Proseguiamo con la traduzione del libro offerto gratuitamente a Nuove Vie da E. R. Mason (il 23 aprile 2015). La traduzione è stata una grande scommessa. Nel momento in cui abbiamo cominciato i lettori erano davvero pochi, mentre per il buon esito serviva una bella partecipazione. Anche oggi ci serve gente che voglia darci una mano: ci serve una partecipazione molto volenterosa.

Dopo l’ultima uscita del 20 ottobre 2016, abbiamo trovato alcuni amici che al momento hanno pressoché portato a termine la traduzione. Con la situazione attuale potremmo terminare le traduzioni in pochi giorni. Ma non abbiamo affatto finito!

Tanto per cominciare ci serve gente che voglia “rileggere” il libro fin qui tradotto e voglia metterlo a posto: fare la “revisione”.

Proprio per dare i tempi necessari e comodi a un piccolo gruppo di volenterosi, sto pubblicando un nuovo capitolo al mese: inutile dire che a questo ritmo ci vorrebbero altri 18 mesi per completare il romanzo. Per il momento continuiamo a pubblicare un capitolo tradotto ogni mese, ma appena possibile aumenteremo il ritmo: più nuovi capitoli!

Intanto cerchiamo revisori, come ho già detto. In cosa consiste questa operazione? Molto semplice.

Andate a ricavare il testo in questo stesso articolo: nella sezione a “Schede” esiste la linguetta “Libro Completo”. Il che significa, ovviamente, completo fino a qui! Ci sono due formati: uno in PDF (per stamparlo) e uno in formato odt (Open Document Text), cioè un formato che può essere usato con Word, o con i programmi Office compatibili. Scaricatelo se volete partecipare alla revisione. Dovrete controllare che lo stile fili, che non ci sia un capitolo in cui i personaggi si danno del “tu” e uno in cui si danno del “lei,” che le sigle siano usate in modo giusto, insomma che vada bene!

Ma prima di fare il lavoro scriveteci, mi raccomando!

 

macchine

Adrian Tarn, allergico alle regole e inaffidabile romantico, accetta di lavorare nella Sicurezza della nave spaziale cartografica Elettra. Durante il tranquillissimo viaggio in Amp-luce, i sensori rilevano la presenza di un oggetto, che si scopre essere un veicolo alieno, apparentemente abbandonato. Viene chiesto ad Adrian di entrare nella nave con una squadra in Attività Extra Veicolare. Al momento di entrare, Adrian scopre di non ricordare affatto il momento in cui è uscito nello spazio! Una improvvisa amnesia!

L’astronave aliena è costruita per esseri piccoli. Al centro c’è un tavolo con una superficie che pare un buco nero. Uno degli esploratori, Frank, apre una scatola misteriosa che gli esplode in faccia e va a sbattere contro la bellissima Nira, la cui macchina fotografica cade sul tavolo nero e scompare sotto la superficie. Frank, è salvo solo perché protetto dalla tuta spaziale, ma Nira, spostata dall’impatto, resta agganciata ai cavi di un piccolo ascensore che improvvisamente si mette in movimento da solo. Adrian riesce a salvare la donna, recupera Frank e tutti tornano velocemente sulla loro nave. L’analisi dei campioni recuperati dà strani risultati: nel veicolo alieno c’è energia neuronica, anche se non c’è segno di vita.

Pochi giorni dopo Maureen Brandon, Capo Analisi Dati, distrugge l’intero data base dell’Elettra per una sua incomprensibile leggerezza e subito dopo sparisce in modo misterioso. Intanto i tecnici, il Capitano e tutti quanti si rendono conto che la nave è del tutto inutilizzabile: non funziona nulla e quindi è impossibile andare via. Adrian sente dire dal capitano che forse sarà necessario consultare l’Inviato, anche se non gli viene spiegato chi, o cosa sia l’Inviato.

