultò, rovesciando parte del contenuto della tazzina sul tavolo della cucina. Staccò il ricevitore. «Sì, pronto?»

«Buona sera. L’ingegner Amilcare Barca?» La voce dall’altra parte della linea era di persona sconosciuta. Una voce colta, cortese, ma anche ferma. Con un sottofondo che aveva alcunché di militaresco.

«In persona. Con chi…?»

«Sono il dottor Allegri della Novia Pubblicazioni,» lo interruppe la voce. « Ma non ci conosciamo. Le telefono perché oggi c’è stato un equivoco. Un fattorino che doveva sgomberare dei vecchi libri di archivio ha venduto su una bancarella anche un modellino che avevamo preparato per una mostra dedicato al Mistero. Avrà già capito…»

Amilcare Barca avvertì un senso di liberazione. «Ma certo, si riferisce a quella finta copia di Urania intitolata Terza fondazione.»

Che spiegazione banale. Un semplice modellino. E ci aveva perso tanto tempo ad almanaccarci sopra.

«Esattamente,» continuò la voce. «Terza fondazione. Ora come può immaginare un modellino del genere è piuttosto costoso da fare, considerato che il romanzo l’abbiamo fatto scrivere appositamente da Asimov, quindi ci terremmo a riaverlo indietro. Naturalmente lei sarà ampiamente ricompensato per il disturbo.»

«Capisco.» Amilcare Barca rifletté un attimo. «Ma sicuramente ne avrete stampata più di una copia. Non potrei tenere questa? Sa, sono un collezionista e…»

La voce dall’altra parte non perdette il tono cortese, ma divenne improvvisamente dura. «No, questo è fuor di luogo. Come dire… si tratta di un segreto industriale, se così vogliamo chiamarlo. Tutte le copie devono essere tenute sotto stretto controllo, almeno finché non avremo svolto la campagna pubblicitaria che ci ripromettiamo. Poi… magari ne potremo riparlare. Ma per il momento il volume deve tornare da noi.»

Contrariato Amilcare Barca corrugò la fronte. Fu sul punto di rispondere picche al suo interlocutore, dopo tutto lui il fascicolo l’aveva regolarmente acquistato, ma immaginò che si sarebbe cacciato in un mare di noie.

L’interlocutore approfittò della pausa per usare l’esca che reputava decisiva. «Le offriamo un milione di lire per il suo disturbo.»

Che esagerazione, pensò Amilcare Barca. Non che un milione oggi fosse un granché di cifra. Ma per un finto volumetto di Urania era pur sempre un’enormità.

«D’accordo,» rispose rassegnato. «Potrete mandarmi domattina un fattorino in ufficio. Vi do l’indirizzo…»

«Non è necessario. Passiamo noi da lei stasera stessa. Saremo lì fra venti minuti.»

«D’accordo,» ripeté Amilcare Barca per la seconda volta. Così non sarebbe neppure riuscito a leggerlo di straforo quel dannato romanzo. Si consolò pensando che gli avevano fatto una mezza promessa di fargliene avere più avanti una copia.

Aveva già riappeso da un paio di minuti quando lo colpì un fatto. Non gli avevano neppure chiesto l’indirizzo. Il suo nome potevano esserselo procurati dal libraio, questo era evidente, ma come avevano avuto il suo numero di telefono, visto che l’apparecchio era ancora intestato alla moglie? E l’indirizzo? Il libraio non conosceva né l’uno né l’altro.

 


 

Gli uomini arrivarono esattamente dopo venti minuti, come promesso. Erano entrambi sulla quarantina, dal piglio deciso, vestito dirigenziale color antracite, capelli tagliati corti. Il più autoritario dei due risultò essere il dottor Allegri.

«Posso offrirvi qualcosa?» chiese Amilcare Barca, tanto per avere il tempo di studiarli meglio. «Un aperitivo, un caffè?»

«No, grazie, abbiamo molta fretta.» disse il dottor Allegri.«Come può immaginare questa faccenda ci ha fatto perdere molto tempo.»

Amilcare Barca avrebbe voluto fare osservare che la cosa non gli pareva avere tanta urgenza — dopo tutto avrebbero anche potuto rimandare la consegna al giorno dopo — ma preferì lasciare perdere e porse il fascicolo.

Il dottor Allegri lo esaminò rapidamente e annuì. «Benissimo. Naturalmente lei non ha fatto fotocopie, vero?»

Amilcare Barca si diede del cretino per non averci pensato. In casa non aveva una fotocopiatrice e neppure uno scanner, ma in venti minuti sarebbe forse riuscito a fotografare tutto il volumetto, peraltro abbastanza smilzo, col flash. Pazienza, un’occasione sprecata.

Il dottor Allegri gli porse una busta che conteneva alcune banconote da cinquantamila nuove fiammanti. «Questo per il suo disturbo. Non sa quanto le siamo grati per la sua collaborazione.» Lo disse con un tono cordiale, ma aveva gli occhi freddi e le labbra strette. Amilcare Barca si sentì a disagio.

Quando gli uomini uscirono li accompagnò all’ascensore, poi, mentre questo scendeva, imboccò le scale di corsa arrivando in fondo proprio mentre i due uscivano dal portone. Li vide salire su una BMW nera e quando l’auto si staccò dal marciapiede saltò in sella alla motocicletta che aveva precedentemente parcheggiata in strada nei venti minuti d’attesa.

Sono proprio curioso di vedere dove andate, si disse, mentre seguiva l’auto da una certa distanza per non farsi notare. Perché c’era un’altra cosa insolita in tutta quella faccenda. Aveva consultato l’annuario delle case editrici italiane che casualmente aveva in casa e non aveva trovato nessuna Novia Pubblicazioni.

Indubbiamente doveva trattarsi di un’organizzazione molto potente, dotata di mezzi sofisticati o di entrature d’alto livello con le autorità. Altrimenti come avrebbero potuto procurarsi tutte quelle informazioni nel giro di un pomeriggio?

