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La Guerra dei Mondi (1953)

La Guerra dei Mondi (1953)

Molti cosiddetti esperti o critici sono convinti che quando si parla di film come la versione del 1953, così conosciuta alla massa del pubblico, non debba essere necessario dire nemmeno due parole sulla trama. Si parte dal presupposto che tutti lo conoscano e che tutti lo abbiano visto, ma se io ora non lo facessi verrei meno ad un principio al quale ho sempre tenuto molto: prendere il lettore per mano e spiegargli anche le cose che potrebbe conoscere con semplicità e con la maggior chiarezza possibile lasciandolo poi libero di giudicare con la sua stessa testa e questo compito primario è importantissimo per un semplice divulgatore quale io cerco di essere lasciando agli altri, senza dubbio più portati di me, di scrivere pagine e pagine di critiche, riferimenti, agganci e voli filosofici che per mia stessa natura non mi appartengono. Io spero sempre, spesso inutilmente, che i critici non siano mai “criptici” e sappiamo parlare, spiegare, far capire al pubblico ciò che vanno esponendo o scrivendo e non si rivolgano mai solo ed esclusivamente a quei dieci colleghi che li stanno ascoltando e che corrono incontro felici a mani tese verso il collega relazionante congratulandosi con lui anche se, magari, non hanno capito nulla a loro volta di quanto andava dicendo. Che ci crediate a no a questo io ho assistito e non una volta sola… In più, dopo aver constatato con incredulità che mia moglie era una delle poche persone su questo pianeta che non aveva mai visto Via col Vento, ho dedotto che non bisogna mai dare nulla per scontato ed ecco la ragione per cui vi trasmetto, qui di seguito, due righe di trama… Ah, naturalmente ho poi fatto vedere il sopracitato film a mia moglie con accanto un baccello da ultracorpi e a questo punto credo che l’invasione e la conseguente assimilazione sia stata totale per tutto il pianeta con buona pace di Clark Gable e company…

Una gigantesca meteora cade sulla Terra e da essa escono delle navi marziane dotate di raggi disintegranti che seminano la morte e la distruzione. La costante pioggia di queste finte meteore, gli attacchi ai quali i terrestri cercano inutilmente di rispondere, fa capire agli uomini che è in atto un’invasione in piena regola. I colpi dei cannoni e dei proiettili s’infrangono contro l’ombrello elettronico di protezione delle navi marziane. Si cerca allora di distruggere gli alieni con un lancio di una bomba atomica, ma è tutto inutile, una équipe di scienziati, guidata dal Dottor Clayton Forrester (Gene Barry) cerca di trovare un altro sistema per debellare le creature, ma la folla inferocita e spaventata distrugge tutta la strumentazione che essi stavano per portar via durante l’evacuazione della città . Ora non ci sono più speranze. Mentre i marziani stanno radendo al suolo Los Angeles, Clayton cerca la sua Sylvia (Ann Robinson) in mezzo al fuoco e le macerie ed infine la trova dentro ad una chiesa assieme ad altri fedeli in attesa della fine… poi avviene il miracolo: i germi della nostra atmosfera sono fatali per i marziani che muoiono a bordo delle loro spaventose macchine. Il film si regge soprattutto sugli effetti speciali, assolutamente straordinari e la storia della loro realizzazione è quanto mai interessante. Fu grazie al successo commerciale de La Cosa da un altro Mondo che i responsabili della Paramount decisero di realizzare La Guerra dei Mondi, dall’omonimo romanzo di H.G. Wells (The War of the Worlds, 1898) di cui avevano acquistato i diritti 26 anni prima. (Trad. it. La Guerra dei Mondi, in H.G.Wells, Avventure di Fantascienza, Mursia, Milano 1966) Il film costò circa un miliardo di lire italiane, prezzo estremamente alto a quell’epoca e la sua realizzazione fu molto sofferta e laboriosa. Occorsero, infatti, più di sei mesi solamente per elaborare gli effetti speciali, più altri due per le sovrapposizioni e i trucchi visivi. La lavorazione effettiva con gli attori, svoltasi