Paul Di Filippo è uno di più noti e validi scrittori del genere steampunk. Per i pochi che non lo sapessero, si tratta di un tipo di fantascienza che utilizza uno stile ottocentesco, tipo “Jules Verne”. Parlando di un passato fantastico, le invenzioni non dipendono quasi mai dall’elettronica, ma piuttosto dalla meccanica e dal vapore.

Inoltre ascriverei al genere anche quasi tutti i romanzi e i racconti del tipo “ucronico,” cioè quelli che trattano di un “tempo alternativo.” Qualcosa come “La svastica sul sole” di P. K. Dick, in cui si descrive un’avventura in un tempo in cui (ipoteticamente) Hitler ha vinto la guerra. 

Ma andiamo sul pratico! Ecco qui una raccolta di storie di Paul Di Filippo, che in Italia non è edita come tale e si intitola Lost Pages (Le pagine perdute). Come detto, in Italia il libro non è pubblicato, anche se Delos ha tradotto “L’ultimo caso della Taccola” (The Jackdaw’s Last Case), romanzo breve che fa parte di questa raccolta.

Si tratta di nove pezzi estremamente pregiati e ben diversi fra loro. Ogni racconto ci fa scoprire personaggi ben noti ai lettori, qui in situazioni molto diverse da quelle che hanno affrontato nella loro vita reale.

Si parte con una stupefacente Introduction (1992), che in un primo momento fa pensare a una sorta di saggio sulla fantascienza, ma bastava leggere le prime righe per capire che non era così:

Ristampato col permesso de Il Giornale di Cultura Popolare, Vol. XXXI. 9 settembre 1998.

Cosa ha ucciso la Fantascienza?”

Dott. Josiah Carberry. Professore di inglese, alla Brown University di San Diego.

CONTENUTO: L’ormai pressoché defunto genere cinematico un tempo detto fantascienza, nacque nel 1926, raggiungendo il suo apice intorno all’anno 1966, quando una serie di imprevedibili catastrofi letterarie, ma anche extra letterarie, lo portarono a un improvviso declino e alla sua virtuale scomparsa.

Ciò che segue è una storia della fantascienza, ironica e decisamente fasulla: per esempio in questo mondo alternativo Robert Heinlein ha scritto Fannullone in terra straniera, invece che Straniero in terra straniera e Frank Herbert non ha scritto Dune, ma Dunebuggy.

Tra gli altri racconti il già ricordato The Jackdaw’s Last Case (1997), dove una specie di uomo-corvo, di nome Frank Kafka, si presenta come un ridicolo super eroe alla Batman.

Non starò a commentare tutte le storie, ma non posso ignorare The happy Valley at the end of the World (La valle felice alla fine del mondo, 1997), un vero e proprio romanzo, in cui il mondo è stato distrutto da una malattia mortale e sono sopravvissuti solo gli uomini di razza nera, o i bianchi che vivevano vicino a loro. Tra i pochi fortunati incontriamo l’aviatore Antoine de Saint-Exupéry, da noi conosciuto soprattutto per aver scritto Il piccolo principe. Saint-Ex è scappato dall’Europa a bordo del suo aeroplano per raggiungere la Valle Felice in Africa, in cui tutti sono sopravvissuti. È un divertimento leggere questa storia per chi ama il genere ed è una scoperta per chi lo affrontasse per la prima volta.

Solo un cenno degli altri titoli: Anne (1992), dolceamara storia alternativa di Anna Frank, vittima della sua ben nota sorte… ma non qui.  Mairzy Doats (1991) si svolge in una America ucronica anni 1940 e il titolo si riferisce a una strofetta pubblicitaria dell’epoca. Qui il presidente degli Stati Uniti si chiama Robert Heinlein e mostra un piglio decisamente autoritario e spregiudicato. Campbell’s World (1993) è la sorprendente storia di qualcuno che aveva venduto a Campbell molti racconti per Astounding Stories, ma naturalmente in un mondo del tutto diverso. Instability (1988), storia alternativa della prima bomba atomica. World War III (1992), dove la guerra mondiale, da cui il titolo, avviene in piena epoca dei Beatles. Linda and Phil (1995), dove si tratta nientemeno che di Phil Dick, qui davvero in un aspetto decisamente poco noto. Alice, Alfie, Ted and the Aliens (1997), dove gli alieni hanno parcheggiato di fronte alla Casa Bianca, con la partecipazione di Alfie Bester, Jane Tiptree e Mr. Sturgeon.

Dopo esserci divertiti nella lettura, abbiamo voluto sapere qualcosa direttamente da Paul Di Filippo:

Caro Paul, mi dice Silvio Sosio (Dedalo) che vi conoscete piuttosto bene voi due.

Stupendo essere umano, Silvio!

È lui che mi ha dato il tuo indirizzo.

Ben lieto di sentirti!

