Proprio oggi, 18 maggio 2017, si apre a Pittsburgh, in Pennsylvania, la SFWA Nebula Conference numero 51. La cerimonia di apertura avverrà esattamente alle ore 13 (le 19 qui da noi). Lo scopo di questa Riunione è quella di assegnare i Premi Nebula, decisi dai soci dello SFWA (Science Fiction & Fantasy Writers of America). Quindi, ormai tutto è deciso, anche se a noi lo faranno sapere solo nella giornata di sabato 20 e contiamo (qui a Nuove Vie) di presentare un resoconto completo dell’avvenimento nella prima settimana di giugno.

In questo articolo, invece, vorrei personalmente condividere con i lettori e (sperabilmente) con gli operatori italiani nell’ambito della fantascienza, i miei giudizi sui cinque libri che sono in lista per il premio considerato di solito il più importante: il miglior romanzo di fantascienza pubblicato negli Stati Uniti nel 2016.

Poiché non mi serve creare alcuna suspense, schiererò i libri nell’ordine da quello che mi è piaciuto di più a quello che mi è piaciuto di meno. Per far chiarezza prima di tutto con me stesso, sono ricorso a un piccolo metodo: ho fatto una tabella, dove ho messo (in centesimi) i miei giudizi rispettivamente su:

  • Idea: quanto mi sia piaciuto lo spunto da cui si è partiti
  • Storia: la trama; la sua qualità, la bontà degli sviluppi.
  • Scrittura: la qualità tecnica dell’Autore nello scrivere.
  • Lettura: la facilità di lettura, quanto sia godibile.

Nell’ultima colonna, intitolata “Valore” riporto semplicemente il calcolo della media dei quattro giudizi in base 10, come si usava ai miei tempi al liceo. E questa è la mia classifica!


Intendo tuttavia anticipare che tale ordine di preferenza non è senz’altro analogo a quello usato dai giudici SFWA, perché si è già visto quale sia la direzione che sta prendendo la “critica.”

Volevo tuttavia far notare come queste valutazioni più o meno “ufficiali” siano molto dipendenti da due fattori: la data di pubblicazione e il numero di revisioni. Poi ci sono casi assolutamente inspiegabili, per esempio come mai “All the Birds…” abbia avuto più di quattordicimila recensioni (Goodreads) e Everfair solo 566! Infine il numero di recensioni su Amazon è decisamente insignificante rispetto alla possibile platea di lettori


Mishell Baker

Il libro che di gran lunga mi è piaciuto di più è dunque Borderline, primo di una serie intitolata The Arcadia Project. Il racconto ci presenta un mondo estremamente divertente e insospettabile, in cui si può entrare da due o tre portali in California e in altre parti del mondo.

A leggere la quarta di copertina non è evidente la notevole quantità di umorismo che si accompagna alle investigazioni avventurose di Millicent Roper (Millie per gli amici). La “nostra” è affetta da Disturbo di Personalità Borderline detto anche BPD (Borderline Personality Disorder) e pare che ne sia affetta anche la sua autrice Mishell Baker.

Millie cambia dunque spesso umore e in passato, in condizioni di estrema depressione, si è buttata da un palazzo tentando il suicidio, che fortunatamente non è riuscito. Tuttavia lei e ne è uscita gravemente menomata: ora deve usare delle protesi che le sostituiscono entrambi i piedi.

Millie si interessa di spettacolo, lavorava e vorrebbe continuare a lavorare come produttrice cinematografica anche dopo il doloroso incidente, ma non è facile. Il Progetto Arcadia pare essere una delle possibili risposte ai suoi problemi.

Non intendo anticipare niente di più. Già la quarta di copertina dice troppo, a mio avviso. I lettori che approderano a questa lettura debbono solo rilassarsi ed entrare in un mondo pieno di sorprese e di divertimento.

Quel lunedì accanto alla mia sedia a rotelle apparve una donna ben vestita: pensai che fosse lì per qualche burocratismo. Di media altezza, ben messa, abito non vistoso, aspetto etnicamente ambiguo. Il viso era smorto e con un sacco di cipria; occhi e capelli di colore non classificabile. Pensai che se quella donna avesse tirato fuori una pistola e mi avesse piazzato un proiettile nella rotula avrei avuto il mio bel d’affare per descriverla ai poliziotti.