La BMW aveva preso la direzione di viale Palmanova che imboccò a velocità abbastanza sostenuta. Amilcare Barca, sempre più incuriosito, non era intenzionato a mollare l’inseguimento. Il traffico era ancora abbastanza intenso da impedire che la sua motocicletta venisse notata. Percorso il Palmanova, la BMW imboccò la tangenziale est e da quella si portò sulla Paullese. Dopo un quarto d’ora circa le case cominciarono a diradarsi e a un certo punto l’auto svoltò in una strada che sembrava inoltrarsi verso campi coltivati.

Amilcare Barca lasciò anche lui la strada principale ma ebbe l’accortezza di spegnere le luci della moto. Ora viaggiare era diventato alquanto rischioso, perché la scarsa luce di un cielo semicoperto non permetteva di vedere bene la strada, ma fortunatamente anche se si trattava di un viottolo ad uso quasi esclusivamente agricolo esso era asfaltato e privo di buche di rilevanti proporzioni.

A un tratto, Amilcare Barca aguzzò gli occhi. La BMW viaggiava a un centinaio di metri davanti a lui, forse centocinquanta, ma più avanti ancora si intravedeva come un piccolo vortice di nebbiolina rosso brace. Un vortice che sembrava ingrandirsi a mano a mano che i due mezzi si avvicinavano, come se fosse fisso in mezzo alla strada.

«Che cosa sta succedendo?» si chiese Amilcare Barca. Cosa poteva mai essere quella nebbia rossastra in un paesaggio assolutamente privo di bruma?

La BMW acquistò improvvisamente velocità, come se il conducente avesse accelerato. Che mi abbiano scorto? si chiese di nuovo Amilcare Barca, adesso un po’ preoccupato per la piega che stavano prendendo gli avvenimenti. Trovarsi in un viottolo deserto solo contro gli occupanti di quell’auto era sicuro che sarebbe stata un’esperienza spiacevole. Sotto al loro maschera di fredda cortesia e finta cordialità, aveva scorto una durezza da poliziotti o militari, su questa non aveva dubbi.

Ora il vortice color bragia era vicinissimo, la BMW parve aumentare ancora la velocità e vi si infilò proprio in mezzo…

… e scomparve.

Subito dopo, il vortice, che era grande quanto una casa colonica, cominciò a ridursi di dimensioni, roteando sempre più vorticosamente. Amilcare Barca non ebbe esitazioni. Era arrivato fino a quel punto e non intendeva lasciarsi sfuggire la BMW. Non capiva cosa era successo, ma era deciso ad andare fino infondo per scoprirlo.

A sfidare fantascientificamente l’ignoto! si disse in preda a un’esaltazione per lui inconsueta. Per la prima volta nella sua vita si sentiva protagonista di un avvenimento che intuiva grandioso ed era deciso a vivere quell’avventura fino in fondo. Diede gas alla moto, accese il faro per evitare qualche brutto capitombolo proprio nel momento decisivo e si avventò anche lui verso il vortice.

Questo si era ridotto di dimensioni alla metà di quelle originarie e continuava a restringersi rapidamente. Alla moto ormai mancavano solo una trentina di metri prima di raggiungerla, ma Amilcare Barca temette di non fare in tempo. Era sicuro che se quel vortice luminescente si fosse chiuso non sarebbe mai riuscito a raggiungere gli occupanti della BMW.

Una nuova smanettata. La moto rombò al massimo dei giri. Il vortice continuò a chiudersi inesorabilmente, ridotto ormai alle dimensioni di un uscio di casa.

E la Guzzi del dottor Amilcare Barca, ingegnere informatico in quel di Milano, lo imboccò con assoluta precisione proprio un istante prima che si chiudesse alle sue spalle.

Un guscio ovattato di bragia. Questa fu la sua prima impressione. Un guscio dove ogni rumore era assente, anche quello del motore della moto. La sensazione durò pochissimi secondi, quattro o cinque al massimo, poi Amilcare Barca fu come sputato fuori dall’altra parte.

E si ritrovò esattamente sul viottolo di campagna, nelle stesse identiche condizioni di prima. Solo che la BMW era scomparsa. Il tracciato della strada era visibile per almeno trecento metri, perché, anche se il viottolo compiva un paio di curve, non c’erano alberi o dossi che ostacolassero la visuale e si vedeva perfettamente che sulla strada non c’era nessuno.

Dove erano finiti?

Amilcare Barca continuò a viaggiare alla massima velocità per qualche minuto ma non ci fu verso di ritrovare la BMW. Eppure se fosse stata su quella strada l’avrebbe senz’altro incontrata, perché non era quello un luogo in cui l’auto potesse sfruttare tutta la potenza dei suoi motori. Quando il viottolo, dopo avere attraversato vari campi, si immise su una strada ad alto scorrimento, Amilcare Barca capì che la BMW coi suoi occupanti era ormai irrimediabilmente persa.

 


 

Il giorno dopo, a metà mattina chiese un paio d’ore di permesso. Quella era l’ora che di solito il libraio apriva la sua bancarella e Amilcare Barca era troppo divorato dall’ansia di chiedergli maggiori informazioni sugli uomini in nero che erano venuti a casa sua la sera precedente per aspettare la regolare uscita della pausa pranzo. Chissà se il libraio avrebbe saputo dargli qualche indicazione. Magari li conosceva personalmente o aveva sentito dire qualcosa che potesse metterlo sulla strada giusta per ritrovarli. Quasi di corsa raggiunse la solita piazzetta dove da sempre il libraio esponeva la sua merce e qui si arrestò di botto col cuore che gli era balzato improvvisamente in gola. E non per la corsa.

Nel punto esatto in cui da sempre era ferma la bancarella, ora sorgeva un chiosco di bibite. Amilcare Barca respirò a fondo e attese che il cuore gli si calmasse prima di muovere in quella direzione. Calma, si disse. Ci sarà una spiegazione.

