Parlando con Giuseppe Caimmi ci è venuta voglia di cercare e parlare dei piccoli Editori italiani. Ognuno di noi svolgerà il progetto secondo i suoi gusti e conoscenze: alla fine speriamo di avere un dossier discretamente completo della situazione piccolo-editoriale in Italia. Ovviamente comincerò con una Casa Editrice che conosco particolarmente bene, perchè ha pubblicato il mio romanzo Nuove vie per le Indie.

Iniziando dunque un excursus sugli Editori Italiani di piccole, o medie dimensioni si deve dire che solo alcuni di loro nascono specializzandosi in fantascienza, altri vedono il genere solo come una delle tante correnti della letteratura tradizionale, quella che una volta veniva chiamata mainstream. Questo atteggiamento, a mio avviso, è particolarmente meritorio. Ma non tutti la pensano così.

Hugo Gernsback

Hugo Gernsback

In Italia esistono moltissimi lettori di fs che io definisco “duri e puri,” cioè coloro che “per me solo la fantascienza, non parlatemi di fantasy, per carità.” Personalmente amo queste persone, perché molti dei miei amici sono così. Tuttavia la nostra tradizione letteraria non condivide affatto questo pensiero: conosco pochissimi nostri scrittori che si siano dati a seguire la filosia e i dettami di Hugo Gernsback. Da sempre le nostre storie fantastiche sono tormentate e filosofiche (fortunatamente ‘sta cosa sta sparendo), oppure ci sono scrittori che scrivono thriller fantascientifici (Philip Dick ha colpito!). Quindi ben pochi autori  trattano di astronavi, marziani e scienza fantastica.

Quando io ho cominciato a scrivere mi sono posto subito in opposizione a questo duopolio di idee: niente filosofeggiare, poco, se non niente, thiller. All’epoca tutti i racconti di fantascienza italiani erano delle tormentate storie.

Tornerò per l’occasione a parlare del mio romanzo Nuove vie per le Indie, che nasce all’incirca negli anni ottanta. Negli anni successivi è stato lungamente limato, accarezzato e vezzeggiato da me, alla ricerca di qualcuno che lo pubblicasse. Ho collezionato un bel numero di rifiuti: sono più che convinto che la maggior parte di coloro a cui l’ho offerto non abbia letto una riga di quella storia. Alcuni amici fidati che l’avevano letto, mi hanno consigliato di inviare il manoscritto a Editori non specializzati.

A quel punto ero tuttavia piuttosto demoralizzato: un amico esperto mi diceva di provare un Editore come Sellerio, a cui di certo sarebbe piaciuta questa storia, ma non gli ho mai dato retta: me lo rinfaccia ancora oggi!

Una persona che passava da casa nostra mi ha parlato di Pragmata ed è per questo che invio il mio manoscritto per email a quell’indirizzo. Non lo rileggo neanche: era a posto l’ultima volta. Tanto si sa, non lo prenderanno!

Invece, passano pochi giorni e mi scrive Monica Palozzi, la responsabile di Pragmata: “Mi piace!” ed è così che il romanzo trova finalmente una sua edizione.

A prescindere dalla mia perrsonale sensazione sull’argomento, adesso apprendo che il parere di Monica non sia stato così  immediato: ecco come lei stessa rivive la la lettura di quel manoscritto:

nuove_viePer una serie di circostanze non casuali, non esiste la casualità, mi giunge un giorno per posta elettronica il file del romanzo Nuove vie per le Indie di Franco Giambalvo con preghiera di leggerlo e valutarne la pubblicazione. Come sempre faccio, apro subito l’allegato del messaggio email, lo scorro velocemente e là per là resto sconcertata: è scritto in volgare del ‘600! Richiudo il tutto e rispondo all’autore: “La ringrazio per essersi rivolto a Edizioni Pragmata per proporre la Sua opera. Leggeremo appena possibile quanto da Lei trasmesso e La contatteremo. Cordiali saluti…”.

Prima di scaricare e archiviare il file, rileggo l’email e noto che il romanzo viene definito di genere fantascientifico. La cosa mi incuriosisce perché, ripensando al volgare rinascimentale, mi chiedo quale nesso possa avere tale vetusto italiano con la fantascienza. Ed è così che leggo subito il romanzo e me ne innamoro.

Si tratta di un lavoro molto accurato sotto ogni profilo, sia tecnico che letterario, e in cui non sfuggono all’autore dettagli di ogni tipo che donano verosimiglianza al narrato e che fugano ogni incongruenza logica in una vicenda che si dipana su di binari temporali distanti secoli tra loro e con tutte le conseguenze linguistiche e interpretative della mentalità di uomini appartenenti a epoche culturali diversissime tra loro.

