Ecco una collaborazione davvero importante: quella con Luigi CLuigi_Cozziozzi, autore, editore e regista che vive a Roma e di cui avremo ben modo di parlare molte volte in questo blog. La prima volta che ho visto Cozzi è stato a Milano, durante un incontro nato non ricordo come a cui parteciparono un po’ di personaggi importanti nel campo della fantascienza italiana. Non ricordo il nome di tutti i partecipanti, se non appunto Luigi e il bolognese Ugo Malaguti, di cui spero poter parlare in futuro.

Luigi Cozzi si presentava se non esclusivamente, soprattutto come Regista! Il che all’epoca non mancò di stupirmi, perché confesso che non avevo assolutamente cognizione di film di fantascienza italiani. Anche di questo però spero di poterne parlare in seguito, anzi spero che Luigi Cozzi lo possa fare qui in prima persona.

WalterMillerL’argomento di questo articolo è invece un’occasione straordinaria che Luigi mi ha dato facendomi tradurre in italiano un romanzo che mi risultava del tutto perduto: Saint Leibowitz and the Wild Horse Woman di Walter Miller Jr. Questo Autore aveva prodotto quello che tutti considerano un autentico classico della fantascienza, cioè Un cantico per Leibowitz, lettura che di certo non dovrebbe mancare nella formazione di qualsiasi appassionato di fantascienza. Dopo questo sforzo meritorio, Walter Miller era completamente scomparso, per lo meno dal panorama dei normali lettori non particolarmente informati.

7portraitbissonNel momento in cui ricevo questo originale apprendo due cose: uno, Walter Miller Jr. è morto prima di terminare il libro che ho in mano ed è morto suicida! Due, il libro è stato completato da un secondo scrittore, tale Terry Bisson. Mi metto subito in contatto con Bisson e gli chiedo assolutamente di poter usare nell’articolo di accompagnamento una parte del suo testo in cui descrive come ha operato. Lo scrittore è gentile e mi risponde subito, dicendo che posso utilizzare qualsiasi parte, ma gradirebbe una citazione e poi mi rivela da dove aveva cominciato a scrivere la parte nuova, cioè le cento pagine scarse che lui aveva fatto. In pratica mi segnalava il punto esatto in cui Miller aveva posato la penna, ma aggiungeva: “Spero tuttavia che non si capisca, per cui ti prego di non rivelarlo.”

Non lo rivelo!

Forse si è già capito, ma confesso di aver trovato geniale questo romanzo: al contrario di quel che afferma la critica più o meno ufficiale che considera l’opera in stile minore, personalmente ritengo invece che questo sia un romanzo migliore del Cantico. Tra i lettori si verifica un oscillare tra quelli che lo considerano un libro migliore del Cantico e quelli che si allineano alla critica ufficiale.

Sono talmente tanti gli aneddoti collegati a questa traduzione e le scoperte che ho intenzione di scrivere più articoli in cui si parla di quanto è successo durante la lavorazione.

Oggi voglio solo accennare ai misteri che si nascondono in questo testo. Anzi a un solo mistero per oggi. Moltissimi li lascio per altre occasioni e vi garantisco che ce ne sono di sconvolgenti!

Altri aneddoti che lascio per altri articoli riguarderanno l’umorismo profuso a piene mani per tutto il testo, soprattutto nella forma del sarcasmo, molto più consona al cupo carattere di Miller. Poi c’è una enorme mole di tradizioni di origine fantastica: Miller ha costruito una pletora di leggende che non possono lasciare indifferenti, costruite con una pignoleria da cui emerge almeno in parte la sua follia.

Ma torniamo a parlare dei misteri: alcuni possono essere originati da dimenticanze. Ci rivela Bisson :

Don Congdon [l’Editore] mi diede una scatola che pesava quanto un piccolo cane. Non l’aprii, ma la trascinai a casa. Dentro c’era un manoscritto di quasi 600 pagine! È da un po’ che scrivo e so benissimo cosa significhi rimanere invischiato in un testo. Vai avanti e indietro, perdi tempo, riscrivi — qualsiasi cosa. Miller aveva parlato di questa sua sensazione a Congdon dicendo “è come sputare contro vento.”

Ad ogni modo, per questa sezione accennerò a uno solo dei molti misteri irrisolti: il libro tratta (tra gli altri) di mutanti originati dalle radiazioni della guerra atomica. In genere sono mostruosi, ma una sola, terribile, meravigliosa, indimenticabile fanciulla è un mostro perché troppo bella! Così bella che nemmeno un santo monaco di Leibowitz può resistere al suo fascino animale. Uno dei misteri più grandi del libro riguarda proprio lei.