La piazza era in tutto e per tutto identica a quella di sempre. Perfino il cestino portarifiuti avvitato a un lampione aveva una lunga incrinatura trasversale vecchia ormai di anni. No, non era cambiato nulla. Nulla… tranne la bancarella che non c’era più. Si avvicinò al chiosco delle bibite e chiese un’aranciata. Il proprietario era un tizio massiccio, coi baffoni alla Saddam Hussein e l’aria piuttosto scorbutica. Gli posò di malagrazia il bicchiere sul ripiano e disse: « Tremila.»

Amilcare bevve solo un sorso. Poi aspettò che il barista servisse un altro cliente prima di chiedergli:«È molto che è qui lei?»

«Dalle otto di stamattina, ma a lei che gliene frega?»

Poco incoraggiante la conversazione. Ma Amilcare Barca doveva assolutamente sapere. «No, non intendevo questo. Volevo sapere solo se è da molto tempo che c’è questo chiosco.»

L’omaccione posò le mani sul ripiano come per fare meglio sfoggio dei suoi muscoli. Il suo guardo non era per nulla cordiale. «Non so perché mi fa queste domande, caro signore. Ma se può servire per toglierla dai piedi le dirò che sono qui esattamente da dieci anni e prima di me c’era qui mio padre. E adesso aria. Non mi piacciono i curiosi.»

Dieci anni. Amilcare Barca si allontanò con la mente in subbuglio. Stava forse impazzendo? Il giorno prima in quel punto c’era un librario che si chiamava Achille (di lui sapeva solo il nome, non il cognome). E da almeno cinque anni comperava regolarmente libri su quella bancarella e anche ieri ne aveva acquistato uno intitolato Terza fondazione di Isaac Asimov.

Già, dimostralo, si disse. Forse sto diventando davvero matto.

Sbirciò da lontano il chiosco e constatò che non era affatto nuovo. Anzi si vedeva l’usura del tempo. E gli spruzzi canini. Ma non era ancora del tutto convinto. Quegli uomini in nero gli erano sembrati assai potenti. Perché non avrebbero potuto operare la sostituzione nel giro di una notte?

Be’, a rifletterci bene la cosa non era così semplice, dovette convenire. Per lo meno qualche vigile di zona sarebbe venuto a indagare. Questo era sicuro. Comunque Amilcare Barca volle togliersi un’ultima curiosità. Proprio su un lato della piazzetta, tra il colonnato di un vecchio palazzo, sorgeva un’edicola. Acquistò un quotidiano, il primo che gli capitò tra le mani, e alla signora che stava nel gabbiotto chiese: «Mi scusi, sa dirmi da quanto tempo c’è quel chiosco di bibite là sulla piazzetta?»

Questa volta la sua interlocutrice fu molto cordiale e per nulla incuriosita da una domanda così insolita. «Oh, almeno da cinque anni senz’altro. Quando ho rilevato questa edicola c’era già. Ma sono sicura che c’è da molto più tempo.»

Amilcare Barca deglutì a fatica. «Che lei sappia non c’è mai stata una bancarella di libri usati in questa piazza? Mi sembrava…»

«No, no,» l’interruppe la signora, mentre dava automaticamente il resto a un cliente che aveva acquistato Il Sole 24 Ore.      «C’è sempre stato il chiosco.»

Amilcare Barca si allontanò barcollando. Cosa succedeva? Quell’avventura aveva qualcosa dell’incredibile.

Non se la sentiva di tornare in ufficio e prese la strada di casa. Avrebbe telefonato più tardi adducendo la scusa di un malore. E in effetti non si sentiva proprio a posto di testa, quel giorno. Mangiò di malavoglia un panino nel bar sotto casa, un osceno panino fatto di pane spugnoso e di una fetta trasparente di prosciutto strettamente imparentato col PVC prima di rifugiarsi nella sicura quiete del suo studio. L’avvolgente intimità della sua collezione di libri di fantascienza gli fu di conforto. Di fronte aveva la parete con tutta la collezione di Urania disposta in bell’ordine. A sinistra, c’era lo scaffale strapieno delle edizioni Nord e accanto a esso quello dei bellissimi libri ormai introvabili della Libra Editrice. Di quest’ultima casa aveva perfino conosciuto il direttore nel corso di una convention. Un simpatico buongustaio, oltre che competente direttore e scrittore, che si chiamava Ugo Malaguti. Gli aveva perfino autografato un suo romanzo Il palazzo nel cielo. Preso da un improvviso impulso andò a ripescare il volume. Ora la copertina era un po’ ingiallita per il tempo. Ma vi spiccava sempre la bella copertina di Allison e il nome dell’autore: Hugh Maylon.

Si passò una mano sulla fronte. No, no. Malaguti aveva usato quello pseudonimo solo nelle sue prime opere pubblicate nella vecchia collana della Cosmo Ponzoni: romanzi avventurosi e elettrizzanti, ma di tanti anni prima. Per tutte le sue opere più recenti aveva sempre usato il suo vero nome, e Il palazzo nel cielo non faceva eccezione.

Cosa succedeva?

Urania. Doveva controllare di nuovo Urania. Un sospetto gli attraversava la testa. Controllò di nuovo il famigerato numero 470.

u470 Eric Frank Russell Le sentinelle del cielo.

Tirò un sospiro di sollievo. Controllò a caso qua e là i titoli della collana. Tutti regolari. Tutti nomi di autori e di opere che ricordava perfettamente. E nessuna Terza fondazione. Prese l’ultimo numero uscito. Era Messaggi per la mente di Damon Knight, curatore della collana Giuseppe Lippi. Ricontrollò i volumi della Libra. Anche qui tutto regolare. Autori e titoli combaciavano col suo database mentale. C’era solo quel Hugh Maylon che stonava. Ma a volte la memoria gioca scherzi strani. Forse aveva male ricordato. Controllò e ricontrollò a campione tutta la sua vasta collezione. Di nuovo tutto regolare. C’era solo un piccolo particolare. Per quanti sforzi facesse, non riuscì più a trovare gli otto numeri della mitica collana Futuro, diretta da Lino Aldani. Chissà dove li aveva ficcati. Sembravano essersi letteralmente volatilizzati.