A bordo, in sala macchine, senza apparente motivo si scatena una sanguinosissima scazzottata tra due tecnici che ne escono con gravissime conseguenze fisiche e provocando danni alle apparecchoature. Tuttavia, i due non sembrano ricordarsi il motivo della disputa. Adrian viene convocato dal Capitano, con altri responsabili, per parlare dell’evento e studiare un piano che permetta loro di trovare una soluzione qualsiasi.

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(Traduz. di Paolo Buzzao)

La riunione delle 23.00 in sala ponte durò poco più di due ore. Con mio grande sollievo, la decisione di una seconda Attività Extra Veicolare fu rimandata. I corridoi in direzione della mia cabina erano deserti e fin troppo silenziosi, ma aprendo la porta vidi che qualcuno mi aspettava.

niraNira ruotò la sedia della mia scrivania per guardarmi in faccia. Aveva i capelli neri e lucidi legati dietro, in su. Gli orecchini di brillanti luccicavano alla luce intensa della stanza. Indossava un abito scollato e aderente. Le maniche, attentamente studiate, finivano appena sotto il polso, per nascondere l’esteso bendaggio bianco. L’abito le arrivava alle caviglie e, poiché sedeva colle gambe incrociate, riuscivo appena a intravedere l’estremità di una puntuta scarpetta d’argento. Nella sinistra teneva un bicchiere da cocktail con del vino rosso e sul tavolino metallico vicino al divano c’era un altro bicchiere pieno. Le passai davanti per andarmi a sedere e provai di tutto, attraversando l’intero spettro di possibilità emotive, ottenendo soltanto un imbarazzante nulla di fatto.

Mi ha sempre colpito il fatto che fare l’amore con qualcuno alteri così tanto la percezione che ne hai. Riguarda il modo con cui due persone comunicano. Sì è rotta una barriera invisibile. Di colpo, ci sono innumerevoli piccole cose che non possono più essere nascoste. O forse c’è una diminuzione della capacità di inganno. C’è una specie di confessione subliminale involontaria sottesa alle parole e ai gesti che manca nella pura amicizia. Tu mi hai visto. Non posso più nasconderti chi sono veramente. Solo un vero lestofante può farlo. Indossiamo le nostre migliori maschere per gli amici, per i nemici e per gli estranei.

Ma fare all’amore ci disarma. Abbiamo lasciato entrare nel nostro campo un alleato, o forse una spia del nemico. Abbiamo fatto una scommessa.

Sollevai il bicchiere lasciato lì per me studiandone il colore rosso pallido. “Potrei essere convocato con pochi minuti di preavviso, Nira.”

“È analcolico, Adrian. Con me stai tranquillo. Non potrei mai fregarti, lo sai.”

Bevvi un sorso e trovai deliziosa la sua scelta. “Lo capisci da te. In altre circostanze, sarebbe stato magnifico e desiderabile.”

“In questo momento, il tamtam non mi dice niente. Che succede? Come mai abbiamo contemporaneamente problemi ai motori e anche ai propulsori?”

“Problemi di computer. C’è qualcosa che colpisce la maggior parte dei sistemi della nave. Non hanno capito un’acca. La riunione delle 23.00 era proprio su questo.”

 “Non mi hanno fatto partecipare perché non ho ancora ripreso servizio.”

“A me invece mi ci hanno obbligato. C’erano solo posti in piedi.”

“Quei bastardi hanno portato via al mio gruppo la ricerca sui dati alieni è l’anno data ai biologi. Lo sapevi questo?”

“Io non posso farci niente, Nira. Sono un ufficiale della sicurezza. I cazzi della ricerca fanno parte del tuo lavoro, non del mio.”

“Ehi! Anche tu mi fai un muro. Ma che succede?”

“Quand’è che ritorni in servizio?”

“Domani. Al secondo turno; se sotto le bende è tutto a posto. Mi metterò un cerotto da 25 centimetri e dovrò fare il meno possibile. Tra l’altro il dottore dice che io sono promiscua, tu che dici?”

“Ah, beh, domani cercherò di farmi un’idea se vuoi.”

“O ti chiuderai in te!”

“Ho perso l’ultimo match e parto sfavorito.”

