Siamo arrivati alla penultima puntata della presentazione in italiano di questo libro. Dopo questa pubblicazione, il prossimo mese apparirà l’intero romanzo completamente tradotto in italiano. Tradotto da voi!

Anche se tutte le traduzioni di questa sezione sono state eseguite da Roberto Climastone, che ha fatto un lavoro davvero enorme. Grazie a lui, ma grazie anche agli altri!

Ci manca solo una bella revisione, ma quando avremo tutto pronto, chiederemo all’autore (E. R. Mason) un suo commento e qualche spiegazione.

Per esempio: come mai questi astronauti usano ancora la “radio” per comunicare tra loro? Ed Mason dice che si tratta di un libro molto vecchio, tuttavia il copyright è del 2011 e, tanto per intenderci, il giorno 8 luglio di quell’anno si è effettuato il lancio dell’ultimo Space Shuttle.  I primissimi cellulari sono del 1979, più o meno, qui, vent’anni più tardi, hanno ancora delle radio da campo!

Il romanzo certamente non è un capolavoro, ma noi lo abbiamo comunque amato moltissimo ed è stata un’esperienza del tutto positiva: abbiamo coinvolto nella lavorazione molta gente e questo era il nostro scopo.

Abbiamo già pronto il secondo libro della stessa serie che Ed ci ha concesso in pubblicazione. Si intitola Deep Crossing (Spazio profondo) il titolo più o meno tradotto che mi viene in mente al volo. Per il titolo italiano aspettiamo comunque i suggerimenti dei nostri lettori, quando sarà l’ora.

A mio avviso si tratta di un romanzo migliore, in cui troveremo parecchi dei personaggi di Scontro mortale.

Ma adesso leggete questa penultima puntata e non siate timidi, mandate i vostri commenti, i vostri suggerimenti per una revisione ottimale. Anche se dovrebbe già essere partita la nostra volontaria Arianna Zanini, che ci ha promesso una revisione come si deve. Forza Arianna, facci sapere a che punto sei!

Adrian Tarn, allergico alle regole e inaffidabile romantico, accetta di lavorare nella Sicurezza della nave cartografica Elettra. Il tranquillissimo viaggio in Amp-luce si interrompe quando viene scoperto un veicolo alieno, apparentemente abbandonato alla deriva. Adrian entra nella nave con una squadra, ma scopre di non ricordare più il momento in cui è uscito dall’Elettra! Una improvvisa e inspiegabile amnesia!

Al centro dell’astronave aliena c’è un tavolo con una superficie che pare un buco nero, capace di assorbire letteralmente qualsiasi cosa. L’analisi dei campioni recuperati fornirà strani risultati: nel veicolo alieno c’è energia neuronica, ma nessun segno di vita.

In seguito Maureen Brandon, Capo Analisi Dati, distrugge l’intero data base dell’Elettra e sparisce in modo misterioso. Per incidenti vari la nave è del tutto inutilizzabile. Adrian sente dire dal capitano che forse sarà necessario consultare l’Inviato, anche se non gli viene spiegato chi, o cosa sia costui.

Il giorno successivo sulla nave non c’è più gravità artificiale e il vice comandante Tolson non si trova. Voci di corridoio dicono che il vecchio Tolson e la glaciale Maureen Brandon avessero una relazione e infatti Adrian ritrova la “bella” nella sua cabina, svenuta, legata alla poltrona e senza vestiti addosso. Poco dopo, anche il vice comandante viene trovato, in qualche modo è vivo all’interno della camera di equilibrio, ma avvolto in un bozzolo che lo ha orribilmente corroso.

Il comandante Grey chiede ad Adrian di sostituire il vice comandante Tolson, e gli parla dell’Inviato: si tratta di un essere che abita in un comparto annesso alla cabina del comandante e fa parte di una razza enormemente evoluta, i Nasebiani. Con questi esseri non è possibile parlare, sono loro che se serve si faranno vedere comunicando telepaticamente.

L’amico di Adrian, R.J. ha una sua teoria che però non rivela subito, perché a questo punto scompare anche il Comandante Grey: Adrian va nella cabina di Grey e ha finalmente un contatto con la misteriosa entità: l’Inviato è chiaramente di sesso femminile. La comunicazione è scarna, telepatica, ma l’aliena già sapeva della scomparsa di Grey.

Finalmente R.J. decide di rivelare la sua teoria: anche se nessuno li ha visti, l’unica possibilità è che degli alieni, provenienti dalla nave misteriosa, siano a bordo e operino i sabotaggi. Ma come fanno?