Decise di dormirci sopra. Era la cosa più saggia da fare.

 


Dicono che la notte porta consiglio. Se non altro ristora, almeno quando si dorme bene. E fortunatamente Amilcare Barca si fece una bella nottata di sonno tranquilla e riposante. Si risvegliò alle 6, scattante come un grillo, si fece la doccia, la barba, e si preparò perfino la colazione con un bel toast e succo d’arancia, visto che aveva tempo e alle 7.30 uscì di casa con la ventiquattrore in mano e fischiettando allegramente. Era sicuro che alla fine avrebbe trovato qualche spiegazione razionale a tutto quel che era accaduto. O forse voleva solo illudersi, chissà.

Attraversò la strada servendosi delle strisce pedonali e si avviò verso piazza Piola per prendere la linea due della metropolitana che l’avrebbe portato in piazza Loreto. Svoltò l’angolo, di via Pacini, percorse i quindici metri circa che lo separavano dalla fermata della metropolitana e… si bloccò di colpo.

Della scala che portava alla metropolitana non c’era traccia. Si guardò intorno sbalordito e controllò ogni punto di riferimento. Sì, era proprio l’inizio di via Pacini. C’era il bar sull’angolo, il piccolo negozio di salumiere, quello del droghiere… ma non c’era la fermata della metropolitana. E non c’era neanche l’entrata dalla parte opposta di via Pacini. Proprio si era volatilizzata.

Una bella ragazza bionda coi libri sotto il braccio, un’universitaria probabilmente, vista l’età, gli stava passando di fianco in quel momento. Allungò una mano per fermarla. «Scusi,» disse con voce incerta.

La ragazza lo guardò di primo acchito male, come se pensasse che volesse abbordarla, poi evidentemente ne ricevette un’impressione non del tutto negativa, perché si fermò, anche se un po’ guardinga. «Sì?»

«Mi scusi,» ripeté Amilcare Barca. «Sto cercando la fermata della metropolitana. Credevo che fosse qui…»

«La metropolitana?» la biondina lo guardò esterrefatta e si scostò di un passo, come se non capisse bene con chi aveva a che fare. «Ma che metropolitana? Crede di essere a Londra? Qui a Milano non hanno mai trovato il tempo di farla. Loro hanno le tangenti a cui pensare.»

E dopo avere così sentenziato nei confronti degli amministratori cittadini, tirò via dritta senza più degnare Amilcare Barca di un solo sguardo. Probabilmente pensava che quel distinto giovanotto tutto sommato dovesse avere qualche rotella fuori posto.

Amilcare Barca a quel punto cominciò ad avere anche lui lo stesso sospetto. Si accostò al muro e vi appoggiò le spalle in cerca di sicurezza. Milano aveva una metropolitana. L’aveva dai lontani anni Sessanta gli sembrava. E adesso era il 1999. Com’era possibile che non fosse mai esistita?

Era di nuovo la follia del giorno precedente che continuava. Amilcare Barca decise che era meglio rientrare in casa, perché non osava sfidare ulteriormente l’ignoto. Avrebbe telefonato in ufficio e avrebbe chiesto due o tre giorni di ferie. Tanto per chiarirsi le idee. O magari per farsi visitare da uno psichiatra. Forse a quel punto era la soluzione migliore. C’era quel suo compagno di liceo, come si chiamava… sì, Giovanni Previati che era diventato uno psichiatra abbastanza noto. Gli avrebbe telefonato e gli avrebbe chiesto un appuntamento d’urgenza.

 


 

Lo psichiatra non gli fu di grande aiuto. Giovanni Previati era ingrassato in quegli anni e insieme alla pancia aveva messo su uno studio mega con segretaria in mini mozzafiato. Era diventato anche un luminare, dando retta agli attestati di prestigiosi istituti italiani e stranieri che gli costellavano l’ufficio.

Ma la sua diagnosi fu molto semplice e lapidaria.

«Depressione, mio caro, Amilcare. Troppo lavoro e troppa tensione. Voi con tutti quei computer diventerete tutti picchiati, se prima non avrete fatto diventare picchiati noi. Guarda qui..» gli mostrò una bolletta della Telecom che aveva sulla scrivania. «Sessanta milioni di bolletta. Un errore naturalmente, l’hanno riconosciuto subito, ma chi l’ha fatto, eh, dimmelo… i vostri dannati computer, naturalmente.»

«Ma io…» Amilcare si sentiva molto confuso e quel vociare lo rendeva ancora più frastornato. «Io, sono sempre stato equilibrato. E poi, sì, dopo che mia moglie mi ha piantato mi sono sentito un po’ spaesato, ma sai il lavoro, le letture…»

Lo psichiatra fece un versaccio. «Già, le tue letture preferite, le ricordo bene. Quei giallacci di Mike Spillane e James Bund… dovresti leggere qualcosa di più tranquillo… di più rilassante…»

«Ma io…» cominciò Amilcare Barca, al quale i gialli non erano mai piaciuti e James Bond non l’aveva mai sopportato neanche in film…

E poi, perché Bund… perché Bund in nome di Dio?

