Nei ”Draghi” Mondadori – la collana rilegata degli “Oscar” – esce una coppia di grossi volumi a cura di Giuseppe Lippi: Cthulhu, i racconti del mito di H.P. Lovecraft (edizione illustrata) e Conan il barbaro, raccolta completa delle avventure del cimmero (la prima in un volume solo). Due classici del weird, il fantastico nel quale non si stenta a credere.

Giuseppe, siamo qui per parlare dei due volumi dedicati a Lovecraft e Howard che escono in questi giorni. A tal proposito, ho la sensazione che oggi ti piacciano più i racconti neri o fantasy che la fantascienza dura e pura. Me lo confermi?

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Sterling & Gibson

Non posso confermarlo né smentirlo, perché io non vedo una rigida separazione tra le sfumature del fantastico. Probabilmente è vero che, morti alcuni autori di sf del passato che incarnavano al meglio le aspettative scientifiche e tecnologiche “dure e pure”, ad esempio Arthur Clarke, Hal Clement, Fred Hoyle o lo stesso Robert A. Heinlein, ho cominciato a provare un interesse minore verso il filone hard, i cui maestri contemporanei sono molto complessi e a volte ostici. Non che non mi siano piaciuti Gregory Benford, Greg Egan e i cyberpunk – soprattutto Sterling e Gibson – ma si tratta di un filone che parla quasi più del presente che del futuro, ed è logico, visto quanto siamo immersi nelle tecnologie iper-sofisticate. William Gibson ha inventato un nuovo panorama letterario e Bruce Sterling ci insegna ancora a costruire il futuro con l’immaginazione, ma ormai ci siamo dentro, il distacco realtà-speculazione si è ridotto. Psicologicamente, invece, io tendo a preferire le trame ricche di immaginazione: che so, alla Poul Anderson, Jack Vance o A.E. van Vogt, che oggi sarebbero improponibili in quanto già note a tutti. Allora, qualche volta preferisco prendermi una vacanza dai temi pur stimolanti che leggo per “Urania” e dalle space opera colossali che si scrivono adesso (bellissime quelle inglesi) per dedicarmi a scrittori weird, del puro fantastico come dici tu, tenendo presente che a Lovecraft e Howard ho dedicato una parte importante della mia carriera editoriale, per cui non si tratta di una novità ma di uno studio che prosegue da tutta la vita. Io credo che la stessa fantascienza – hard o soft poco importa – sia un genere weird, cioè straordinario, misterioso, “sospeso per aria e non controllabile”. L’ultima raccolta di racconti di Bruce Sterling che ho tradotto per “Urania”, Utopia pirata, è molto vicina allo spirito della buona science fantasy, e proprio nell’ultimo racconto, che ha lo stesso titolo del volume, insieme a D’Annunzio e altri personaggi italiani fanno una comparsata anche H.P. Lovecraft e Robert E. Howard! Davvero, siamo tutti la stessa famiglia…

Puoi farci qualche esempio delle cose che ti piacciono di più?

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Lo Steam Punk di Paul Di Filippo

Ripeto, le cose ricche d’immaginazione. Iain Banks e Paul Di Filippo, Clark Ashton Smith su cui spero di lavorare nel prossimo futuro, i film di Mario Bava e 2001 odissea nello spazio, il grande Fellini che pochi hanno la possibilità di guardare ancora e Michael Moorcock, i film di Ercole e Maciste e il loro cugino letterario Conan, i terrori di Poe e quelli di Lovecraft. Arthur Clarke, a mio avviso, era cosmicamente inquietante quanto il Poe di Eureka o il nostro HPL… In realtà, mi piace leggere e vedere di tutto. Sono un appassionato di Dumas e del western, sia classico che all’italiana. Mi piacciono molto i fumetti, meglio se esagerati e sboccati. Amo il genere comico quando è scatenato e il musicale quando vola sopra le nuvole. Leggo molti gialli e suspense, un vizio che ho preso dopo i trent’anni.

Howard Phillips Lovecraft è un mito letterario, già pubblicato ampiamente da Mondadori. Cosa caratterizza la nuova edizione?