parte a Hollywood e parte in Arizona, fu la più breve: quaranta giorni. Uno dei primi problemi che si dovettero affrontare fu la realizzazione dei marziani. Wells li aveva immaginati come dei polipi che si muovevano su tentacoli, ma una soluzione del genere, tecnicamente difficile allora, non fu presa in considerazione. Dovete sempre tener conto che siamo nel 1952 e la possibilità di poter realizzare effetti speciali utilizzando il computer era ancora lontana. Il primo tentativo di quella che diventerà poi una fortunata e forse fin troppo abusata collaborazione tra computer ed effetti speciali avverrà solo trent’anni dopo e cioè nel 1982 con Star Trek: L’Ira di Khan di Nicholas Meyer ed anche un tentativo in stop-motion di Ray Harryhausen non convinse la produzione per cui si preferì quindi realizzare una specie di crostaceo con un occhio gigante composto da tre lenti distinte, una testa e un cervello di dimensioni enormi, un corpo sottile e due lunghe braccia con tre dita a ventosa. Dallo schizzo si passò alla realizzazione pratica: il truccatore Charles Gemora cominciò a «fabbricare» il marziano usando della gomma e della carta particolare (fu anche creato un solo braccio pulsante, quello della scena finale: una pompa rendeva possibile l’effetto), venne dipinto in rosso aragosta e dentro la tuta fu sistemato lo stesso Gemora che, basso di statura, era adatto allo scopo. Fu girato molto materiale sul marziano che non venne poi inserito nel film: George Pal, il produttore, preferì, in pieno accordo con il regista Byron Haskin, di farlo vedere il meno possibile, basandosi sull’ottima regola che è molto meglio intravedere (magari quasi al buio) che mostrare chiaramente. Un grosso problema, come abbiamo detto, fu costituito dalle macchine marziane, Wells le aveva immaginate come dei giganteschi tripodi e, all’inizio, fu questa la strada battuta: vennero creati dei modellini che si sorreggevano su tre raggi pulsanti di elettricità statica. Una scarica di circa un milione di volts scendeva dai dischi, quasi a formare delle gambe incandescenti: almeno era questo l’effetto cercato, realizzato mediante fasci di fili elettrici che cadevano dall’alto. Il risultato, è il caso di dirlo, era «elettrizzante», ma il progetto fu abbandonato per ragioni di sicurezza. Così vennero realizzate quelle astronavi a forma di «manta» divenute poi famosissime. Erano fatte di rame e lunghe circa un metro. Per farle muovere si usarono quindici fili molto sottili, collegati a un carrello sospeso sulla scena e mosso elettricamente. Il film ebbe diverse riedizioni cinematografiche e, in Italia, furono tre. Quando poi si trattò di trasmettere il film su supporto televisivo, in VHS e poi in DVD le immagini furono schiarite con il risultato di mostrare fin troppo palesemente i robusti fili d’acciaio che sorreggevano i modellini i quali avevano un certo peso per i complessi meccanismi di illuminazione e di movimento che dovevano contenere. Il famoso «raggio della morte» era realizzato con dei fili elettrici tesi fra il punto di partenza (la macchina) e il punto di arrivo (la vittima); una resistenza dava corrente ai fili che diventavano incandescenti, si girava il fotogramma e si stendevano altri fili, e così via di seguito: l’insieme della scena dava l’effetto del raggio disintegrante. La città di Los Angeles, destinata a essere distrutta nella parte finale, fu praticamente ricostruita in studio; i modelli erano piuttosto grandi rispetto ai soliti: il municipio, per esempio, era alto quasi due metri. Le sequenze dell’esodo costarono «il noleggio» di un migliaio di comparse al giorno, ma la fortuna aiutò il produttore e il regista il giorno in cui, sulla superstrada di Hollywood, si verificò un ingorgo pauroso che fu coscienziosamente ripreso per poi inserirlo nel film come causato da una fuga precipitosa. Los Angeles completamente deserta fu ottenuta isolando un quartiere ed effettuando le riprese alle cinque del mattino, sporcando le strade come se vi fosse avvenuto