«Senti, Amilcare,» lo psichiatra lo prese confidenzialmente sotto braccio. «Non ti do medicine e neanche ti chiedo di venire qui a farti una decina di sedute. Magari per questo vedremo più avanti. Secondo me adesso hai bisogno solo di distrarti e non pensare al lavoro per un certo periodo. Fatti dare una quindicina di giorni di malattia dal tuo medico, oppure prenditi una paio di settimane di ferie. Poi telefonami che ti combino una bella serata.» Gli ammiccò con aria complice. «Ho un giretto di russe che sono uno zuccherino. Ragazze fini, eh, laureate e modelle. Sta solo attento perché quelle cercano il merlo per tirare al matrimonio e alla cittadinanza. Ma per il resto… fiùùù.»

Quando finalmente Amilcare Barca riuscì a liberarsi dell’amico psichiatra aveva la testa più confusa che mai e in tasca un biglietto col numero di telefono di una ammaliante Natascia a cui avrebbe dovuto telefonare assolutamente quella sera stessa. Ma in realtà non aveva nessuna voglia né di Natascie né di Olghe né di Tatiane.

Si rifugiò ancora una volta nel suo studio biblioteca e provò un grande senso di rilassatezza osservando la sua immensa collezione.

Anche questa volta il primo impulso fu di controllare il numero 470 di Urania. Era sempre Le sentinelle del cielo di Eric Frank Russell. E l’ultimo numero uscito era sempre Messaggi per la mente di Damon Knight. Invece quando andò a ricontrollare Il palazzo nel cielo vide che in copertina era riportato correttamente il nome dell’autore, Ugo Malaguti. Evidentemente la sera prima la stanchezza l’aveva tradito facendogli leggere Hugh Maylon. Anche gli otto numeri di Futuro erano rispuntati fuori. Si trovavano esattamente al loro posto. Strano che gli fossero sfuggiti.

Tirò un sospiro di sollievo. Per lo meno in casa sua era tutto normale. Sì, i libri sembravano esserci tutti. Ecco lì per esempio la collezione di Robot diretta da Vittorio Curtoni e Orizzonti diretta da Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco. Per curiosità ne tirò fuori due numeri, uno per serie. Andò a controllare i nomi.

Vittorio Curtoni c’era, ma Orizzonti era diretta dal solo Gianfranco dei Torriani.

La testa gli turbinò e dovette sedersi. Stava proprio diventando matto, nonostante le assicurazioni del suo amico Giovanni Previati? Guardò i libri che stipavano il salone doppio che costituiva il suo studio e non trovò il coraggio di andare a controllare volume per volume. Non avrebbe avuto la forza di resistere a ulteriori mazzate.

«Al diavolo tutto,» esclamò a un tratto. Prese di tasca il foglietto che gli aveva dato lo psichiatra e compose il numero di Natascia Pinkopallinova o come diavolo si chiamava.

Gli rispose una voce calda e sensuale ma indubbiamente maschile. «Como? O senhor errou. Aqui não está alguma Natascia…»

Amilcare Barca lasciò cadere il ricevitore come se fosse un pezzo di ferro rovente. Quella non era la fascinosa Natascia promessa… gli sembrava piuttosto un viado… che diamine!

Giovanni Previati aveva sempre amato gli scherzi, ma questa volta aveva davvero esagerato. Non gliel’avrebbe fatta passare liscia. Inferocito prese il telefono e compose il numero.

Gli rispose una voce di donna. «Macelleria araba. Desidera?»

Amilcare Barca si sentì improvvisamente fradicio di sudore. Ora era sicuro di essere ammattito veramente. Solo quattro ore prima aveva telefonato a quel numero e gli aveva risposto il vecchio compagno di liceo.

Barcollando andò in cucina per bere un bicchiere di acqua fresca. Ne aveva assolutamente bisogno. Aveva appena svuotato il bicchiere quando sentì suonare alla porta d’ingresso. Chi poteva essere a quell’ora? Sapevano tutti che non era mai in casa.

Non aveva voglia di vedere nessuno, ma la curiosità ebbe il sopravvento. Anche perché il campanello era tornato a squillare e il suono aveva qualcosa di imperioso.

Sulla soglia c’erano due uomini. Vestiti in abito dirigenziale antracite, capelli corti. I due uomini di due sere prima. Il dottor Allegri e quell’altro.

Non gli dettero neppure il tempo di dire bah. «Venga con noi.» E non era un invito, ma un ordine. Molto perentorio. Il dottor Allegri gli voltò le spalle e l’altro lo prese per un braccio. Discretamente, ma con dita d’acciaio, presa alla Digos, insomma. Non si curarono neppure di chiudere la porta di casa.

«Dove mi portate?» protestò Amilcare Barca con un filo di voce. E quando nessuno gli diede rette sbottò: «In fin dei conti mi sembra di avere diritto a una spiegazione!»

Il dottor Allegri lo guardò fisso con quei suoi occhi d’acciaio. «Lei ha fatto molto male a seguirci l’altra sera. Molto male. Non immagina neanche che casino ha combinato.»

Lo ficcarono dentro la BMW che aveva già visto e al cui volante c’era un terzo uomo che non si voltò neppure a guardarlo e ripartirono.

Amilcare Barca, che si trovava incastrato tra il dottor Allegri e l’altro uomo, si aggrappò allo schienale del guidatore. «Fermatevi! Io ho il diritto di sapere dove mi portate.»

Con una manata in petto l’altro uomo lo fece ricadere contro lo schienale. «Buono. Non ci dia altri problemi. Le assicuro che ha già fatto abbastanza.»

L’automobile prese ancora una volta il viale Palmanova e poi la tangenziale est. Sembrava che quegli uomini fossero intenzionati a compiere esattamente il tragitto della volta precedente. Amilcare Barca ne ebbe conferma quando lasciarono la Paullese per imboccare il viottolo asfaltato che dava in mezzo ai campi. Si sentì ricoprire la fronte di sudore al pensiero di quello che lo attendeva più avanti. Perché quella cosa si sarebbe ripetuta, ne era sicuro, ma questa volta ci sarebbe stato un esito diverso.

«Strada sgombra,» disse il dottor Allegri all’autista. «Puoi attivare il transfer. Ma vedi di sbrigarti prima che qualche altro idiota ci venga a sbattere dentro.»