Traduz. di Roberto Climastone

R.J. ed io corremmo per quasi tutta la strada verso il reparto Biologia, rallentando solo in corrispondenza di zone che sapevamo popolate. Andando, chiamai per avere una squadra speciale d’assalto bene armata che ci aspettasse là. Il furiere sembrò riluttante, ma il tono della mia voce lo smosse.

Biologia è un ampio laboratorio rettangolare suddiviso da lastre in Plexiglas, con cabine isolate, computer con registratori laser e moltissimi monitor. È un posto che puzza di disinfettante più di un ospedale e molti degli scienziati e del personale indossano tute bianche da laboratorio e cuffie per i capelli.

Dovetti far rapporto a Brandon, zittendola varie volte per riuscire a parlare. Mi assicurai che fosse presente tutto il personale, per evitare che fosse lei a informarli.

La squadra speciale d’assalto, messa insieme in fretta e furia, ci raggiunse poco dopo. Avevo richiesto quattro persone precise che si presentarono pronte al combattimento. Sigillammo il laboratorio giustificandolo come ‘operazioni segrete’. Ci raggruppammo nella stazione di controllo attorno al Bio Scanner ovale, per vedere le varie immagini. Nira si agitava nella sedia in postazione, operando abilmente i vari led colorati di controllo, mentre Brandon guardava oltre la sua spalla dispensando istruzioni totalmente inutili e davvero fastidiose.

Gli uomini della squadra erano lì, attrezzati con auricolari e vestiti in tute nere, carichi di armi come richiesto. Non sapevamo cosa dovessimo combattere, per cui avevano portato di tutto, tra cui tubi a CO2, una pistola a spray chimico ed un piccolo lanciafiamme che speravo non si dovesse mai usare.

Le nostre opzioni comportamentali erano un disastro. Non potevamo far sapere che c’erano intrusi a bordo, per cui l’equipaggio sarebbe stato ignaro del pericolo. Infatti se avessimo fatto circolare l’informazione avremmo anche allertato gli intrusi. Chissà cosa avrebbero fatto in quel caso. Ma soprattutto, ci servivano informazioni sul nemico.

Notai con sconcerto che i presenti intorno a noi andavano aumentando. Molti non capivano cosa stesse succedendo e ci scrutavano di continuo, mentre le scansioni apparivano a intervalli di quindici secondi.

Nira era totalmente concentrata nell’operazione. Pochi minuti dopo la prima scansione, aveva già isolato tre distinte categorie di segnali vitali. Erano per la maggior parte umani, ma dodici erano deboli. Altri cinque segnali erano decisamente inconsueti, tracce dense e compatte mai viste. Nira elaborava le scansioni senza sosta.

“Qui è un buon punto, Adrian. Ponte due, compartimento EEE. Due tracce uniche ed otto attenuate. Compartimento EEE, che c’è lì?” guardò a destra la planimetria sul monitor di fianco. “Ehi, è decisamente strano. Un’area per il passaggio dei cavi. Non dovrebbe esserci nessuno lì.” Ruotò sulla poltrona verso di me. “Tutte le altre tracce uniche sono ai livelli inferiori e in costante movimento. Queste due fanno qualcosa nel compartimento EEE. È la tua miglior occasione. Non credo che si siano accorti di noi. Se avessero voluto sabotarci, almeno uno di loro si sarebbe diretto verso il passaggio centrale dei cavi per inserirsi sul sistema di controllo. Direi che non sembrano per niente preoccupati.”

Controllammo le armi e ci affrettammo lungo la via più veloce e meno scoperta verso il livello 2. Corremmo per corridoi stretti e poco illuminati, attraversammo molte aree di magazzini e in pochi minuti prendemmo posizione fuori dal compartimento EEE. La grata ovale era chiusa. Speravamo di coglierli con la guardia abbassata, stordirli se possibile ed abbatterli velocemente per minimizzare le possibilità che avvisassero il loro amici.

Contai fino a zero su tre dita e pigiai il pulsante di apertura. Niente. Ce lo aspettavamo. Aprii il pannello di accesso e digitai il codice universale degli Ufficiali al comando. La porta si aprì scorrendo di lato.

Gli uomini della squadra dietro di me, segnalarono che dalla loro posizione non vedevano nulla. Azzardai uno sguardo rapido oltre l’angolo, vidi una parte del compartimento del tutto vuota e mi tirai indietro.

“Nira, non c’è nessuno in casa!”

“Sono lì, Adrian. Hanno smesso di muoversi, ma sono lì!”

Feci cenno all’uomo della squadra sull’altro lato della porta. “Perk, butta una granata luminosa.”