un esodo scomposto per poi ripulirle a scena conclusa. Furono necessari vari fotomontaggi: diverse scene, cioè, sovrapposte l’una all’altra, per esempio: città, attori e macchine marziane sullo sfondo di un cielo cremisi, in realtà dipinto su vetro e posto davanti all’obiettivo con altissima precisione e fu anche necessario ritoccare a mano 5000 fotogrammi di pellicola per dipingere il secondo raggio, quello verde intermittente che esce dai «poli» delle macchine. Gli uomini e i mezzi che si disintegravano in un caleidoscopio di colori furono anch’essi realizzati dipingendo a mano i fotogrammi. Vennero utilizzate le truppe del comando militare di Phoenix, nell’Arizona, che simularono delle manovre militari vere e proprie. Le scene della prima battaglia furono realizzate «per gradi», riprendendo cioè prima le truppe, poi le macchine marziane, poi inserendo i proiettili, poi i raggi e via di questo passo. La bomba atomica fu «creata» da un esperto di esplosivi, un arzillo vecchietto allora ottantenne, che sistemò alcune polveri da sparo di diverso colore sopra il coperchio di un piccolo cilindro sigillato di gas esplodente. A un comando elettrico manovrato a distanza, il cilindro saltava in aria creando il fungo policromo che poi venne portato sullo schermo; furono fortunati: ottennero il risultato voluto al secondo tentativo! Per simulare la cupola protettiva marziana ne venne costruita una di plastica trasparente grande circa un metro e mezzo che fu poi sovrapposta alla macchina marziana. I disegni dei pianeti, nelle sequenze iniziali, sono opera di Chesley Bonestell, dipinti direttamente su vetro; i tecnici poi vi sovrapposero rivoli di lava o effetti di fumo, però ancora oggi viviamo con un quesito che ci consuma: perché non è stato citato il pianeta Venere? Un altro problema fu la colonna sonora; dopo tre mesi di duro lavoro il tecnico del suono, Gene Garvin, ottenne la voce dei marziani incidendo il rumore prodotto da un pezzo di ghiaccio sfregato contro il microfono per poi sovrapporvi l’urlo acuto di una donna inciso al contrario. Il rumore delle macchine marziane era fornito da un registratore calibrato in modo da ottenere una vibrazione oscillante; il raggio della morte era ottenuto suonando a caso le corde di tre chitarre ed il suono prodotto veniva amplificato e fatto riverberare. Come si vede, è comprensibile che i mesi di lavorazione occorsi per realizzare questo colosso siano stati massacranti e tutto questo, non lo si dimentichi mai, senza neppure sapere cosa fosse un computer. Il risultato è valso però l’impresa e, ancora oggi in Italia, il film giunto, come abbiamo detto, alla sua terza edizione cinematografica e dopo svariati passaggi televisivi, continua ad essere considerato un classico che dopo più di 50 anni riesce ad attirare spettatori di ogni età. Per tutti gli appassionati de La Guerra dei Mondi il 1977 ha segnato l’uscita settembrina di un nuovo LP, contenente la storia del film narrata nientepopòdimeno che da Richard Burton, con gli inconfondibili sottofondi delle astronavi madri. Anche la rock star David Essex fa la sua piccola apparizione vocale nell’album. In alcuni negozi americani si può ancora trovare questo disco, ma solo nella vetrina di qualche collezionista. Una chicca da non perdere! (E che io possiedo…ehm…ehm). Due parole, ora sugli interpreti del film: Gene Barry, il protagonista, morto nel 2009, fu la seconda scelta del produttore George Pal che avrebbe preferito poter avere a disposizione proprio l’interprete de La Cosa da un altro Mondo che fu, come abbiamo detto, un ottimo successo commerciale, ma Kenneth Tobey (1919 – 2002) aveva in quel momento altri impegni e fu “costretto” a ripiegare su Gene Barry, classe 1921 e, dobbiamo dirlo, non fu poi una scelta infelice. L’attore verrà poi impiegato quale interprete del film I 27 Giorni del Pianeta Sigma di William Asher, una delle pellicole più Makkartistiche che la storia del cinema possa ricordare e che era tratto dal romanzo di John MantleyIl