Vorrei spiegare che ho deciso di tradure tutti i nomi dei Nomadi, che costituiscono la maggior parte dei residenti di questo mondo di Leibowitz, perché i nomi ricordano quelli dei Pellerossa, e sono trattati alla stessa stregua. i Nomadi cattolici, o addirittura monaci, hanno conservato il loro nome originale, seguito da quello scelto dopo battezzati, come ad esempio i fratelli Scricciolo Battezzato Mary e Vacca Che Canta Battezzato Martha. I nomi femminili sono usati indifferentemente per maschi e femmine, il che fa parte di questo complicato e sofisticato mondo fantastico dove poco è spiegato e molto è lasciato all’intuizione del sapiente lettore.

Il personaggio principale è un monaco di una tribù non identificata. O meglio lui non si riconosce in alcuna tribù: si chiama Dentenero.

La fanciulla troppo bella si chiama Ædrea ed ecco come compare nel Capitolo 5:

Alla richiesta dalla donna, spuntò una ragazzina bionda che perquisì tutti per vedere se erano armati. Era bella e dorata, apparentemente priva di qualsiasi difetto e Dentenero arrossì quando lei gli toccò il corpo. La ragazza se ne accorse e gli rise in faccia, si fece più vicina, gli afferrò il membro e glielo strinse, poi si allontanò veloce dopo avergli rubato il rosario. La donna la richiamò rabbiosamente, ma ormai la ragazza aveva nascosto le perline. Dentenero era assolutamente certo che quella ragazzina fosse uno spettro, cioè una genica della Valle, ma con un aspetto normale.

Il mistero riguarda proprio questo personaggio femminile che non mostra alcun segno di imperfezione. È una genica non dimentichiamolo, quelli che nel libro sono chiamati i Figli del Papa, cioè i mutanti radioattivi. Ædrea è esageratamente perfetta, ma anche apparentemente priva di qualsiasi morale, come la natura che non è né buona, né cattiva e tuttavia sempre assolutamente perfetta.

Nella storia raccontata Dentenero e gli altri personaggi effettuano un viaggio lunghissimo attraverso il territorio che era degli Stati Uniti del sud. Il centro dei genici si trova in una località chiamata Nuova Gerusalemme, non troppo lontana dal convento di Leibowitz dove tutto comincia. Qui l’Autore inserisce una specie di moderato tormentone secondo cui nessuno a Nuova Gerusalemme sembra conoscere Ædrea. L’impressione è che Miller se ne sia a un certo punto dimenticato, o che Bisson non lo abbia notato, lasciandolo cadere nel nulla.

Riogranderivermap Mappa dei luoghiLa verità è che Ædrea è un personaggio alquanto misterioso, attorno a lei c’è qualcosa di speciale che non è ancora stato rivelato. Guardate questa mappa per capire meglio dove si svolga l’azione. L’Abazia di San Leibowitz si trova nei pressi dell’attuale Albuquerque, mentre Nuova Gerusalemme dovrebbe essere nei pressi di Santa Fe. Nella cartina moderna non si vedono tutte le città, ma le posizioni corrispondono abbastanza bene: i due fiumi che si vedono a sinistra sono il Rio Grande che sfocia nel Golfo del Messico presso Matamoros e sulla destra il fiume Pecos (indicato come Spettro Baio), che è un affluente del Rio Grande.

Detto questo risulta abbastanza facile identificare la zona in cui entra in scena Ædrea. Il personaggio cresce poco per volta, man mano rivelando la sua irresistibilità e, soprattutto, il fascino che desta in Dentenero. Il quale, dopo che l’ha veduta la prima volta, continua a cercarla per tutto il libro, con scarsa fortuna.

In più di un punto, quando Dentenero battezzato George chiede informazioni della sua segreta passione riceve risposte come quella del Capitolo 14:

La colonia aveva un suo ordine del giorno e Cavallocupo ne aveva un altro. Il monaco cambiò argomento: “Sai dirmi dove si trova il precedente vostro agente a Valana?”
“E chi sarebbe?”
“Si chiama Ædrea, figlia di Scheggia.”
L’impiegato spalancò la bocca, poi la chiuse di scatto, fissò Dentenero con sguardo truce e rispose esitante, “Ho parlato troppo. Questo è il tuo alloggio. Adesso devo andare.” Girò sui tacchi e ritornò verso l’edificio di pietra.

Cosa sarà mai successo? Perché l’impiegato “ha parlato troppo”? Chi è in realtà Ædrea? Non lo sapremo mai. Si sono dimenticati di dircelo?

Io non credo, ma certo che sarebbe bello poter risolvere il mistero.

L’ultimo capitolo, certamente di fonte Terry Bisson, è di appena mezza pagina in totale e compaiono alcuni misteri, tra cui forse anche quello di Ædrea. Tuttavia nulla risulta spiegato in pieno, se non la conferma che Ædrea sia qualcosa di speciale!