Sganciò la granata dalla tuta, tolse la spinetta e la lanciò dentro. Ci tirammo indietro e tenendoci forte. La granata ha un ritardo quasi nullo. Fece un rumore infernale ed illuminò il corridoio come una fiamma ossidrica. L’esplosione eruttò dalla porta aperta e fece ondeggiare le fibbie delle nostre tute.

Mi sporsi ancora. Niente.

Nira si inserì nel comunicatore. “Adrian, uno si è spostato nel corridoio insieme a voi! È già lontano, ha girato l’angolo!”

Ci voltammo tutti. Non c’era nessuno.

“L’altro è ancora dentro. Non si muove.”

Mi allontanai dal muro ed entrai nel compartimento. Mi accucciai ruotando su me, con l’arma puntata. Non vidi intrusi. A destra della porta, nell’angolo, una fila di corpi umani ben allineati, degenerati e lucidi in posizione fetale raggruppati. Mi voltai e proseguii a cercare nella stanza. Perk mi seguì.

“Nira, nessun unico qui!”

“È lì, Adrian. Proprio davanti a te, vicino alla paratia.”

“Siamo in due qui e non vediamo un bel niente! Devono essere falsi segnali dal sensore.”

“No! L’altro si sta ancora muovendo. Deve essere ferito. A volte si muove in cerchio e si ferma spesso. È confuso. Quattro metri davanti a voi. Ce n’è uno lì. È ancora immobile.”

Avanzammo centimetro dopo centimetro fino a meno di due metri dalla paratia.

“Dritto davanti a voi, Adrian!” “Perk, congela la zona.”

Perk sganciò l’arma dalla tracolla liberando il tubo a CO2 che portava sulla schiena. Caricò e cominciò ad irrorare la zona con una bianca nube di gas ghiacciato.

Per qualche secondo, non successe nulla. Poi, lentamente, apparve un essere piccolo steso sul pavimento, un umanoide, non più alto di un metro e venti, all’incirca. Indossava una tuta integrale, con creste che correvano di sotto. Un cappuccio sottile e un visore sollevato. Sulla manica sinistra la sagoma di un dispositivo di controllo. L’altra mano stringeva un dispositivo a forma di cono che sembrava un’arma.

Perk chiuse il flusso gelato e restammo a guardare. Mi fissò incredulo. “Queste dannate cose sono invisibili!”

Mi inginocchiai cercando di girare il pannello di controllo sulla manica della creatura. Mi rimase in mano. La forma si modificò, diventando solida e dettagliata; tuta nera come il carbone, stivali corti neri, maniche e guanti erano una cosa sola, un volto orrendamente rugoso, naso appuntito. Le labbra non si chiudevano e si vedevano dei denti gialli appuntiti; occhi felini, immobili in uno sguardo inanimato.

Sembrava morto, ma non corremmo rischi. Mentre il resto della squadra faceva la guardia, lo legammo mani e piedi con i nastri di plastica.

Volevo dire a due della squadra di inseguire l’essere ferito, ma Nira cominciò a imprecare nel comunicatore. “Ragazzi, le letture sono in ritardo. Non ottengo nulla. Oh merda! Merda! Merda! Il sistema di scansione è andato. Lo abbiamo usato troppo e si è surriscaldato! È andato in auto-spegnimento.”

Imprecai piano. “Quanto ci vuole per aggiustarlo?”

“Almeno un’ora, forse più.”

Il mucchio di umani mutanti là nell’angolo giaceva immobile. Li avevano messi sul fianco, ricoperti dello stesso strato grasso che aveva avviluppato Tolson. Molti erano in avanzato stato di trasformazione, appena visibili all’interno dell’uovo. Altri erano ancora allo stadio iniziale, e si vedeva bene lo sguardo di terrore impresso sui loro volti.

Con la massima discrezione possibile, recuperammo una sacca per cadaveri dall’infermeria e chiedemmo al Dottore di raggiungerci in Biologia. Impacchettammo il minuscolo corpo issandolo sulla spalla di Perk. Riuscimmo a percorrere il corridoio inosservati, ma alla porta dell’ascensore dovetti affrontare due membri dell’equipaggio. Fissavano la sacca sperando che non fosse ciò che pensavano. Accennai un educato saluto alla chiusura delle porte.

Quando raggiungemmo il reparto di Biologia, c’era già una piccola folla. La voce si era diffusa. Facemmo il giro del laboratorio fino a una cabina di isolamento aperta e pronta. Perk buttò il corpo sul tavolo di alluminio argentato e si ritrasse in fretta, felice di essersene liberato. Gettai uno sguardo attorno e mi ritrovai con Brandon, Nira e molti altri che avevano le facce contro la finestra, fissando la cosa, come se l’incubo fosse diventato ad un tratto più che reale.