Ventisettesimo Giorno”, pubblicato da Mondadori sulla Collana Urania. La protagonista femminile era Ann Robinson il cui destino non fu certo altrettanto interessante. Nata nel 1935, dobbiamo attendere fino 1985 per rivederla in un film da noi pure inedito, ed intitolato: Attack of the B-Movie Monster di Wayne Berwick, assieme ad altre glorie di quegli anni come Kenneth Tobey, John Agar, Robert Clarke, Robert Cornwithe, Gloria Talbott, Les Tremayne i quali interpretavano i ruoli che li avevano resi più famosi all’epoca ed anche dopo. Tanto per fare un esempio Kenneth Tobey e Robert Cornwithe erano rispettivamente il Patrick Hendry ed il Dottor Carrington de La Cosa da un altro Mondo, Les Tremayne il Generale Mann de La Guerra dei Mondi e Ann Robinson non poteva che essere la Sylvia Van Buren sempre de La Guerra dei Mondi. Ma questo personaggio rimase attaccato all’attrice come la carta moschicida perché lo dovette ripetere altre volte: In una piccola parte di un film del 1986 intitolato Midnight Movie Massacre, un altro inedito cinematografico di Mark Stock conosciuto in DVD come Attack from Mars dove è di nuovo Sylvia Van Buren. Si tratta di una pellicola demenziale che si svolge in un drive-in americano nel 1956 e sullo schermo stanno passando le immagini di un film di fantascienza nel quale dei poliziotti spaziali stanno dando una caccia spietata ad un criminale galattico. All’improvviso un alieno giunto a bordo di un disco volante comincia ad uccidere gli spettatori… Ma non finisce qui perché l’attrice, dopo essersi dedicata alla televisione ed essere apparsa in tre episodi di Rocky Jones Space Ranger ritorna nei panni del suo personaggio proprio nel serial televisivo, claudicante sequel del film di Byron Haskin ed intitolato, ovviamente, La Guerra dei Mondi. Siamo nel 1988, 35 anni dopo l’invasione marziana, gli alieni, creduti sconfitti, erano in realtà caduti in una sorta di letargo dal quale si sono casualmente risvegliati. Ora, mentre cercano di prendere possesso delle loro armi, possiedono la facoltà di penetrare nei corpi terrestri e di soggiogarli. Un gruppo di scienziati e di soldati cerca di fermare la loro subdola invasione. Protagonista è il figlio adottivo di Forrester e Sylvia (Jared Martin), mentre il padre è morto Sylvia è ricoverata in un ospedale psichiatrico ed appare in qualche episodio della serie per aiutare il figlio nella caccia ai marziani. Si tratta di 43 episodi di mediocre levatura, specialmente quando Adrian Paul, ben più famoso in seguito per essere stato il protagonista della serie televisiva di Highlander entra nella seconda stagione la quale ricorda molto più da vicino un fumettone senza capo né coda con i protagonisti nascosti nelle fognature mentre i marziani cercano di tutto per sterminarli senza riuscirvi. Tutto finisce poi in un’alleanza tra alieni e terrestri.: La prima serie è uscita in Italia in VHS. Tornando alla nostra Sylv… pardon Ann Robinson, viene da stupirsi se si è stufata di concedere interviste sul suo personaggio e sulla Guerra dei Mondi? Solo adesso si è ripresa da questa sorta di maledizione ma ci voleva il nome di Spielberg per ottenere questa specie di miracolo. Les Tremayne, il Generale Mann, classe 1913 è stato interprete di altre pellicole del genere quali Francis all’Accademia, It Grows on Trees, La Meteora Infernale, The Monster of Pedras Blancas, The Slime People, Marte distruggerà la Terra, Creature of Destruction, The Phantom Tollbooth e Fangs. Di George Palsi è già parlato a lungo ma resta da dire che gli eredi di Herbert George Wells furono così soddisfatti della trasposizione cinematografica del film che lo invitarono a selezionare un altro romanzo a sua scelta da portare sullo schermo ed egli scelse e poi diresse The Time Machine e cioè L’Uomo che Visse nel Futuro del 1960, una delle pellicole migliori del periodo… ed anche dopo. Byron Haskin, il regista, era nato a Portland, nell’Oregon, il 22 aprile del 1899. Dopo aver compiuto gli studi universitari in California