“Sei un uomo difficile da capire, Adrian. Di solito sono brava a capire la gente, ma con te è diverso. Ti avevo catalogato come un solitario, uno di quelli che va in giro sempre ben nascosto dietro al suo scudo. Però, quando sono entrata qui l’altra notte, ho trovato un uomo molto diverso. Mi hai sorpreso. Hai messo in crisi il mio metodo. Probabilmente avrò bisogno di più informazioni.

“Beh, ottimo!”

“Tranquillo, però. L’altra notte è stata un’eccezione. Di solito non prendo l’iniziativa. Da ora in poi toccherà a te fare la prima mossa. E, per favore, non credere di ottenere un sì automatico da me. Le donne sono parecchio umorali.”

“Davvero?”

Rise, e con un dito disegnò un cerchio sul bordo del bicchiere. “Sono stata sposata per poco più di tre anni con un diplomatico della Unione dei Mondi. Lui passava la vita volando di qua e di là, io volavo su e giù. Ci siamo visto così poco che praticamente ci siamo dimenticati di essere sposati. Ci fosse una legge che tenesse conto dei periodi in cui due non si vedono, noi avremmo superato abbondantemente i limiti. E infatti abbiamo capito che non eravamo sposati affatto, per cui abbiamo divorziato con un accordo decisamente amorevole. Sai che è strano: la nostra relazione adesso è identica a quella di allora. E va così: io resto qui ad aspettare che la vita vera diventi come quella dei film e dei romanzi. Ma non succede mai.”

“Ci hanno imbrogliati. La normalità non esiste. È un mito. Infatti, uno dei miei cantanti rock preferiti, di tanto tempo fa, ha detto che la vita è quello che ti capita mentre stai facendo altri progetti.”

“Perché non ti sei mai sposato, Adrian?”

“Pare che questa sia la domanda del momento.”

“Un’altra a cui non risponderai, se ho capito bene.”

“Il matrimonio è una promessa troppo grande per gente che passa la vita nello spazio. Siamo quelli che schizzano via dalla Terra andando indietro nel tempo, e poi provano a rimettersi in sincrono sulla strada del ritorno.”

“Dovresti chiamarti Catenaccio.”

Finì il vino, buttò svogliatamente il bicchiere vuoto sul computer, e si avviò sensuale verso la porta.

“Scoprirò chi sei, Adrian. Prima della fine, ce la farò.” Mi fece l’occhiolino e sparì oltre la porta automatica, lasciandomi a pensare.

Mai dire la verità. Perché sprecare tempo a costruirti una immagine finto eroica, se poi dovrai fare dietrofront e ammettere che, di fronte all’amore, sei un bambino insicuro e spaventato? Ho avuto la mia parte di dolore e paura. Sono precipitato cadendo a vite su un velivolo spezzato e contorto, senza sapere se sarei mai riuscito a raddrizzarlo, chiedendomi come sarebbe stato l’impatto giù, finché non è arrivata la pressione di otto G necessaria a eiettarmi. Sono stato disarcionato da cavalli che hanno anche cercato a calpestarmi, e ho imparato le arti marziali da istruttori che forse mi avrebbero ucciso nell’allenamento, senza nemmeno accorgersene. In tutto questo, dietro la paura c’era un premio, e l’euforia per avercela fatta. Ma nel gioco d’amore, c’è solo un gelido nemico in agguato e il rischio di restare a mani vuote. Quando ti schianti e bruci, sei sempre accompagnato dalla morte. Ma di tutto il dolore che ho conosciuto, niente è paragonabile a quello di un cuore spezzato.

Per questo prima di buttarti controlli mille volte che sotto ci sia acqua. Io mi sono buttato una sola volta. Molto tempo fa. Lei aveva tutto, conosceva i miei giusti tasti da schiacciare. L’accontentavo in ogni capriccio. Lei era Crystal. Aveva i capelli scuri, ricci e profumati, lunghi fino alle spalle. Pelle con una stupenda abbronzatura naturale che le stava a pennello, 1 metro e 65, profondi occhi castani. Se stavi con lei riusciva a farti sempre sentire un re, soprattutto in mezzo alla gente. Aveva una voce melodiosa che in qualche modo colpiva tutte le zone erogene.