Il Dottor Pacell si fece largo fin dentro la cabina. Guardò in giù verso la sacca chiusa e poi, rivolto a me: “È morto?”

“Ah io non lo so? Penso di sì.”

Scosse la testa, andò al tavolo cominciando ad aprire la sacca. Preparai l’arma.

Si fermò, guardò di nuovo me e rise sarcastico. “Pensi che se avesse voluto attaccarci avrebbe fatto il morto in una sacca per cadaveri?”

Risposi con uno sguardo misero e infantile, poi mi raddrizzai, abbassai l’arma quel tanto che mi parve necessario per dare l’impressione che ero tranquillo. Le facce alla finestra approvarono al di là della mia spalla. Il Dottore scosse di nuovo la testa e si mise all’opera.

Sgombrammo il laboratorio da tutto il personale non essenziale e sigillammo l’entrata. Vennero messe delle guardie, con l’ordine di sparare se le porte si fossero aperte quando lì non c’era nessuno. Formammo tre diversi gruppi; uno per esaminare il corpo, un altro per studiare il dispositivo al braccio e un terzo per analizzare la tuta. Non restai lì per tutta l’autopsia. Quando l’omino fu sezionato abbastanza per dichiararlo non più un pericolo, mi ritirai nel vuoto della vicina sala riunioni del centro Biologia. R.J. mi seguì da vicino.

Il monitor dati sul muro era rimasto acceso e ripeteva immagini e aggiornamenti sull’alieno. Mi fermai vicino al tavolo ovale grigio per le riunioni e cominciai a sganciare gli accessori da combattimento agganciati alla mia uniforme. R.J. sedette al tavolo di fronte e reclinò nervosamente la sedia.

“Allora, che farai?”

“Per cosa?”

“La situazione.”

“E come diavolo potrei saperlo? Non mi sono proposto io per questo schifo!”

“Vero, ma comunque adesso è tutto tuo.”

“Col cavolo! Era previsto che fossi un ufficiale minore di una organizzazione strutturata e disciplinata, non il capitano del Titanic. Se aspetti che la bomba stia per esplodere prima di passarla, non pretendere che io la disarmi.”

“Ma sei al comando!”

“Di cosa? Nessuno ha il controllo di niente! Siamo ben al di sopra della nostra serie! Non riusciamo neanche ad avvicinarci a questi bastardi e siamo quel che siamo!”

“Ne hai appena ammazzato uno!”

“Siamo stati fortunati. Non sapevano di essere stati scoperti. Da ora in poi, lo sanno. Chissà che diavolo faranno.”

“Ok e cosa farai tu? Abbandonerai tutti pensando solo a te stesso?”

“Dio, che bella idea.”

“Lo sai che non ti credo! Non sei così! Ogni tanto fai cose davvero stravaganti, ma non hai mai voltato le spalle agli amici, specialmente se questi ne hanno bisogno! Che ti prende?”

“Buon senso?”

“Fino a oggi non ti ha mai fermato. Potresti almeno riunire tutti per sentire che ne pensano. Che cavolo. Sei sempre stato una volpe e adesso fuggi perché le cose si fanno incasinate. Il tuo è una sorte di talento divino. Non hai idee?”

“Solo una. Ma di certo non mi piace dove ci porterebbe.” “Potrebbe essere molto peggio di come siamo messi ora?”

Lo guardai con simpatia riluttante e seppi che aveva ragione. Con R.J. che mi faceva da coscienza mi arresi al mio senso di colpa e usando l’insicuro sistema di comunicazione offrii ai capi-dipartimento e agli ufficiali una riunione nel reparto Biologia che non avrebbero mai dimenticato.

Traduz. di Roberto Climastone

L’atteggiamento umano di panico mi ha sempre confuso. Tale sensazione sembra disporre dell’autorità di scavalcare tutti gli altri istinti, oltre tutto senza alcun piano. È disponibile sia in forma singola che di gruppo. Nel suo stato naturale, elimina con leggerezza il ragionamento e prende il controllo immediato e totale delle funzioni del corpo, alcune delle quali sono totalmente inappropriate per il determinato momento. È un impulso quasi certamente residuo di un istinto Neanderthaliano che è rimasto impiantato nell’encefalo inconscio della razza umana.       

Quando la mente ritiene che un pericolo è imminente e non ci sono alternative logiche evidenti, il panico prende il controllo ed attiva istantaneamente ogni parte del corpo ancora funzionante. Il processo generalmente sfocia in una danza mal coreografata fatta di fughe a quattro zampe, salti, contorsioni, calci e lotte nel tentativo di eliminare o rimuovere velocemente la minaccia, anche se invisibile. Se capiti vicino a chi ha scelto di partecipare a questo antico rituale, diventi automaticamente titolato a una incredibile serie di danni personali.