divenne cartoonist del St.Francisco Daily News, poi fotografo di scena, operatore, aiuto regista. Nel 1923 divenne direttore della fotografia. Nel 1927 e nel 1928 diresse due film per poi tornare a fare l’operatore. Debuttò ufficialmente come regista nel 1947. È morto a Montecito, California il 16 aprile 1984. Sua è una colorata e vivace trasposizione filmica del romanzo di Stevenson L’Isola del Tesoro e quel Furia Bianca che narra la strenua ed impossibile lotta del protagonista Charlton Heston con un esercito di formiche devastatrici e questo fu il secondo film nel quale si trovò a fianco di George Pal in veste di produttore, poi la collaborazione continuò con l’interessante La Conquista dello Spazio, quindi i due si separano e, nel 1959, Haskin diresse una mediocre versione del romanzo di Jules Verne Dalla Terra alla Luna. L’altro suo piccolo capolavoro è S.O.S. Naufragio nello Spazio: La storia parte da un’astronave terrestre in orbita attorno al pianeta Marte. I due astronauti (Paul Mantee ed Adam West) sono costretti a modificare l’orbita per evitare un meteorite e devono quindi sganciarsi con le loro capsule. L’atterraggio per uno dei due è mortale mentre il sopravvissuto si adatta a vivere nell’esile atmosfera del pianeta bruciando delle pietre che generano ossigeno con il calore. Dopo parecchi giorni di permanenza egli avvista delle strane astronavi aliene che scaricano su Marte degli uomini che vengono mandati a prelevare minerali e che sono tenuti sotto controllo da altre creature. L’astronauta incontra uno di questi schiavi mentre sta fuggendo e lo aiuta a nascondersi, ma i suoi padroni lo possono localizzare per mezzo di due anelli che gli stringono i polsi. Per sfuggire agli stranieri il cosmonauta ed il suo nuovo compagno, da lui chiamato Venerdì (Victor Lundin), percorrono nel sottosuolo i canali di Marte fino ad avvicinarsi al Polo e, quando credono di essere stati raggiunti dagli stranieri, si accorgono che invece si tratta di una nave terrestre la quale sta venendo a prenderli. Chi, all’epoca, pensava di andare a vedere un film che fosse un’orgia di astronavi e di mostri spaziali, deve essere rimasto terribilmente deluso e forse per questo, commercialmente parlando, il film non fu un grosso successo. Tratto da un soggetto di Ib Melchior che si era liberamente ispirato al “Robinson Crusoe” di Daniel Defoe, il film non concede alti voli di fantasia, ma resta su un piano di piacevolissima, possibile realtà, almeno per alcune situazioni e conoscenze dell’epoca. La fotografia di Winton C. Hoch e le scenografie di Hal Pereira e Arthur Lonergan fanno della Valle della Morte, in California, un paesaggio marziano credibile con l’aggiunta dei vari colori del cielo, non realistici come oggi sappiamo, ma certamente suggestivi. Meno riuscite sono le astronavi aliene che altro non sono che quelle ridipinte in argento de La Guerra dei Mondi e private del loro mortale tentacolo a forma di testa di cobra. I loro movimenti sono estremamente scattanti, ma non riescono ad essere minacciose forse anche perché si trattava di sagome di cartone dipinte. Byron Haskin, nel girare questo film si è ispirato qualche volta alla famosa pellicola di Pal come quando l’astronauta superstite e Venerdì si allontanano assieme nel tramonto marziano e si odono parole della Bibbia simili a quelle pronunciate dal reverendo “Zio Matteo” mentre andava incontro ai marziani. Della storia abbiamo quindi già detto: resta da aggiungere che il soggetto di Ib Melchior e John C. Higgins, fu supervisionato dallo scienziato tedesco Werner Von Braun, il che aggiunse un tocco di veridicità alla vicenda. Nel 1967 Haskin e Pal tornano nuovamente insieme nei soliti ruoli di regista e produttore con La Forza Invisibile, storia di un superuomo assassino tratta dal romanzo di Frank M.Robinson The Power. Non molti sanno che esiste un’altra versione cinematografica molto più libera del romanzo di Herbert George Wells, si tratta di una pellicola polacca datata 1982 ed intitolata