Questo è il secondo racconto di Roberto Morassi che presentiamo su queste pagine. Come molti sapranno il nostro si diletta, tra le altre cose, di enigmistica, per cui lui e altri Aenigmatici si sono trovati in gara per “Parole crociate” sul canale TV Iris. Lì sono rimasti in contatto per diverso tempo. Questo racconto nasce anche da quella esperienza


robby-spiaggia1(PREMESSA: I personaggi di questo racconto sono ispirati ai nomi e agli pseudonimi di alcuni dei frequentatori abituali del newsgroup it.hobby.enigmi, che si ritrovavano in chat per parlare di enigmistica, crittografie, giochi di parole…)

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          Quella mattina, il tribuno Rugantius era proprio euforico. Da poco era giunta notizia di una scoperta clamorosa nel sito archeologico di Saepinum, da lui sponsorizzato. Era così eccitato che se fosse nato due millenni dopo si sarebbe fatto un paio di Canne (come Annibale). “Cesare sarà contento” pensò: magari gli avrebbe allungato un migliaio di sesterzi, giusto per la rata del mutuo…

festino002-2 Poche ore dopo giunse a Saepinum. Negli scavi, il lavoro ferveva. Con un sorriso e una pacca sulle chiappe lo accolse il sovrintendente sannita Daltonius (suo antico compagno di gozzoviglie e discussioni notturne su boiate cosmiche varie). “Allora, dimmi, dimmi…” “Beh, abbiamo trovato un Foro…” esordì Daltonius, ammiccando. “Sì?? Bello!! Come quello Romano??” “Non proprio… un Foro, e basta. Un buco, insomma. Ma devi vedere da te…” e lo trascinò in una grotta umida, in fondo alla quale occhieggiava un’apertura ovoidale che dava su un vuoto tenebroso. Da lì saliva un tanfo secolare, e si udivano borborigmi misteriosi come lamenti di anime perdute. Rugantius rabbrividì: “E se fosse…” “…la porta dell’Avernum?” completò Daltonius, e a quella parola sentirono rizzarsi tutti i peli in capo (e non solo lì). Ma la cosa più allucinante era la scritta che campeggiava, in caratteri antichi, su una lastra di pietra appesa sopra l’orrido buco:

== TSEAD NEULF MUTA KE FEDTS OPAU QA ==

” ‘Orca!” sbottò Rugantius. “No… Osca.” lo corresse Daltonius. “Lingua osca, credo. Una specie di crittografia: da queste parti, molti secoli fa, la usavano i governanti per tirarlo in tasca al popolo senza farsi capire. È tuttora incomprensibile…”. Facendosi tenere per le gambe, Daltonius si calò nel buco e prelevò un bicchiere di acqua fetida che scorreva in un ruscelletto sul fondo. I due la sorseggiarono, perplessi: “Che sia lo Stige?” “No, magari l’Acheronte. Mah?” “Certo che il Brunellus è più buono…”. Fu subito convocato Klangus, un santone locale che sbarcava il lunario facendo gare di indovinelli per i vecchietti dell’ospizio. Ma di fronte alla diabolica scritta anche lui allargò le braccia, scuotendo il capo. Da Neapolis venne il mago Oxyrinus, che dopo inutili tentativi di decrittazione dovette arrendersi, e se ne andò bofonchiando un augurio in dialetto, qualcosa come “Guagliòmòmaveteskassateppàll”. “Grazie” rispose, compìto, Rugantius. Poi, sospirando, mormorò: “Ho paura che dobbiamo chiamarle…” “Sì, purtroppo” annuì Daltonius, stringendosi nelle spalle.

E toccò a Loro, le Pizie, le Sibille della Terra di Mezzo. Idhas e Raphas giunsero nei loro vestiti a colori sgargianti, con grosse buccole tintinnanti e un rubino nell’ombelico. Si guadagnavano da vivere curando pene intime, pene d’amore e pene flaccido (impotentia juvenilis) con l’agopuntura, e giocando al lotto e a tombola (dove facevano incavolare gli altri giocatori perché indovinavano tutti i numeri in anticipo). Idhas si accostò al buco: “L’Avernum, dite? Pare piuttosto l’antro della Sibilla Cumana, solo che quello puzza di più” (ben nota era la scarsa igiene delle Sibille del Sud, le leggendarie “Sudicie”). “E poi, quella scritta… ma non dovrebbe essere: Pape Satàn Pape Satàn…” “ZITTA!! “sibilò Raphas, con un’occhiataccia. “Quello lì deve ancora nascere…”. Ma anche la sapienza delle Sibille nulla valse a decifrare la scritta malefica. Se ne andarono gettando baci e santini, e sculettando a più non posso al canto di “Brilla, brilla, la Sibilla…”.

Scoraggiati, Rugantius e Daltonius tentarono un’ultima carta: gli Etruschi, depositari di linguaggi esoterici e segreti antichi. Dalla Tuscia arrivarono Flavius, Robbius e Margravius, che esordirono con una serie di barzellettacce da far arrossire un gladiatore turco (li chiamavano “I Tre Porcellini”). Per nulla intimoriti dalla scritta, cominciarono ad armeggiare con strani marchingegni, astragali colorati, tesserine di coccio, borbottando oscuri termini come “Anagramma”, “Nameus”, “Verbatron”. Dopo un’oretta, all’improvviso scoppiarono in una risata fragorosa, rotolandosi per terra con le lacrime agli occhi. Nell’eccitazione, gli sfuggivano strane parole etrusche come “Vafankù”, “Kebìskeri”, “Mavàkkaà”… Poi Flavius mormorò qualche parola all’orecchio di Rugantius, e se ne andarono cantando una sequela infinita di “Hostarìa numero I, II, III, IV…”. Rugantius crollò pesantemente sul triclinium: nei suoi occhi sbarrati luccicava tutta la disperazione del mondo…

Quella sera, l’operaio che aveva riappeso (a rovescio!) la lastra con l’invito a far scorrere l’acqua nel cesso, passò il peggior quarto d’ora della sua vita.