Ho chiesto a Silvio di descriverti e lui ha detto: “Paul Di Filippo è uno scrittore che ha piena padronanza dello strumento stilistico. Cultore prima ancora che autore, spesso lo usa per riprendere mimeticamente altri autori o per riproporre filoni letterari del passato. È anche grazie a questa abilità che ha potuto con tanto successo lanciare il genere Steampunk con la sua “Trilogia”. Nelle sue opere migliori si sentono echi dei grandi scrittori della sf e del fantastico – Jack Vance, Clark Ashton Smith, Robert Howard – mescolate con idee e sensibilità diverse. E poi naturalmente c’è sempre un sottile filo di humor. Paul è anche un ottimo amico, compagnone, generoso, amante dell’Italia, anche se (nonostante il suo cognome) non parla una parola della nostra lingua.”

Condivido con grande piacere le sue gentili parole!

Ho letto “Lost Pages.” Ti confesso che a me piace moltissimo lo Steampunk, ma purtroppo ho l’impressione che il genere non sia ancora tanto conosciuto.

Sono convinto che lo Steampunk cresca sempre di più; fortunatamente per noi appassionati!

Silvio Sosio mi dice che la sua Casa Editrice dovrà pubblicare altri tuoi racconti, tu che cosa mi puoi dire?

Fra le cose che ho scritto, LOST PAGES è uno dei miei libri favoriti.  Ogni storia è unica, anche se tutte condividono una trama che ha a che fare con le “vite alternative dei miei autori preferiti.”

Direi che I vari racconti di “Lost Pages” potrebbero voler imitare un po’ lo stile di diversi autori di fantascienza, tu che ne dici?

I racconti scelti per LOST PAGES inizialmente sono stati scritti di getto, senza nessun piano particolare: insomma, semplicemente per essere pubblicati sulle riviste. Poi, dopo aver accumulato un po’ di storie mi sono reso conto che quei racconti possedevano una caratteristica comune: dei continuum alternativi, dove il punto focale erano i miei autori preferiti, anche se poi conducevano una vita “non letteraria.” Sai com’è, capita a noi scrittori di voler dare un calcio al nostro lavoro di scribacchini per fare dell’altro; nei momenti di depressione, o di tristezza!

Nei tuoi lavori ho visto la partecipazione alla scrittura anche di autori italiani, come Elena Cantoni e Claudio Chillemi: come funziona la compartecipazione di autori che parlano una lingua diversa dalla tua?

Ho avuto un solo co-autore italiano, cioè Claudio Chillemi.  Quando ho visitato l’Italia per l’Italcon, lui ed io ci siamo scoperti due fratelli e Claudio mi ha proposto di collaborare a qualcosa.  Il procedimento è stato il seguente: Claudio, dio lo benedica, sa scrivere in inglese.  Non è un inglese perfettissimo, ma infinitamente migliore del mio non esistente italiano.  Io ripulisco la sua prosa da buon traduttore, almeno spero, poi do il mio contributo per la mia parte, che lui dopo mette a posto. Al prodotto finito, io ho poi dato una ripulita finale. (Vedi Orrore a gancio rosso & The Via Panisperna Boys in ‘Operation Harmony)

Per cui, mi dici che se io avessi un’idea bellissima potremmo scrivere qualcosa assieme?

Beh, cerco sempre buoni amici con cui scrivere. Ma il mio tempo è limitato e al momento scrivo soprattutto dei romanzi e purtroppo non produco più molti racconti brevi. Solo romanzi!

E infatti: vedo nella tua produzione tantissimi romanzi brevi e racconti, pochi romanzi lunghi: significa che preferisci le storie brevi? Come mai?

Howard Waldrop
(By Jeff – originally posted to Flickr)

Ho cominciato scrivendo storie brevi e ho prodotto più di 200 racconti e novelle di lunghezza inferiore al romanzo.  (senza contare un centinaio di scritti umoristici, che spesso assumevano le caratteristiche di un vero e proprio racconto.)  È una lunghezza che adoro, ma è difficilissimo guadagnarsi da vivere vendendo questa roba.  Poi c’è il problema delle ricerche. Certe volte un racconto può richiedere lo stesso quantitativo di ricerche necessario alla produzione di un romanzo. E non è una cosa saggia investire tutto quel tempo se devi mangiare!  Howard Waldrop è famoso per questo tipo di cose: lui produce storie bellissime facendo delle costosissime ricerche, per cui potremmo benissimo parlare di un “Waldrop Dilemma.”

Paul, per finire, che cos’altro mi puoi dire di te.

Ho cominciato a leggere fantascienza “matura” nel 1965, quando facevo le elementari e mi è capitato di incontrare THE YEAR WHEN STARDUST FELL (Inedito in italiano n.d.r.) di Raymond Jones.  È così che sono entrato nella letteratura, ormai da cinquant’anni! È una cosa che amo ancora come l’amavo da giovane e mi sento onorato e privilegiato di essere un professionista che la pratica. Spero che i miei lavori onorino il mio genere letterario e che anche la mia opera di revisore lo abbia aiutato a crescere.

Ti ringrazio Paul. Per l’intervista.

E ciao[1]: Spero che un giorno ci si incontri!

Paul Di Filippo

[1] In italiano nell’originale.