L’opera si apre con una presentazione da parte del curatore immaginario che è già il romanzo: rivelazione di una trouvaille letteraria antica e cronistoria scientifica degli studi e delle ricerche sui passaggi attraverso warp temporali. Si deve, infatti, proprio ad un warp temporale se nel giugno dell’anno 2208, in un universo parallelo Manuel J. Colmar e Jim McLoad scoprono l’opera del XVI secolo, inedita e sino alla data sconosciuta, di messer Osvaldo Carpentieri da Fiesole, Prodromi al Viaggio intorno al Mondo, e riportata nella loro epoca e dimensione temporale di appartenenza grazie a sofisticatissime apparecchiature della Canon International.

Si tratta della narrazione delle avventurosissime peripezie sentimentali e di viaggio del gentiluomo fiorentino, cacciato dalla propria città per amore e giunto con una stravagante carovana sino in Spagna per imbarcarsi assieme ad altri singolari viaggiatori alla volta delle Molucche sulla via per le Indie alla conferma della sfericità della Terra. Il curatore riporta molte note che sono esse stesse artificio letterario di narrazione.

cartaceoUn racconto brillantissimo, in cui con ironia e fine umorismo Giambalvo traccia un affresco giocoso della colorata società rinascimentale, non tralasciando usi e tradizioni, mentalità e psicologia, superstizioni e credenze che, tra vizi, inganni e ingenuità, si accosta al mondo dell’uomo futuro, rivelando che la ricerca di giungere a svelare i misteri del cosmo è un viaggio che accomuna gli uomini di ogni epoca.

Edizioni Pragmata (in realtà Monica Palozzi, ovvero io) decide così di pubblicare il romanzo, dapprima in formato digitale, l’eBook, ed oggi anche in formato cartaceo con la formula del book-on-demand, ultima frontiera dell’editoria contemporanea. L’opera viene così diffusa a livello intercontinentale, essendo presente sulle maggiori librerie digitali di tutto il mondo e affidata alla storia in divenire.

Monica, cos’è Pragmata?

Edizioni Pragmata è una piccola realtà editoriale molto ricca di buone intenzioni e molto povera di denaro come sempre accade a chiunque si basi sulle buone intenzioni, nasce come emanazione editoriale dell’omonima associazione culturale, fondata nella primavera del 2004 da me e da altri cinque soci. L’estate precedente avevo lasciato da qualche mese l’impiego presso una società di servizi che organizzava eventi di vario tipo e che stava precipitando, la mia intenzione era di aprire una mia società omologa a quella e attraverso di essa organizzare eventi e manifestazioni culturali. Purtroppo per aprire una società ci voleva un capitale iniziale che non possedevo, così diedi vita ad un’associazione culturale. E un pomeriggio, in viaggio in macchina, chiesi a mio marito (che da ragazzo aveva 10 in greco) quale fosse in tale lingua il vocabolo eventi. La sua risposta fu πραγματα. Da là nacque il nome di Pragmata e la sua attività decollò subito con fortuna: iniziative e concorsi letterari, conferenze a vario tema culturale, l’organizzazione di un premio di livello europeo e, infine, un gemellaggio internazionale tra due città, promosso e organizzato dalla piccolissima Pragmata! Dopo solo tre anni di attività un grave problema familiare mi impedì di continuare l’attività organizzativa che conducevo praticamente da sola, limitandomi a seguire quella editoriale che, intanto, era nata e si stava ben sviluppando… Oggi gli autori pubblicati da Edizioni Pragmata sono di livello internazionale e la nostra attività editoriale raggiunge le principali vetrine dei cinque continenti.

Ci parli un po’ di te, Monica?

Monica Palozzi

Monica Palozzi

Sono una persona soprattutto attiva, capace di fare tutto in generale e nulla in concreto. So tradurre un po’ l’eteo-geroglifico, ho scoperto due parole in eblaitico, ho studiato antropologia, storia delle religioni, etnologia e tante altre belle materie, so cucire, ricamare, cucinare, ho il pollice verde ma, soprattutto, amo gli animali tutti, tranne le farfalle che rifuggo e per le quali ho una fobia invalidante.

Aspetta: che diavolo è l’eteo-geroglifico? E l’eblaitico? E che male ti hanno fatto le farfalle?

L’eteo-geroglifico… è una lingua hittita, di cui c’è molto poco in realtà, si tratta per lo più di iscrizioni commemorative e dinastiche, annali e di formule augurali, più spesso mal augurali, trattandosi di maledizioni apotropaiche scolpite su templi o monumenti funebri a danno di ipotetici violatori. Comunque, a ben leggervi, si trovano in essa i prodromi di usi e tradizioni e a volte anche nella lingua giunti sino alle civiltà greca e romana. Basti pensare alla loro dea Hepat Sharruma, preposta al vaticinio grazie alla consultazione del fegato degli animali sacrificati, e dal cui nome è probabilmente (è mia supposizione e non ha valore scientifico ma difficilmente mi sbaglio in queste cose) derivato il vocabolo greco antico ἧπαρ, ἧπατος, fegato.