Woina Swiatow – Nastepne Stulecie e che al festival della Fantascienza di Trieste le fu attribuito il titolo de La Guerra dei Mondi – Il Prossimo secolo. La regia era di Piotr Szulkin e questa ne era la trama: I marziani giungono sulla Terra e l’avvenimento suscita gioia negli esseri umani perché la loro tecnologia, la loro scienza, farà progredire anche l’uomo. C’è un piccolo problema: il sangue umano costituisce per i marziani un piatto degno del miglior buongustaio, una raffinatezza afrodisiaca per cui, per accontentare l’ospite, bisogna ricorrere ai donatori volontari. Un giornalista si ribella a questa situazione, a maggior ragione quando questa donazione diventerà obbligatoria. Quando i marziani se ne andranno gli verrà data la colpa di questo avvenimento e condannato a morte in diretta TV. Il film fece la gioia della critica ma secondo il mio modesto parere era di una noia mortale. In ultimo non possiamo passare sotto silenzio un delizioso romanzo pubblicato sulla collana Urania della Mondadori e che vede l’incontro con le creature ed i personaggi inventati da Herbert George Wells ed un’altra icona letteraria: il grande Sherlock Holmes, uno dei più acclamati personaggi della letteratura di ogni tempo e nato dalla arguta penna di Sir Arthur Conan Doyle, famoso nel campo della fantascienza per l’insistente e perpetuo saccheggio che viene fatto di uno dei suoi romanzi più famosi: Mondo Perduto (The Lost World), storia di un acrocoro africano rimasto isolato dal tempo e nel quale vivono ancora uomini primitivi e mostri preistorici e che dal 1925 in poi divenne il soggetto, più o meno manipolato, di una nutrita serie di film, serial TV e film televisivi e che fu inoltre il principale ispiratore dello scrittore Michael Chricton e del suo Jurassic Park portato poi sullo schermo da Steven Spielberg e giunto, fino a questo momento, al suo quarto episodio. Ma torniamo al nostro solenne incontro: esso avvenne nel romanzo dal titolo “La Guerra dei Mondi di Sherlock Holmes” e fu opera di Wade Wellman e Manly Wade Wellman, padre e figlio. In realtà si trattava di una serie di racconti iniziati a scrivere nel 1969 ed assemblati poi in un romanzo nel quale appare anche un altro famoso personaggio creato da Conan Doyle proprio in Mondo perduto: l’arguto, presuntuoso, mastodontico e turbolento Professor Challenger.  L’invasione possiede a questo punto la sua data esatta: il 1902, anno in cui Marte era particolarmente vicino alla Terra. I due autori fecero riferimento non solo alle vicende narrate da Wells nel suo romanzo nel quale sia Sherlock Holmes che il Professor Challenger si integrano perfettamente, ma prendono come antefatto un altro racconto di Wells: L’Uovo di Cristallo. In questo divertente romanzo i due autori, o meglio il Dottor Watson ci narra la funzione di importante spettatore che ebbe il famoso detective, uno spettatore non solo esterno alla vicenda, sia chiaro, ma parte integrante ed importante di alcuni episodi di questa angosciante guerra con esseri di un altro pianeta. La copertina di Karel Thole ci mostra il numero in questione (per la precisione l’885 e vi consigliamo di cercare di recuperarlo) con il disegno delle famose macchine marziane dell’accoppiata Pal/Haskin , ma il testo segue invece le vicende del romanzo originale. Ed ora, miei cari amici lettori, facciamo un balzo indietro nel tempo ed immergiamoci completamente nella suggestione di questo vecchio ed amato film. S’a dì d’andà? O andiamo vai!

L'Autore

Giovanni Mongini

I suoi interessi hanno da sempre spaziato dal cinema alla narrativa, ma è con la prima, il cinema, che ha trovato il grande successo. È stato produttore cinematografico ed è stato il primo, assieme alla figlia Claudia, a gestire una cineteca specializzata. Nel 2011 con Luigi Pizzimenti si è impegnato nella realizzazione del Musef, un museo della fantascienza, del fantastico e dell'astronautica presso il comune di Gaiba (provincia di Rovigo).

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