Amilcare Barca capì che il primo idiota a cui si riferivano era lui e masticò amaro. Ma chi credevano di essere quei due gorilla?

La macchina accelerò. A un centinaio di metri da essa si concretizzò una nuvoletta color bragia, ma molto meno brillante rispetto a quella della sera fatidica, perché questa volta c’era il sole e la luminosità risultava dispersa. La BMW percorse in un lampo i cento metri che la separavano dalla nuvola e vi si infilò in mezzo attraversandola da parte a parte in una frazione di secondo. Amilcare Barca si era atteso quei tre o quattro secondi di sospensione che aveva vissuto la prima volta, invece tutto avvenne in un lampo.

La macchina sbucò dall’altra parte.. e continuò a viaggiare tranquilla sull’asfalto. Amilcare Barca storse leggermente il collo per guardare dal finestrino posteriore e vide che la nuvoletta si stava riducendo di dimensioni esattamente come la volta precedente. Nel giro di qualche secondo era scomparsa del tutto.

Solo allora gli uomini si rilassarono. Il dottor Allegri emise un sospiro di sollievo e si slacciò il colletto della camicia. Tutto d’un tratto sembrava essersi rilassato. Poi si volse verso di lui e in tono lievemente più cordiale, ma non di troppo, gli disse. «Sa, la sua bella trovata dell’altra sera ha combinato un mezzo disastro a livello dimensionale, caro ingegnere. Se non fossimo intervenuti in tempo non so che sconquasso di proporzioni cosmiche sarebbe potuto succedere.»

Questa volta Amilcare Barca si impennò. «Se qualcuno avesse la bontà di spiegarmi,» cominciò. Era molto irritato, ma anche incuriosito. In ogni caso però non gli andava di sentirsi rivolgere accuse che non era in grado di comprendere.

Il dottor Allegri sospirò. «Sì, mi pare che abbia diritto a una spiegazione. Anche perché a questo punto…»

Non terminò la frase e batté invece sulla spalla del conducente. «Rallenta. Poco più avanti c’è una vecchia osteria. Almeno spero che ci sia ancora. Fermiamoci a bere qualcosa. Intanto daremo tutte le spiegazioni al nostro amico.»

 


 

L’osteria fortunatamente c’era ed era aperta. Non faceva freddo e si sedettero sotto il pergolato dove la padrona servì una caraffa di vino bianco frizzante.

«Sono molto ansioso di sentire la spiegazione,» disse umilmente Amilcare Barca. In realtà avrebbe voluto fare la voce grossa, ma aveva la netta sensazione che era molto meglio non provarcisi.

Il dottor Allegri bevve un sorso di vinello. Poi cominciò. «Forse lei conosce la teoria dei mondi paralleli, visto che è un lettore di fantascienza. In realtà non esiste una sola Terra, ma tutta una fila di Terre una accanto all’altra separate da un muro dimensionale che impedisce che gli avvenimenti di una interagiscano con quelli delle altre. Solo che qualche volta qualcosa non funziona e si verificano piccoli intoppi.»

«Come nel mio caso ,» azzardò Amilcare Barca.

Il dottor Allegri gli rivolse un’occhiataccia. «Lei non è stato un piccolo intoppo, ma un pericolo su scala universale.»

Gulp. Amilcare Barca si rannicchiò sulla sua sedia, in attesa di sentire il resto.

«L’episodio Terza fondazione del volumetto di Urania di Isaac Asimov era di per sé insignificante. Per tutta una serie di circostanze che non starò qui a spiegarle il volumetto era uscito dal suo ambito dimensionale per penetrare in quello della Terra da lei abitata. E a questo punto doveva essere recuperato e riportato nella sua propria sede.»

«Da voi,» azzardò Amilcare Barca.

«Da noi,» confermò il dottor Allegri. «A questo punto bisogna che aggiunga che noi apparteniamo alla Terra Zero, quella per così dire originaria, da cui le altre si sono generate tramite intrecci dimensionali nel corso del tempo. Sotto certi aspetti siamo anche un po’ più evoluti tecnologicamente, per lo meno sotto il profilo degli studi dimensionali e abbiamo costituito uno specifico corpo di polizia per individuare i casi di dislocazioni dimensionali e riportare il flusso degli eventi nell’arco della normalità.»

Per quanto suonasse assurda, quella storia non trovò obiezioni in Amilcare Barca. Ora cominciavano a chiarirsi molte cose. «Immagino che sia molto importante che il flusso degli eventi sia mantenuto regolare,» osservò.

«Importantissimo,» confermò il dottor Allegri con un cenno di capo. «Un evento in se stesso può apparire minimo, ma le ripercussioni a cascata protratte nel tempo su una determinata Terra possono portare ad alterazioni che possono minare l’esistenza stessa del pianeta.»

«Così siete venuti a riprendervi il vostro Terza fondazione e a riportarlo sulla vostra Terra,» osservò Amilcare Barca.

«No, no.» Il dottor Allegri scosse la testa. «Quel volumetto non appartiene alla mia Terra, ma alla Terra per così dire numero 357. Ed è lì che l’abbiamo riportato. O meglio non proprio lì, ma questa è un’altra faccenda che non la riguarda,» aggiunse brutalmente. «Nella mia dimensione la rivista Urania neanche esiste.»

Il dottor Allegri fece una pausa e il cervello di Amilcare Barca si mise ad almanaccare. C’era un punto che non capiva proprio.

«Senta,» azzardò dopo un istante. «Se il volumetto è stato riportato nella sua dimensione d’appartenenza o dove diavolo sia… io che centro? Perché costituivo un pericolo?»