Nel 2015 abbiamo unificato in un grande omnibus Tutti i racconti dal 1897 al 1936, prima divisi in quattro volumi. Ora, cinquant’anni dopo la storica antologia I mostri all’angolo della strada a cura di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, abbiamo creato una rassegna completa della più nota opera di Lovecraft, quella che riguarda il mito di Cthulhu. Sono circa 600 pagine e non mancano i relativi romanzi, dal terrificante Caso di Charles Dexter Ward alle fantascientifiche Montagne della follia, da cui Guillermo Del Toro vuole trarre un grande film.

Si tratta di un’edizione illustrata?

grendelSì, l’artista padovana Greta Grendel ha realizzato una bellissima serie di disegni al tratto che raffigurano le principali divinità del pantheon lovecraftiano. È inoltre la prima edizione rilegata da molti anni a questa parte.

Qual è il nucleo centrale dei miti?

Il ritorno di antichi padroni della Terra che filtrarono dalle stelle all’alba del mondo. Nell’introduzione leggiamo che “i racconti dei cosiddetti miti di Cthulhu rappresentano una serie di rivelazioni: testimonianze di entità così potenti e remote che non è sembrato inopportuno adorarle. È un equivoco umano, certo; gli dei dei miti sono esseri completamente amorfi e privi di parola, insensibili alla nostra sorte e vagamente imparentati con il mostro primigenio, il grande Cthulhu. Come lui hanno nomi poco pronunciabili e raramente orecchiati; per non parlare del loro aspetto che sfugge ai cinque sensi, limitati e costretti a semplificare. Oltre a Cthulhu stesso, i confratelli sono: Nyarlathotep, che nei sogni dell’umanità insidiata può assumere aspetto antropomorfo, ma è un messaggero dell’apocalisse; Yog-Sothoth, il tutto-in-uno e l’uno-in-tutto; Shub-Niggurath ovvero il Nero Capro (in realtà è una femmina fertilissima, quindi la Nera Capra) dai mille cuccioli. E ancora Dagon, l’unico che abbia ereditato il nome da un nume storico, il dio pesce dei filistei che i greci chiamavano Tritone. Sopra gli altri siede Azathoth, inconcepibile alienità cieca e idiota che gorgoglia insensatezze dal cuore del caos. “Da dove sono venuti? Dalle profondità dell’universo e del tempo. Risorgeranno ‘quando le stelle torneranno nella giusta posizionÈ. Non sarebbero del tutto materiali, ma quel tanto di tridimensionale che gli si è attaccato, e che presumibilmente hanno preso dalla Terra, è guasto oltre la putredine, perché i loro corpi non sono di sangue e carne normali: non si decompongono ma si corrompono in continuazione. La tradizione li chiama Grandi Antichi”.

Questa idea di una Terra insidiata da entità dello spazio, è nata con Lovecraft?  

H.G. Wells

H.G. Wells

È nata con H.G. Wells, ma H.P. ne ha fatto una versione modernamente esoterica. Come tale è un parto originale, anche se uno degli autori più letti e amati da Lovecraft, l’irlandese Lord Dunsany, aveva già creato un panteon artificiale nei Gods of Pegānā del 1905. In una serie di componimenti abbastanza popolari all’inizio del XX secolo, gli autori del Celtic Revival e il poeta W.B. Yeats fantasticavano su un ritorno degli dei pagani.

Oggi di queste contaminazioni metafisiche non si parla più, l’eredità è passata alla fantascienza…  

Che però si occupa meno di mostri e raramente di dei. Quelli di Lovecraft non sono esattamente “i marziani” ma i numi dei marziani, e solo autori come Roger Zelazny e Philip Josè Farmer hanno recuperato simili elementi mitologici. Oggi, naturalmente, c’è il caso di Neil Gaiman, un autore che non a caso propende decisamente per il fantastico. Il suo American Gods è un omaggio alla stagione del classico weird tale novecentesco.

Il volume offre quindi un panorama completo del “soprannatutrale scientifico” lovecraftiano.  