ebla_tavol04L’eblaitico è una lingua cuneiforme, la cui maggior parte dei testi ha contenuto commerciale, e che si parlava nella zona precisa di Ebla, nella odierna Siria. Mi attirava molto ma, per proseguirne gli studi, avrei dovuto studiare prima la lingua tedesca, dato che allora la maggior parte delle ricerche erano state approfondite in Germania sebbene la scoperta di Ebla si dovesse a Paolo Matthiae de La Sapienza, e non era per me il caso di allargarmi tanto. Non avevo né denaro né tempo per studiare il tedesco, così, seppure a malincuore, mollai… Il mio professore era Giovanni Pettinato, un siciliano simpaticissimo e maggior traduttore dall’eblaitico, ricordo con affetto di come si infuriò quando insistetti che le pelli di “gatto cornuto”, di cui si parlava su di una transazione commerciale, altro non erano che pelli di lince. Io insistevo che le linci hanno i ciuffi di pelo sulle orecchie che possono dare l’idea di “corna”, lui sbraitava che non si può andare avanti con l’intuito. Passarono delle settimane e un giorno arrivato a lezione, sempre sorridente, mi disse trionfante che aveva trovato un testo bilingue in cui il gatto cornuto era proprio la lince.

Papiliofobia

Papiliofobia

Le farfalle… brutta domanda! Mi fa rabbrividire pure il loro nome. Una fobia senza paragoni. Mi sono rivolta a luminari nel tentativo di uscirne. Hanno provato di tutto, anche con l’ipnosi (scoprendo che sono refrattaria all’ipnosi) e altri sistemi vari, risultando incurabile. Me la tengo, purtroppo!

Tu scrivi e hai scritto: che argomento preferisci?

Sono da sempre incuriosita dagli ipotizzabili risvolti distopici che la psicologia sociale, la politica e l’economia potrebbero arrecare alle società, come per esempio nel romanzo 1984, di Orwell. Sin dall’età di sedici anni mi diletto a scrivere racconti sul tema. Ho scritto e pubblicato (con Pragmata!) due romanzi distopici. In realtà sono autrice anche di due manualetti di scrittura creativa, nati dall’esperienza di un fortunato laboratorio di scrittura che ho ideato e condotto nel 2014-2015 sul web, e per qualche anno ho collaborato con il mensile di cultura Modus Vivendi (oggi non più esistente) per il quale ho scritto diversi articoli di storia sociale.

Devi dirmi tutto di questi tuoi lavori sulla distopia. E anche da dove arriva questa preferenza.

Credo che ad affascinarmi al genere fu una serie televisiva inglese che guardavo da bambina in Spagna dove abitavo, El prisionero. Poco più grande lessi La macchina del Tempo di H.G. Wells e poi diversi altri, ormai classici del genere, come Il mondo nuovo e Ritorno al mondo nuovo di Huxley, 1984 di Orwell, Fharenheit 451 di Bradbury, Il pianeta delle scimmie di Boulle, Il signore delle mosche del premio Nobel Golding, La fuga di Logan di Nolan.

AtlantisCome ti dicevo, io stessa mi sono spesso cimentata nel genere, dapprima con racconti poi con due romanzi che sono complementari tra loro. Il primo, Lucrezia.doc, lo scrissi circa venti anni fa nelle mezz’ore dei viaggi in treno nel mio pendolarismo da casa all’ufficio. Il secondo circa cinque o sei anni fa in una calda settimana di agosto. Erano tutti in vacanza e io, relegata in casa già da molti anni per curare mia madre che viveva un gravissimo problema di salute, ero tempestata da persone che mi raccontavano delle magnificenze delle loro vacanze. Così volli farne una anch’io, sicuramente la più avventurosa di tutte, e nacque Progetto Atlantis, che può considerarsi il seguito del precedente romanzo. Ne ho previsto un terzo a conclusione della serie ma non trovo mai il tempo per dedicarmici e così per ora resta nell’etere delle buone intenzioni.

In pochissime parole Lucrezia.doc – che deve il nome alla finzione letteraria del ritrovamento di un dischetto contenente un file word ritrovato in una cassetta di sicurezza di una banca – tratta della scoperta fortuita da parte di un giornalista di una popolazione evoluta economicamente ma repressiva a livello sociale che da oltre un millennio vive nelle viscere della terra, sotto al bacino del mare Mediterraneo, e che intrattiene rapporti coatti con il mondo di superficie. Dopo una lunga serie di avventurose peripezie è lo stesso protagonista, suo malgrado e tratto d’inganno, a porre fine a quel mondo.

Progetto Atlantis ne continua la vicenda a trenta anni di distanza. Vi si ritrovano molti dei personaggi principali e si basa sulle vicende di un esperimento sociale nato durante un summit di capi di stato e mantenuto segreto al mondo. L’esperimento dovrà durare trecento anni. Ovviamente l’episodio si conclude ma, oltre a tanti interrogativi sulle vicende personali dei protagonisti, lascia l’incompletezza del progetto e l’appuntamento a tre secoli avanti nel futuro.