Lei e altri avevano un contratto di locazione sulla Stazione Spaziale Hawkins. Un pezzo di carta senza valore, se lo scienziato da Nobel che faceva ricerche di laboratorio in quello spazio non fosse morto o diventato disabile. Costui aveva solo 53 anni e quindi sembrava inevitabile pensare che avrebbe continuato il suo lavoro fino a diventare ultracentenario.

Ma un giorno il buon dottore venne beccato a fare ricerche genetiche illegali su umani perfettamente sani e a loro insaputa. Il dottore affrontò le accuse nel modo peggiore: dichiarò che se lo avessero lasciato continuare avrebbe potuto prolungare la vita all’infinito.

Poi si scoprì che la sua ricerca era finanziata in parte da organizzazioni mafiose e tutto andò rapidamente in malora.

Così, nell’arco di una settimana, il contratto di affitto della oscura stazione spaziale di Crystal passò da valore zero a valore inestimabile, e ai suoi occhi io feci l’esatto contrario. 

fleet_smA volte i sogni si rivelano premonitori. Qualche giorno prima avevo sognato di essere ancora nel ranch dove sono cresciuto, e costruivo un aeroplano d’epoca nel garage di famiglia. Era uno di quelli a elica con rivestimento di tela su una struttura di legno. Il più era fatto, dovevo solo finire di rivestirlo con la tela. Metà della costolatura di ali e fusoliera era ancora visibile.

All’improvviso Crystal spuntò nel mezzo del sole. Le interessava parecchio ciò che facevo, anche se l’aereo non era ancora pronto a volare. Volli far colpo su di lei. Le dissi più volte, e ancora, che invece era pronto. Lei salì e la portai a fare un giretto. Eravamo appena a 25 metri, quando il muso puntò in giù e ci schiantammo a terra. Nel sogno Crystal rimase uccisa. Sempre nel sogno mi risvegliai a casa di sconosciuti del tutto disinteressati con una cicatrice che mi andava dalla gola all’ombelico, grossa come una fune.

Nella realtà, quella notte, mi svegliai sudando freddo con Crystal al mio fianco che mi chiedeva cosa fosse successo.

Tre mesi dopo, Crystal andava via.

Il mio affitto era scaduto alla stessa velocità con cui il suo era salito alle stelle. Lei ha cominciato a frequentare un altro pilota, che non avevo mai visto. L’ultima volta che le ho parlato ho fatto l’errore di chiederle stupidamente cosa aveva lui più di me e mi ha risposto che, per dirne una, quello aveva una navetta personale a quattro posti capace di salire in orbita.

Era stata una giornata lunga sull’Elettra. Mi sdraiai sul divano, sprimacciando il soffice cuscino bianco per dargli consistenza, e lasciandomi andare ad un torpore nervoso.

Sognai sogni nuovi, frammentati, formati da guasti ai motori, navi fantasma, uomini allacciati in un corpo a corpo primordiale. A poco a poco la confusione neurale si è dissolta in un’ampia, vuota solitudine. Fluttuavo tutto solo in una Bell Standard in orbita sopra la Terra. In vista non c’erano né veicoli spaziali, né satelliti. Attorno a me, in viaggio nel campo gravitazionale del mio corpo, centinaia di brandelli ghiacciati rosso sangue, scuri e viola, pezzetti del mio cuore spezzato e morto. Fissai il busto della mia tuta spaziale, e si vedeva attraverso, direttamente dentro il mio petto, dove era spuntato un cuore nuovo, rosso vermiglio, grande come una prugna. Un ricambio troppo piccolo per un organo così fondamentale, che quindi non poteva più sopportare la minima emozione. Mi voltai verso il basso, verso l’azzurro della Terra, lasciandomi cullare dalla sua gravità, senza più lottare, senza chiedere, senza più sentire.

 

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