L’unica volta in cui ricordo di aver realmente provato panico è stato durante l’addestramento dei piloti, in cui si deve effettuare una serie di lanci con il paracadute. Infatti, dopo aver investito tempo e sforzi per addestrarti, quelli al comando vorrebbero sapere se possiedi l’intuito di attivare il paracadute d’emergenza in caso di problemi dopo l’espulsione.

In quel primissimo lancio il panico è in trepidante attesa dietro la scena. Non importa se hai fatto le prove mentalmente: un passo nel vuoto e le gambe si mettono a correre per scappar via. Vanno avanti per tutta la discesa, finché il paracadute si apre e loro si fermano.

Il panico collettivo è anche più stupefacente. È una specie di combustione spontanea. All’inizio è una piccola candelina di paranoia e rapidamente esplode in isteria collettiva in tutta la folla. Durante la crisi, ogni partecipante è ben certo che il panico sia certamente la migliore soluzione al problema. Purtroppo molte persone in posizioni di comando pensano di essere al di sopra di tali inconvenienti, ma sottostimano la contagiosità della malattia. Sono stati protetti dal pericolo tanto a lungo da dimenticare che il panico è un alieno convincente e pericoloso.

Alla piccola riunione del personale organizzata nel reparto di Biologia, avevo chiamato tutti gli elementi perfetti per scatenare il panico. Costituivano la più colta e sofisticata folla mai vista. Era fastidioso il fatto che si presentassero meno dei due terzi. Non c’era tempo di domandarsi dove fossero gli altri. Molti indossavano le uniformi di servizio, come se si fossero aspettati di essere richiamati sul ponte al più presto, altri indossavano gli abiti da riposo, perché non c’era stato il tempo per cambiarsi. Ascoltarono disperati e silenziosi, sperando in un gran finale che smentisse tutto. Rigidi, come se stessero trattenendo il fiato.

Feci del mio meglio per spiegare la nostra poco invidiabile situazione e come era successo. Il fragile silenzio durò al massimo della sopportazione, ma prima che potessi esporre la nostra miglior opzione operativa, si scatenarono le più assurde discussioni.

Iniziarono a parlare in tanti tutti assieme, al punto che non si capiva più quel che dicessero. Suggerimenti assurdi, rapidamente seguiti da litigi accalorati. Qualcuno disse che chi era colpevole della situazione per sua negligenza venisse punito subito. Qualcun altro insisteva perché inviassero un’altra nave a recuperarci. Una stridula voce femminile domandò se le capsule di salvataggio fossero disponibili nel caso in cui qualcuno scegliesse di usarle. Una rude voce maschile pretese di sapere perché i motori non funzionassero ancora. Dall’altra parte della stanza, volevano sapere dove erano le persone scomparse. Dietro di me, qualcuno disse che la riunione andava rimandata fino a quando non fosse stato localizzato il Capitano.

Le singole conversazioni si confusero nel ronzio irritato del coro. Improvvisamente capii quanto fosse stato sensato non parlar loro dell’Inviato. Se lo avessi fatto, quel gruppo d’élite di professionisti addestrati sarebbe probabilmente diventato una folla da linciaggio. In qualche modo, nel mezzo della confusione, R.J. riuscì ad attirare la loro attenzione.

“Signore! Signori! Forse sarebbe meglio a questo punto sentire cosa ha in mente il Comandante Tarn.”

Ognuno nella stanza si voltò a fissarlo. Nel silenzio precario, Brandon mi si rivolse indignata. “Perché questo signore è qui? È un ispettore di quinto grado e la riunione dovrebbe essere limitata al solo personale direttivo!”

Sorrisi. “Ecco Maureen, questo signore è stato l’unico abbastanza sveglio da capire cosa stesse succedendo, direi che ha più diritto di essere qui di chiunque altro. Siamo in debito con lui, forse in debito delle nostre vite!”

Sbuffò. “Sig. Tarn, non starete prendendo il comando della nave, vero? Non eravate neanche un ufficiale di ponte per questa missione. Sicuramente il Capitano Grey non avrebbe voluto che voi faceste il Capitano.”

Tutti gli occhi si spostarono verso di me. Mi chiesi chi nel possesso delle sue facoltà avrebbe desiderato comandare l’Electra in queste condizioni.

“Senta bene Maureen: non intendo consegnare i codici di sicurezza che il Capitano Grey mi ha affidato personalmente, a nessuno.”

Brandon esplose, ma per una volta era a corto di parole. Lanciai un’occhiata nella stanza. Aspettavano tutti una soluzione al loro problema comune. Erano depressi e avevano litigato. Mi raddrizzai lentamente ed esposi le mie ragioni.

