Questione di pancia

1pancia Diario di bordo dell’esploratrice Pung. Data stellare, 16 unimestre del VI lustro del IX secolo del III millennio dopo Kunkh.

Non mi pare vero di essere in viaggio verso la mia galassia. Non che io sia stata male sulla Terra, ma ci sono due cose che non capisco degli umani: perché siano convinti che le persone valgano un tanto al metro, reputando un disonore essere bassi, e perché la natura terrestre abbia equipaggiato il loro corpo di un così scomodo apparato digerente, tanto collegato alla psiche e al sistema nervoso da trasformare da un momento all’altro l’intestino in una bomba ad orologeria.

Ma andiamo con ordine. Anche sulla Terra, come nel resto dell’universo, muore una parte di femmina ogni volta che rinuncia a se stessa per il bieco piacere di un maschio. E che questo sia di destra o di sinistra poco importa. Ma prima di far morire me, ce ne vuole! Quindi, trovandomi al cospetto del Commendatore, indiscusso leader della destra emergente, stabilii di non sacrificare nessun frammento della mia anima.

Mi trovavo nella hall del grande albergo dove alloggiava e chiedevo di poterlo intervistare. Ero sulla Terra già da qualche mese, mi ero abituata al mio corpo umano, perfettamente riprodotto nei laboratori del mio pianeta, ed ero riuscita a farmi assumere come giornalista in una Tv locale. La posizione ideale per girare, conoscere, osservare.

Da sotto il mezzo centimetro di fondotinta che gli ostruiva i pori, il Commendatore mi squadrò da capo a piedi.

Il suo addetto stampa non voleva lasciarmelo avvicinare, perché avevo lo stesso cognome di un noto deputato comunista.

Ma il Commendatore fu immediatamente colpito dalle mie doti intellettuali: «Però è bella. Proviamo».

Poi, il Commendatore, circondato da apostoli e discepoli adoranti, si rivolse con il dito puntato al mio cameraman e, con impareggiabile senso dell’umorismo, ordinò: «Tu! In ginocchio di fronte a me. Inquadrami dal basso verso l’alto, così risalto meglio». Come risero i sudditi di fronte a tanta simpatia!

«Massimo, alzati, rimetti la telecamera sul cavalletto e abbassalo, ma non abbassarti tu!», mi affrettai a consigliare all’operatore che era già scattato in ginocchio con la camera in spalla.

Il Commendatore si voltò verso di me con stupore. Fu allora che mi rivelai ai suoi occhi in tutta la mia fiera statura e si rese conto che lo sovrastavo di quasi 10 centimetri, pur combattendo a tacchi pari, i suoi subdolamente occultati dall’opera d’un abile artigiano del cuoio, i miei sfacciatamente esposti alla disapprovazione del suo addetto all’immagine, il quale mi prese e mi spostò quasi di peso in una posizione diabolicamente studiata per farmi apparire alta esattamente come il Commendatore.

Sorridente e disinvolta, mentre la nausea vagava a zonzo per i miei organi interni ed infine si nascondeva nelle anse protette del colon, decisi di trapanare con lo sguardo un punto preciso della fronte dell’ometto, esattamente in mezzo alle sopracciglia, come mi aveva insegnato due anni prima un ipnotizzatore del pianeta Vurk.

Quando guardi una persona negli occhi, in realtà il tuo sguardo continua a muoversi da un occhio all’altro. Se non sei un camaleonte, gli fissi quello destro o quello sinistro.

Ma se prendi di mira quel punto esattamente nel mezzo, alla radice del naso, la persona che hai davanti sente che gli entri dentro e non può più difendersi. Ebbene sì: entrai nel Commendatore, che cominciò a imperlare il fard di sudore e a non reggere la penetrazione dello sguardo che gli avevo inchiodato nel cervello.

A mia volta sentivo tutti i riflettori del suo invasato staff puntati su di me. Le onde elettromelmose negative mi scivolavano dalla testa verso il basso e finivano incagliate nell’intestino ormai teso come un tamburello sbatacchiato alla Sagra del Fagiolo, manifestazione diffusa in almeno cinque galassie.

Fu un’intervista di sette minuti televisivamente lunghissimi, durante i quali riuscii a farmi rispondere in maniera vaga a domande vagamente volte a farlo apparire personaggio vago.

E alla fine dell’intervista, la mia operazione chirurgica alle meningi del Commendatore poteva definirsi sostanzialmente riuscita: pareva temporaneamente rincoglionito.

Salutai, ringraziai, sorrisi e, sui miei irriverenti tacchi, mi avviai rapida con passo degno di una bersagliera verso l’uscita dell’hotel. Era finita! Ero ancora viva.

No. Non era finita.

Eccomi lì, accucciata nel parcheggio, in preda al primo e ultimo attacco di colite spastica della mia vita terrestre.

***

Diario di bordo dell’agente Commen. Data vegana 5.673.567.999,324.

Finalmente torno a casa. La mia missione sulla Terra ha preso una pessima piega fin dall’inizio. Il mio camuffamento da umano era un po’ maldestro, tentavo di nascondere le squame verdi con molto trucco, mimetizzavo i piedi da ovinide grazie a particolari scarpe con zeppe interne sotto ai talloni mancanti, e subito ho cominciato a sparare sciocchezze a tutto spiano per confondermi in mezzo alla stupidità primitiva di quegli esseri. Ma devo aver esagerato, perché, proprio per il livello inverosimile delle assurdità che uscivano dalla mia bocca, nel giro di poco tempo mi sono ritrovato a capo di un partito politico, circondato da fanatici adoranti. Senza quasi rendermene conto sono finito a guidare un Paese, fino alla settimana scorsa, quando sono fuggito a bordo di questo disco volante, attanagliato dai rimorsi di coscienza per l’inganno che stavo portando avanti ai danni di onesti cittadini colpevoli solo di essere un po’ bietoloni.

Ma fra tutti gli esseri umani che ho incontrato ce n’è uno, anzi una, che mi rimarrà sempre impressa per la sua stranezza. Basti pensare che si è seccata solo perché le ho detto che era bella. Poi ha costretto un suo povero collaboratore stanco morto a rimanere in piedi durante un’interminabile ed inutile intervista, quando io l’avevo autorizzato ad accucciarsi per riposarsi. Subito dopo, è diventata strabica e non capivo più se volesse guardarmi negli occhi o se stesse fissando una delle mie squame truccata male. Che angoscia! Non vedevo l’ora che se ne andasse. Per l’agitazione, le budella mi si contorcevano emettendo strani muggiti! O forse no. Forse quei suoni venivano dalla sua pancia. Non voglio più pensarci. Spero solo di arrivare a casa in tempo per la Sagra del Fagiolo.

Anna Laura Folena (2015)

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Chi sono:

Appassionato di fantascienza credo da sempre, ma scoperto di esserlo in quarta elementare quando mi hanno portato a vedere "La Guerra dei Mondi" di Byron Haskin: era il 1953 e avrei compiuto nove anni in quell'autunno.

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