Il compagno del dottor Allegri si lasciò sfuggire un risolino, ma il suo capo lo raggelò con un’occhiata. «Vede, ingegner Barca,» spiegò, tornando a rivolgersi all’ingegnere informatico, «tutto sarebbe stato perfettamente a posto se lei non avesse deciso di seguirci. Purtroppo noi non ce ne siamo accorti e quando siamo entrati nel campo di trasferimento dimensionale non sapevamo di averla alle calcagna. Purtroppo, e qui viene il brutto della faccenda, lei l’ha attraversato quando ormai la porta dimensionale si stava chiudendo. Altrimenti sarebbe passato tranquillamente con noi nella dimensione di Terra 357 e non sarebbe successo assolutamente niente. Ma lei si è trovato per quattro o cinque secondi in sospeso in una zona dimensionalmente nulla e in quella frazione di tempo si è caricato di energia dimensionale trasformandosi in un’autentica bomba in grado di distruggere tutto l’universo.»

«Io?» esclamò Amilcare Barca, incredulo.

«Proprio lei,» annuì il dottor Allegri, per nulla divertito. «Si è venuto così a innescare un fenomeno di instabilità dimensionale in cui lei passava da una dimensione all’altra con moto sempre più accelerato creando e disfacendo a ogni passaggio un nucleo dimensionale e ogni volta lei si caricava di energia finché alla fine avrebbe provocato, a livello dimensionale, l’equivalente di un big bang cosmico.»

Amilcare Barca si sentì girare la testa. «Ma perché?» chiese.« Me lo sa spiegare in termini comprensibili?»

Il dottor Allegri emise un risolino. «In parole povere, lei non apparteneva più a nessuna dimensione. Era una persona dislocata, carica di energia distruttiva.»

Amilcare Barca rabbrividì. Neppure un istante pensò che l’uomo stesse scherzando. Era certo che tutto quello che aveva sentito era vero, tragicamente vero.

«E adesso?»

«Adesso,» riprese il dottor Allegri , «noi le abbiamo fatto riattraversare la soglia dimensionale in modo regolare. Tutta l’energia di cui lei era carico si è dispersa in mille rivoli innocui lungo i percorsi dimensionali e lei si è rilocato in una dimensione creatasi automaticamente al momento del suo passaggio.»

Amilcare Barca capì immediatamente le implicazioni di quanto gli era stato detto. «Vuol dire che questa non è più, dimensionalmente, la mia Terra?»

«A dire il vero,» rispose con nero umorismo il dottor Allegri, «non so neppure io di che Terra si tratti. L’energia di cui era carico ci ha sparati alla cieca nelle vie dimensionali. Di certo questa non è la sua Terra, per la semplice ragione che essa è stata distrutta nel corso dei suoi vorticosi passaggi dimensionali, almeno credo, perché potrebbe anche essere finita in un secondo piano di ordini dimensionali a cui noi non abbiamo ancora avuto modo di accedere. Comunque, d’ora in poi questo sarà il mondo in cui dovrà vivere.»

Amilcare Barca si alzò in piedi infuriato. «Già, ma io che farò su questa Terra. Dove abito, che vita conduco. Chi sono in realtà?»

«Questo lo scopriremo presto ,» disse il dottor Allegri. «Ma per una legge costante di armonia universale le posso assicurare che se lei è finito in questa dimensione vuol dire che qui ha una sua precisa collocazione. Stabile.»

 


 

E infatti il dottor Allegri dimostrò di avere ragione. Dopo avere consultato un computer di bordo per una decina di minuti, lo portò con la BMW esattamente nella stessa via nei pressi di piazza Piola in cui aveva sempre abitato. Anche la casa era la stessa. I due uomini lo accompagnarono fin davanti all’uscio di casa e quando ebbero constatato che la chiave di cui Amilcare Barca era in possesso funzionava perfettamente non vollero neppure entrare.

«La nostra missione termina qui,» disse il dottor Allegri per la prima volta in tono cordiale e porgendogli la mano. «Le auguro una vita piacevole e, soprattutto… non ci dia più problemi in futuro.»

Ma lo disse quasi ridendo e Amilcare Barca non se la prese. Entrò nell’appartamento e si guardò attorno. Era tutto più o meno uguale all’appartamento che aveva sempre avuto. Anzi non notò nulla di diverso. Si fece un caffè per schiarirsi le idee, poi andò nello studio. Era quello il suo rifugio. Fece per sedersi in poltrona, quando l’occhio gli corse casualmente verso la grande parete contenente tutti i numeri di Urania. Era lì che era cominciato tutto. Era quello il suo punto di riferimento.

Come attratto da una forza irresistibile si avvicinò alla fila che conteneva i primi numeri e ne controllò automaticamente autori e titoli.
1 — A. E. Van Vogt — Il segreto dei Lan
2 — Arthur C. Clarke — I crateri della Luna
3 — Robert Heinlein — Marte è una severa maestra

i_lan crateri severa_maestra

Arretrò sbalordito di un passo senza osare mettere le mani su quei volumi dai titoli assurdi. In che razza di mondo era finito? Guardò nella fila seguente, un centinaio di numeri più avanti.

105 — Clifford D. Simak — Dopo i robot…
106 — Theodore Sturgeon — Smeraldi sognanti

smeraldi dopo_i_robot Poi Amilcare Barca guardò più attentamente e strabuzzò gli occhi. Quella era una collezione di Urania totalmente diversa da quella che esisteva nella sua Terra originaria. Prima di tutto non si chiamava neppure Urania, ma Uranos. E questo era già assurdamente folle. In secondo luogo i titoli ricordavano altri titoli ben noti, ma differivano sempre per qualche elemento. E fu anche sicuro, assolutamente sicuro che i romanzi fossero ben diversi. Le copertine però erano sempre di Karel Thole, anche le prime, con illustrazioni però totalmente differenti. E l’editore non era più Mondadori, ma una casa editrice chiamata Pegaso Edizioni. Quando le mani avrebbero smesso di tremargli avrebbe controllato direttamente.

entropia vlad koptor_newton pigreco Ma c’erano anche autori nuovi. Victor Stump con Entropia lunare, Donald Highseas con Vlad, il tiranno dei mondi, Jack Azimov con L’enigma del pigreco… e… Johnny Pyle con Koptor Newton, il distruttore.