“Al momento abbiamo una sola opzione sensata: proteggere l’equipaggio. Gli intrusi stanno catturando gente un po’ per volta. Non importa perché. Non dobbiamo riottenere il controllo della nave al momento, ma assicurarci che tutti stiano bene. La mia proposta è di spostare tutti nella sezione di coda, in zona di servizio. Lì non c’è gravità e c’è una sola via d’ingresso e una sola via d’uscita. C’è abbastanza spazio per una zona-cuscinetto. La Sicurezza è già là e probabilmente hanno già preparato una barriera allarmata. Rilevatori all’ingresso con scansione a raggi per difenderci contro qualsiasi cosa passi attraverso. Terremo sotto controllo l’atmosfera ed isoleremo la zona se dovessimo rilevare qualcosa. I cattivi dovranno venirci a cercare, e non potranno catturate la nostra gente. Lì possiamo contenere le perdite e passare all’offensiva. Piazzeremo trappole lungo le vie d’accesso obbligate. Abbiamo cibo ed aria già disponibili nelle capsule di salvataggio. E nel peggiore dei casi, avremo accesso al sistema di fuga.”

Kusama stava in fondo alla stanza. Alzò un dito per attirare la mia attenzione. “Comandante, ponte e reparto tecnico rimarranno deserti e potrebbero prendere il controllo della nave.”

“Potrebbero farlo comunque, Paul. Potrebbero passarti vicino, che non li noteresti. Potrebbero essersi appostati sul ponte già da parecchio. La nave è esattamente dove la vogliono, vicino alla loro. Non cercano la nave, ma vogliono l’equipaggio.”

“Perché? Perché ci cercano?”

Non riuscivo a vedere che aveva parlato. “Non lo sappiamo, ancora. Non so rispondere a tutte le vostre domande e non abbiamo tempo. Dovete tutti dire alle vostre truppe di dirigersi verso il corridoio in coda. Ho già mandato squadre di sicurezza lungo il percorso. Non usate il comunicatore, né internet. Dobbiamo tenere il nascosto agli intrusi tutto quanto il più a lungo possibile. Andate nella sezione di coda ed aspettate. La sicurezza è lì. Non portate effetti personali, non preoccupatevi di niente. Sbrigatevi. Faremo altre operazioni in contemporanea, ma non ne discuterò con voi. Non c’è tempo per le domande. Muoviamoci.”

Restarono seduti un attimo, come se mancasse qualcosa. Uno seduto dietro di me scattò finalmente verso la porta e da qui iniziò una ritirata caotica. R.J. e io restammo seduti mentre tutti si strattonavano per superare gli altri. Pochi mormorii inintelligibili, ma in genere nessuno ebbe il coraggio di parlare

Restati soli, R.J. intrecciò le mani dietro la testa e si appoggiò allo schienale. “Abbiamo fatto piuttosto bene, tutto sommato.”

“Rinfrescami la memoria. Cosa abbiamo appena fatto, esattamente?”

“Tu che dici? Hai appena dato ordine di abbandonare la nave e scappare nella sezione di coda.”

“Io? E tu? Ho paura che quando saremo davanti al plotone d’esecuzione tu mi indicherai e dirai: “Io non c’entro niente!’ ”

“Ehi, io sono solo un povero consulente. E poi, solo un miracolo ci potrà far schivare il plotone d’esecuzione.”

“Per cui ora tu ti aspetti che io compia un miracolo, giusto?”

“Per forza. È la cosa migliore che mi venga in mente!”

Traduz. di Roberto Climastone

Nell’Electra iniziò un bizzarro esodo. In pratica ciò confermava che la parola era più veloce dell’elettronica. In ogni corridoio c’erano uno o più membri dell’equipaggio che si trascinavano dietro un’esagerazione di effetti personali in una folle corsa verso il retro del modulo abitativo. In ogni area ci si dava da fare per mettere l’area in sicurezza e per isolare i sistemi. Contrastando ciò che ci avevano fatto gli intrusi, avevo inserito in tutti i sistemi codici d’accesso criptati in modo che non fossero utilizzabili da fuori.

A quel punto sul mio orologio lampeggiò improvvisamente una ‘E’ a ferro di cavallo e seppi che qualcuno mi convocava presso le stanze del Capitano. Avevo trasferito tutti i dati sul terminale del Capitano e quindi era possibile che qualcuno ci avrebbe offerto aiuto e sapevamo bene quanto ne avessimo bisogno.

