Nella mia carriera di lettore di fantascienza, non mi è capitato spesso di innamorarmi di un autore. Molti mi sono piaciuti, molti li ho seguiti con interesse, ma poche volte ho provato “affetto” per un autore.

Uno di questi è Jack Vance (John Holbrook Vance) autore di racconti e di libri di fantascienza, originalissimi.

Proprio in questi giorni, ho scoperto un gruppo di Facebook che credo abbastanza nuovo, intitolato proprio a Jack Vance. I curatori sono gli stessi di altri ben noti gruppi dedicati alla fantascienza, come fantascienza, Romanzi di Fantascienza, Fantasia e Fantascienza, Pagine Aliene e forse me ne è sfuggito qualcuno! Tra l’altro scopro adesso di non essere ancora iscritto a Pagine Aliene, il che mi ha costretto a inviare subito la richiesta di ammissione!

Devo confessare che sono arrivato tardi a conoscere Jack Vance, lui che era nato il 28 agosto 1916, vale a dire quasi trent’anni prima di me, è rimasto per me sconosciuto fino a che non mi è capitato di leggere L’odissea di Glystra (Big Planet) su un numero di Urania, per puro caso. Credo si trattasse dell’edizione del 1958. Urania del resto ha pubblicato più di una volta questo romanzo. Come ci ricorda Wikipedia  “La traduzione dell’edizione Urania e Classici Urania è di Hilia Brinis, le copertine di Carlo Jacono per il n° 177 e Karel Thole per il n° 680. Per Urania Collezione, del luglio 2008, la copertina è di Franco Brambilla.” Tra l’altro, mi viene in mente che, molto tempo dopo, mi è capitato di incontrare Hilia Brinis, la quale, inaspettatamente, abitava a due isolati da casa mia. Una persona molto schiva, quasi timida e l’unica cosa che mi è venuto in mente di chiederle è stato: “Mi puoi dire come si legge il tuo nome?” Lei è mi ha spiegato: “Molto semplicemente Ilia! Nessuna aspirazione dell’acca.” Ciao Hilia! Dove sei?

A ogni modo, la prima volta che mi è capitato tra le mani L’odissea di Glystra, mi sono detto: “Bene, probabilmente un bel libro di avventure!” Invece era molto di più.

C’era dentro tantissima ironia. Personaggi tutti con una loro forte identificazione, un carattere ben delineato. La parte avventurosa poi, non era esattamente la fantascienza che io allora concepivo. È stato un libro che mi ha cambiato il modo di pensare alla letteratura di fantascienza. Come molto tempo dopo e in un’altra dimensione, ho subito il fascino irripetibile di “Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez, che mi ha fatto capire che tipo di letteratura tout court io avrei preferito da quel momento in poi.

Del resto, sembra che altri fantascientisti la pensino come me. Sempre su Wikipedia  leggiamo: “Alcuni […] hanno suggerito che l’opera [di Jack Vance] trascenda i limiti del genere e [Jack] dovrebbe essere considerato un importante scrittore secondo gli standard della letteratura mainstream. Per esempio, Poul Anderson l’ha definito in un’occasione il più grande scrittore statunitense ‘in’ fantascienza (invece che ‘di’ fantascienza).”

Il mio amore per Jack è decisamente cresciuto quando, nel 1977, Vittorio Curtoni mi ha promosso a traduttore. Volevo collaborare e Vittorio mi ha dato due pagine da tradurre, tratte da un racconto che non conoscevo e che non ho mai identificato. Ho svolto il compitino e, subito dopo, Curtoni mi ha consegnato un libro, Il meglio di Jack Vance, ovviamente in versione originale. che mi ha letteralmente entusiasmato: mai avrei sperato di cominciare la mia carriera di traduttore con un libro del mio autore preferito. Ho provato un enorme piacere a riportare in italiano le frasi suggestive di Vance e c’erano racconti davvero storici, come L’ultimo castello, oppure come the Moon Moth, che io mi sono divertito a tradurre con Il faleno lunare, termine che è stato accettato dopo una lunga discussione con Giuseppe Lippi a quei tempi valido redattore presso Robot. Successivamente ho avuto modo di tradurre anche un famoso romanzo di Jack Vance, cioè Il mondo degli showboat, apparso originalmente nella collana dei Libri di Robot, Armenia  e successivamente anche su Urania

Vittorio Curtoni non amava molto Jack Vance, ma per una questione di scelte politiche, non certo per come scriveva. Nel 1968 le riviste Galaxy e If (americane)  hanno pubblicato due pagine a pagamento in cui un gruppo di autori di sf si dichiarava contrario alla guerra in Vietnam e un altro gruppo era invece favorevole alla permanenza dei soldati americani. Per capire come mai Vittorio fosse poco amichevole verso questo autore, è perché Jack Vance si era dichiarato favorevole alla permanenza americana in Vietnam, scatenando le ire dei nostri autori di punta, quasi tutti usciti dalle battaglie politiche studentesche del periodo.

Stento a capire il perché di questa scelta da parte di Jack Vance, visti i suoi personaggi tipicamente contrari e addirittura arrabbiati verso le istituzioni, spesso considerate un male sociale.

A questo proposito ho appena riletto, nella sua versione originale, uno dei primi romanzi del nostro. Qui da noi è stato pubblicato con il titolo di Gli Amaranto, nel 1966 presso la casa editrice La Tribuna, ma anche come Stato sociale, Amaranto.

La versione che ho letto io si intitola invece Clarges, cioè come il nome della città in cui si svolge tutto il romanzo.

È la storia di un delinquente, personaggio tipico e in genere amato da Vance, soprattutto quando la sua delinquenza è operata contro lo status sociale dispotico di Clarges . In questo caso si tratta di una società a livelli, con passaggio al livello successivo per meriti decisi da chi sta in alto. Qui si possiede una tecnologia capace di creare un certo numero di cloni perfetti, dormienti. La società prevede per tutti una vita di 82 anni giusti. Se durante questo periodo non si sono ottenuti i meriti necessari a scalare al Phile (livello) successivo, a 82 anni la persona è eliminata da alcuni addetti: gli assassini. Ad ogni livello successivo, sono previsti anni di vita in più, fino al livello massimo, l’Amaranto, a cui accede un numero limitatissimo di fortunati. Costoro hanno diritto alla clonazione: in caso di morte accidentale, o per qualsiasi motivo, è possibile trasferire i ricordi dal morto al suo clone dormiente e perfetto, il quale, nel giro di pochi giorni, ritorna a camminare nella società. Sicché, in pratica, gli Amaranto posseggono la vita eterna.

La letteratura di Vance è ricca di trovate. I costumi e le società che racconta sono aliene, certo, ma tutte sono l’estensione del peggio della nostra società. Devo dire che è un peccato che Jack si sia dichiarato favorevole alla guerra in Vietnam, perché altrimenti non ci sarebbe competizione tra lui e gli altri scrittori.

Curiosità per chi già non lo sapesse: è stata costituita una Vance Integral Edition che raccoglie tutte le opere dell’Autore in un formato da collezionista.