E c’era perfino un Super Special di Anton Bell, Uriel Qeta Planetologo, che non era mai comparso nella collezione di Urania! uriel_qetae

Lo squillo del campanello lo distolse da quella affannosa ricerca. Ancora quei due! pensò rabbiosamente e s’avviò a grandi passi verso la porta d’ingresso che spalancò con violenza.

La giovane donna dai capelli corvini che gli comparve davanti sobbalzò di fronte a quella furia. «Che le prende, signor Barca? Dalla sua faccia si direbbe che s’aspettasse di vedere il diavolo.»

Senza attendere di essere invitata la giovane donna entrò nell’appartamento e si diresse verso lo studio. Imbambolato dietro di lei, Amilcare Barca notò che aveva gambe stupende, un fisico snello da top model e insomma aveva proprio tutto quel che piaceva a lui.

Mentre camminava la donna si tolse il soprabito che portava e lo gettò con noncuranza su un divano vicino all’ingresso prima di entrare nello studio.

«Allora, signor Barca, come mai mi ha chiesto di passare con tanta urgenza? Mi ha detto che aveva un’idea formidabile per la testa e che voleva parlarmene subito. Dal suo tono sembrava che avesse trovato qualcosa da fare impazzire i lettori.»

I lettori?

Sempre più stupito Amilcare Barca la guardò mentre andava a sedersi dietro una piccola scrivania su cui stava un computer Macintosh.

Ma lui non aveva mai avuto un computer Macintosh in studio, solo un portatile IBM. Di computer desktop ne aveva già abbastanza in ufficio.

«Sa, ho parlato stamattina col direttore,» continuò la giovane donna mentre avviava il computer, « e mi ha detto che il terzo volume della serie ha avuto un successo fenomenale. Quell’idea della Fondazione è stata davvero brillante.»

«Fondazione?» riuscì a gracchiare Amilcare Barca con la gola che gli pareva diventata di carta vetrata.

«Ma sì!» disse con impazienza la donna, sollevando lo sguardo dal computer verso di lui. Aveva un viso dolce e un trucco lieve. E da lei emanava un leggero profumo molto, molto costoso. «Non si sente bene, signor Barca?» gli chiese con sollecitudine. «Se crede posso tornare domani mattina. Mi sembra che non sia molto in forma oggi pomeriggio.»

Amilcare Barca si passò la mano sul viso. Si sentiva molto stanco, ma era percorso in tutto il corpo da una corrente elettrica che lo galvanizzava. «No, va benissimo. Mi dica solo, di che fondazione sta parlando?»

«Ma della trilogia di cui ha appena pubblicato l’ultimo volume su Uranos. I lettori sono impazziti. Vogliono altri libri da lei. E l’editore preme. Secondo me bisogna battere il chiodo finché è caldo. Qui ci vuole una serie.»

«I titoli! Mi dica i titoli!» urlò quasi Amilcare Barca, ma ormai dentro di sé conosceva la risposta.

«Che domanda!» la giovane donna scoppiò in una risatina argentina, che però non aveva nulla di sarcastico. «Lei ha sempre voglia di scherzare signor Barca.» Allungò la mano dietro di sé e da un tavolino prese tre volumetti di Uranos dalle copertine sgargianti. «Eccoli qui: Cronache della Galassia, Il crollo della Galassia centrale, L’altra faccia della spirale. Alla Pegaso dicono che sono stati il più grande successo degli ultimi anni.»

«E ci credo infatti,» esclamò Amilcare Barca senza neppure guardare i volumetti. «Quei romanzi li ha scritti un grande scrittore come Isaac Asimov.»

La donna lo guardò con tanto d’occhi. «Ma che dice? Isaac Asimov? Mai sentito nominare. Ha scritto qualcosa per Uranos

«Mi sta prendendo in giro?» Furioso, Amilcare Barca si avvicinò al tavolino di lavoro di quella che immaginava doveva essere la sua segretaria e raccolse i tre volumetti di Uranos.

Sì, i titoli erano proprio quelli. Perfino le copertine erano quelle che si ricordava di avere visto a suo tempo su Urania, opera di Karel Thole, solo che il nome dell’autore di tutti e tre i romanzi non era affatto Isaac Asimov… ma Hamil Barks.

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«Hamil Barks,» sussurrò.

«Be’, almeno conosce il suo pseudonimo,» disse la giovane donna con affettuosa ironia. «Allora che facciamo? Lavoriamo sul serio o torno domani?»

Hamil Barks. Un sorriso comparve sulla labbra di Amilcare Barca. Quella nuova dimensione cominciava a piacergli. Non era male essere il più riverito e coccolato autore di Urania.

No, non di Urania. Di Uranos.

Lo sguardo gli corse sulla parete alle spalle della segretaria e notò una parete di edizioni straniere. Aveva vista buona e notò sulla costa delle copertine il nome di Hamil Barks. Sì, era un autore di fama internazionale!

«Allora, per quell’idea bomba che mi diceva..» insistette la segretaria. «Sa, ha incuriosito molto anche me. Mi aveva accennato a qualcosa di innovativo sui robot…»

Lo guardava con occhi adoranti e Amilcare Barca si disse che aveva sempre desiderato una segretaria così, giovane, bella, affascinante, intelligente… doveva solo scoprire come si chiamava, senza fare troppo la figura dell’imbecille. Poi la sua mente tornò al lavoro che l’attendeva. Ora era un professionista e aveva cose importanti da fare. Una carriera da perseguire. Un successo da conseguire. Fortuna che aveva una buona memoria.

Si rivolse alla segretaria con un lampo divertito negli occhi. «Che dice delle Tre Leggi della Robotica?»