A vederla avrei detto che fosse più o meno della mia età, ma quando parlò ne uscì una voce estremamente roca, che indicava almeno quarant’anni di fumo e whiskey. “Millicent Roper,” mi disse.

“Sì?” la mia esitazione era dovuta al fatto che quelli che usano quel tono nei film, poi aggiungono invariabilmente “Sei in arresto.” Lei invece allungò una mano guantata.

Nessuno usa i guanti a Los Angeles. E anche questi non erano guanti anti freddo, erano leggeri e rosa, stessa tonalità pallida della camicetta e i polsi sparivano nelle maniche della giacca.

“Sono Caryl Vallo del Progetto Acardia,” disse.

In qualche modo, il genere ricorda da vicino i libri di Jim Butcher, ma so che dicendo questo non riesco a illuminare la maggior parte dei lettori, perché Jim Butcher è praticamente sconosciuto in Italia ed è un grande peccato!


Speciale copertina disegnata da Kimmo Lahtinen

Il mio secondo preferito, All the Birds in the Sky di Charlie Jane Anders, (più o meno un fantasy) tratta della vita di due adolescenti (prima parte) e poi da adulti (seconda parte). Lui è una specie di super Nerd, capace di costruire macchine incredibili fin da piccolo e immaginiamoci cosa potrà fare da grande. Lei invece sa parlare con gli uccelli e con le piante ed entra in un’università della magia (che non assomiglia affatto a quella di Harry Potter). L’Autrice inserisce anche un personaggio ambiguo, su cui personalmente contavo moltissimo:

Si chiamava Theodolphus Rose, era membro dell’Ordine degli Assassini Anonimi e aveva imparato 873 modi per uccidere la gente senza lasciare la minima traccia: dopo avere ammazzato 419 persone aveva raggiunto il numero nove nella gerarchia dell’O.A.A.

Come ho detto in altra parte l’Autrice si dimentica quasi del tutto dell’assassino e nel seguito della storia (seconda parte) in pratica il personaggio scompare senza aver preso parte ad alcuna avventura!

Malgrado queste eccezioni, la facilità di lettura del racconto e l’idea fantastica originale, me lo fanno apprezzare e gli assegno una seconda posizione.


N. K. Jemisin

Ed ecco che qui, chi avesse seguito un po’ l’andamento delle varie revisioni critiche, si accorgerebbe che The Obelisk Gate (decisamente il favorito) è per me in terza posizione soltanto, con un valore che raggiunge appena, appena la sufficienza!

Si tratta del secondo libro della serie Broken Earth Trilogy di N. K. Jemisin, che l’anno scorso ha vinto l’Hugo. Ma quest’anno, purtroppo, il romanzo è stato una grande delusione per me.

Lo scorso anno avevo io stesso segnalato il primo libro (The Fifth Season) come meritevole di vincere. L’idea era frizzante e piuttosto nuova, lo stile aspro e violento nella maniera giusta, ogni capitolo era una nuova trovata.

Qui invece non c’è traccia della fantasia esplosiva del libro precedente, e tutto risulta molto, ma molto noioso. Arrivato a metà libro ho avuto la seria tentazione di lasciarlo lì, ma poi mi sono detto che così tanti pareri favorevoli meritavano per lo meno lo sforzo di arrivare fino in fondo.

La mia impressione è comunque che la Jemesin avrebbe fatto meglio a finire con il libro numero uno, magari esplorando qualche altra idea per un nuovo romanzo. L’idea di rimanere attaccati a un ambiente e a dei personaggi scrivendo un’unica storia che dura tre libri, rivela a mio avviso una sgradevole mancanza di fantasia.

L’unica eccezione a questa affermazione è quando si scrivono serie con dei personaggi ricorrenti, ma in cui ogni romanzo è a se stante: grandi serie fantastiche nascono con tali premesse. Tra i libri qui presentati solo The Arcadia Project potrebbe promettere di essere una serie di questo tipo.


Una “Aerocanoa”

Di Everfair di Nisi Shawl abbiamo già detto parecchio: nello schema del mio giudizio è riportato fedelmente ciò che ho già riferito: una bella scrittura, bei personaggi, mancanza di trama totale e (tutto sommato) poca fantascienza che compare solo ogni tanto sotto forma di diavolerie tecniche di tipo steampunk.