Le stanze del Capitano erano tre ponti sopra. Mi scusai inventando un’allerta importante che doveva vedere solo il Capitano. Lasciai di sentinella R.J. e tre guardie di sicurezza all’entrata monitorata da uno scanner. Con altri due membri della squadra speciale al seguito, mi avviai cautamente verso il livello sette.

Fuori dalla porta del Capitano, il pannello di controllo confermava che dall’ultima visita non era entrato nessuno. Diedi la mia arma ad una guardia e chiesi ai due di aspettarmi fuori. Ribadii il concetto ‘prima spara, poi fai domande’ e furono ben lieti di obbedire. Entrai dopo un ultimo sguardo attorno e controllai che la porta si chiudesse.

Avvertii immediatamente il cambiamento. La sua porta speciale era aperta e davanti c’era la forma luminescente dell’Inviata: slanciata ed avvolta nella tunica. I miei occhi fecero fatica ad adattarsi a quella luce, mentre sensazione di benessere dovuta alla sua presenza si faceva travolgente. Allora capii perché Grey ne aveva dato una descrizione sommaria. Era impossibile non perdersi in quella visione. Seppi che lei aveva notizia dell’evacuazione e tuttavia ne sembrava indifferente. Prima di poter parlare dovetti riprendere fiato e deglutire.

“Gli intrusi.”

Lei rispose nella mia mente. “Banditi.”

E con quella singola parola seppi che gli intrusi erano pirati provenienti da un settore di galassia molto lontano. Ci avevano abbordati e stavano infrangendo regole galattiche di cui non sapevo nulla. Prima che potessi fare la domanda successiva, lei proseguì.

“Sono stati trovati.”

Compresi anche questa volta il suo messaggio. Lei sapeva ormai molto di loro e poteva scandagliare mentalmente la nave per trovarli. Mi domandai se avessero possibilità di controllo mentale, la minaccia più grande per noi. La sua risposta mi sorprese.

“Non più.”

Capii che, avendoli trovati, lei ora poteva in qualche modo impedir loro di usare il controllo mentale. Aumentò in me un involontario moto di piacere, assieme ad un forte desiderio di andarli a scovare

Lei si ritrasse con grazia, ma la porta non si chiuse. Sebbene non fosse facile, la guardai negli occhi scuri. Per la prima volta mi sembrò preoccupata. Ma non era preoccupata per se stessa. Era preoccupata per me. E fu allora che capii come il compito che mi aspettava non sarebbe stato facile e la vittoria non era sicura.

Poi la porta si chiuse e la luce dorata svanì. La sensazione di euforia svanì dalla stanza squallida di un Capitano disperso. Rimasi con il desiderio di avere qualcosa di più, ma non sarebbe successo. Non capivo le limitazioni di questo essere. Non mi piaceva sentirmi escluso. Avrebbe dovuto esserci altro. Perché ci trattava così? Perché non poteva esserci comprensione tra noi?

Tornammo cautamente verso la Sicurezza e ci trovammo a percorrere i corridoi di una nave deserta. Era una cosa che non avevo mai sperimentato in una grande nave nello spazio. Mi provocò un ulteriore brivido alla schiena e mi obbligò a camminare un po’ più in fretta. Scricchiolii e gemiti che mai avevo notato venivano dalle sovrastrutture. Non c’erano vibrazioni nelle paratie, il mormorio di una vita meccanica. Mi sembrava che qualcuno fosse dietro di me, mi guardai alle spalle e vidi un corridoio deserto che si annullava nell’oscurità. Per un istante pensai avessimo imboccato una strada sbagliata, ma poi capii che la porta di un magazzino era stata lasciata aperta e mi aveva disorientato. Gli avvenimenti si susseguivano troppo in fretta ed era preoccupante. Mi sentivo stupido e inadeguato. Era colpa mia se la situazione era fuori controllo. No, questo no, ma comunque le cose erano fuori controllo. Tarn riprenditi. Ti spaventi per la tua ombra. Sei finalmente diventato piccolo, piccolo eh? Così la pensava a suo tempo il Capitano. Mi maledissi e stavo provando a rilassarmi quando nel corridoio deserto echeggiò un urlo. Ci fermammo tutti assieme impugnando le armi. Doveva essere stato un urlo di donna.

Feci strada con cautela e sbirciai dietro l’angolo. In fondo al corridoio, la barra rosso scuro sopra l’ascensore era illuminata. Si era trattato solo del lamento dei freni dell’ascensore quando la cabina si era fermata. Corremmo verso le porte, ma quando si aprirono e non c’era nessuno dentro ci bloccammo arretrando repentinamente. D’istinto sparai tre proiettili al plasma nella cabina e li vidi dissolversi sui muri grigio-argento. Restammo in ascolto.