Del suo terrore cosmico, sì. Edgar Poe aveva sentito il fascino dell’universo misterioso in Eureka, ma Lovecraft è più accessibile e popola i suoi gorghi siderali di personaggi vividi e inquietanti.

Pubblicherete altri volumi tematici del genere?

Stiamo già pensando a un secondo tomo. Per il momento è allo studio, ma presto potrò essere più preciso.

Veniamo ora all’altro, attesissimo volume. Da dove nasce l’idea di una nuova edizione rilegata dei racconti di Conan il barbaro?

Dal desiderio di riunire tutto il corpus howardiano in una versione corretta. Finora, infatti, di alcune avventure del barbaro di Cimmeria si conoscevano soltanto le edizioni modificate e manipolate da L. Sprague de Camp o altri curatori…

Addirittura modificate?

Infatti. Prendiamo il cosiddetto “Tesoro di Tranicos”, uno dei racconti più radicalmente alterati da de Camp: nella nuova edizione è stato restaurato seguendo il testo originale howardiano, e quindi esce con il titolo originale “Lo straniero nero”. Sono state eliminate parecchie interpolazioni, compresi i personaggi aggiunti e i nomi cambiati, ma anche le altre traduzioni sono state aggiornate. La novità, inoltre, è che qui i racconti vengono presentati in ordine cronologico di pubblicazione, non di logica interna della saga: si comincia con le prime avventure apparse nel 1932-33 – “La spada della fenice”, “La rocca scarlatta” , in cui Conan è re di Aquilonia – e si passa a quelle successive in cui è pirata o mercenario. In una sezione finale sono sistemati i racconti usciti dopo la morte di Robert E. Howard o su testate diverse da “Weird Tales”, come ad esempio “Dei del nord” e “La valle delle donne perdute”.

In questo modo si salta in un lampo da un punto all’altro della vita di Conan…

Proprio come avveniva per il pubblico dell’epoca, perché Howard non ha mai pensato di descrivere le gesta del barbaro in un ordine preciso: quella resta un’invenzione degli editori. Finalmente, anche il lettore italiano condividerà l’emozione di chi comprava “Weird Tales” negli anni Trenta: tuttavia, se vorrà, in base a una “scaletta” pubblicata all’interno del volume potrà organizzare le sue letture in un ordine diverso, quello interno alla saga.

Lo sfondo della quale è un’epoca del tutto immaginaria.

Sì, l’Era Iboriana è il tempo del mito, una costruzione pseudostorica di grande efficacia narrativa. Howard crede fortemente in una vicenda organica di popoli e paesi che trascenda i limiti dell’ordinaria storiografia, eppure la tiene presente e la imita. Da essa si ricava che la storia è frutto dell’uomo tanto in senso materiale che psicologico. Non un semplice patchwork anacronistico, quindi, ma la rivendicazione di un tempo epico in cui coesistono, come nella realtà, violenza e grandezza, gesta valorose e tradimenti, amore e morte. Essendo un narratore corale, Howard parla di razze, paesi e popoli come delle grandi forze che fanno la storia e provengono dal mito. Il suo credo centrale è quello di un’umanità evolutasi dal fango ma che vi ricadrà. Nei racconti non vive soltanto l’idea di evoluzione ma anche il tema possente della devoluzione, la regressione implacabile. I suoi barbari rappresentano, pur nella loro forza fisica e morale, la possibilità di questa scalata al contrario. L’Era Iboriana di Conan è un arazzo del desiderio istintivo di vivere come della sua controparte, il desiderio di regressione e di morte.

Cosa c’era alla base del vigore narrativo di Robert E. Howard?

Una gran voglia di raccontare il suo mondo. Dato che si trattava, in gran parte, di un regno interiore, poteva succedervi di tutto: maghi, risurgenti, lamìe, guerrieri di metallo non finivano di nascere dalla sua immaginazione, ma il fantastico era il prodotto di un animo che lo sentiva reale e quindi assumeva (attraverso le capacità psicologiche dello scrittore) uno spessore insolito, una profondità epica. È il weird tale al suo meglio, un’invenzione audace nella quale si può quasi credere.

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