Non si tratta di un romanzo, ma di una sequenza di racconti, per lo più auto conclusivi, che tendono a essere, in qualche modo, collegati blandamente tra di loro. Il filo narrativo è continuamente perduto, nel momento in cui un capitolo termina, quello successivo riparte da una situazione in cui sono trascorsi alcuni mesi. A volte, molti mesi.

Le trovate tecnologiche vittoriane non sono male, ma poco hanno a che vedere con la trama, se non nulla. Accurate le storie d’amore, alcune tristi, alcune semplici, ma quasi tutte tormentate. L’attenzione della Shawl si concentra soprattutto su un intenso rapporto lesbico che però non ha davvero una funzionalità nella storia. La vicenda si svolge quasi tutta nel Congo e ci si aspetterebbe un bel po’ di denuncia sociale,: siamo a fine ‘800, inizi del ‘900. Ma niente di tutto questo.

A mio avviso un interessante esperimento parzialmente fallito.


La Fortezza degli Aghi Sparsi

Ninefox Gambit è alche lui il primo libro di una serie: Machineries of Empire (Macchine dell’Impero). L’autore Yoon Ha Lee proviene da una famiglia di origine coreana, ma è nato a Houston in Texas.

Il romanzo è interessante, ma presenterà delle terribili difficoltà di traduzione.

Cheris una comandante di eserciti dalla parte degli Esarchi, è incaricata di riconquistare l’inconquistabile Fortezza degli Aghi Sparsi. I nemici dell’Esarcato sono gli “eretici,” ma esiste un’arma, che in realtà è un uomo, un pazzo geniale, l’unico che potrebbe sbaragliare le difese del ghiaccio invariabile.

Questo è lo spunto della storia, che nei primi capitoli si trascina un po’ troppo a lungo senza dire molto. Un romanzo che dà del filo da torcere al lettore per il lessico inventato che inserisce abbondantemente, senza mai descrivere direttamente le armi, gli esseri che partecipano al racconto, gli automi servitori, i mezzi mobili che si chiamano falenospazio, falenolente, falenoscoria, faleno-qualcosa.

Io sono favorevole all’inserimento di nuovo lessico in fantascienza: non vedo perché lo possa fare Camilleri o James Joyce con Finnegan Wake e non lo possiamo fare noi che scriviamo e leggiamo fantascienza.

L’Esarca Shuoz Mikodez non sapeva se fossero peggio gli schermi che brillavano informandolo sui problemi alla Fortezza degli Aghi Sparsi o il fatto che nelle ultime quattro ore e venti minuti non si fosse mai spenta la spia luminosa che segnalava chiamate dall’argenteo falenospazio dell’Esarca Nirai Kujen. Un bel bastardo chiacchierone quel Kujen – non che Mikodez potesse dire – ma il peggio era che Kujen aveva ragione a voler parlare con Mikodez perché molti erano i pericoli per l’Esarcato.

Il quartier generale degli Shuos era nella Cittadella degli Occhi, fortezza stellare nella Marcia Stilo-di-vetro. Esistevano semplici motivi di astrografia, che purtroppo piazzavano la cittadella scomodamente prossima alla Fortezza degli Aghi Sparsi sistemata nell’adiacente Marcia Groviglio, dove erano cominciati i problemi. Le correnti calendricali arrivano molto lontano e superano anche gli spazi siderali, per cui ecco il motivo di tutta quell’agitazione. Purtroppo basta pochissima eresia per penetrare profondamente.

L’anticipazione fa capire il tono di tutto il racconto, il romanzo non sarebbe male, se però avesse un po’ più di trama. Bisogna dire che la difficoltà lessicale e la difficoltà di immaginare un mondo davvero molto alieno possono produrre alcuni danni nelle capacità di giudizio del lettore. So che altri critici, hanno definito il romanzo NFER, Not For Every Reader (non per tutti) e probabilmente si dovrebbe provare a tentare almeno una seconda lettura.


Come sempre spero che qualche lettore voglia commentare, soprattutto a partire dal momento in cui saranno disponibili i risultati ottenuti dai romanzi presi in considerazione.