Niente. Questo era il piano di stazionamento dell’ascensore, un privilegio degli ufficiali di ponte. La cabina era semplicemente tornata. Vi entrammo e prememmo sul tre, con le armi pronte. Quando le porte si aprirono al livello tre, ero di nuovo a posto. La paura era diventata rabbia. Era il momento della vendetta, non di infilare la testa nella sabbia come gli struzzi. Abbassai l’arma, uscii dall’ascensore, feci un respiro profondo per rilassarmi e le luci si spensero.

A terra, quando va via la luce, c’è quasi sempre un barlume residuo. Ci può volere del tempo perché gli occhi si abituino, ma generalmente si riesce ad individuare ombre e forme. Così non è in una nave molto lontana da una qualsiasi stella. Quando non sono disponibili sorgenti di luce artificiale, non si vede nulla. Pupille completamente dilatate, i fotorecettori sono pronti, ma non c’è la benché minima traccia subatomica di energia da catturare. Il naso potrebbe trovarsi ad un centimetro da un solido muro bianco, senza riuscire a vederlo.

Mi ero chiesto quale sarebbe stata la loro prossima mossa. Erano, probabilmente, solo lievemente demoralizzati per il loro amico. Ora sapevano che noi sapevamo e questa era la loro risposta. Non danneggiare il raccolto, ma creare una specie di torre di Babele di confusione in cui nessuna organizzazione è possibile. La cosa che mi meravigliava di più era che le luci di emergenza, un sistema completamente autonomo con batterie separate, non funzionassero. In qualche modo le avevano aggirate.

Accendemmo le luci delle nostre armi e procedemmo cautamente lungo il corridoio. Da qualche parte davanti a noi, una luce bluastra trapelava da una porta aperta e voci flebili risuonavano contro le pareti. La luminosità bluastra intrecciava trame spettrali e cangianti sul pavimento e sulle pareti. Avvicinandoci capimmo che si trattava di luce proveniente da monitor lasciati accessi. Le voci parevano umane. Sulla porta, un rilevatore a raggi era impostato e funzionava. Mi costrinsi a sbirciare dietro l’angolo e dentro la stanza con molta cautela.

Erano raggruppati all’estremità più lontana della stanza, R.J., Pell, Nira, il Dottor Pacell e Perk. La tuta d’assalto nera di Perk era ancora piena di armi. Era seduto ad una console, un’arma automatica sulle ginocchia che teneva con le due mani, un piede contro la scrivania. Altri due membri della squadra speciale erano appoggiati contro il muro dietro. Il dottore indossava la sua tuta bianca da laboratorio, gli altri abiti grigi standard. Sembravano al sicuro, ma stavano guardando la porta come se aspettassero l’Arcigno Mietitore da un momento all’altro.

R.J. si alzò. “Adrian! Grazie a Dio!”

Diedi un ultimo sguardo su e giù per il corridoio buio ed entrammo rapidamente tutti e tre. L’allarme iniziò a cinguettare finché Perk non premette sull’apposito comando.

R.J. mi fissò come se fossi un fantasma. “Cominciavamo a pensare al peggio…”

Chiusi la porta. “Mi stavo solo aggirando nell’oscurità, sparando nel nulla. Nessun problema, davvero. Cosa mi sono perso?”

R.J. aprì la bocca per rispondere, ma fu interrotto da Perk. “I piccoli bastardi stanno giocando con noi, Adrian. Si sono radunati al livello due. Là tutte le luci sono accese. Ci considerano degli scarafaggi che inseguono la maledetta luce. Hanno sotto controllo tutte le vie d’accesso. Se metti piede a quel livello ti inchiodano. Legrand, Patroni ed io siamo andati là attraverso i condotti di servizio e sono riuscito a sfuggire solo perché ero rimasto sulla scala. Ho visto i ragazzi portati via come bambini. Non solo, i bastardi tengono delle porte chiuse e altre aperte. Nessun controllo locale. Hanno ridotto la nave ad un labirinto dannatamente ben fatto. L’unica via percorribile porta giù al livello due. Come topi in un dannato laboratorio. Merda, non si preoccupano neanche di cercarci. Secondo loro siamo tanto stupidi da consegnarci spontaneamente al sacrificio.”

“Perché siete tutti qui? Qualcuno di voi avrebbe dovuto tornare in coda.”

Rispose R.J. “É stata una coincidenza. Nira era salita per aggiornarti sulla tuta e le armi. Perk ha impedito al Dottore di tornare all’infermeria e l’ha portato qui. Pell voleva parlarti della rete. È successo tutto in fretta, come se fossimo stati intrappolati dalla bassa marea.”

“Qualche idea di quanti siano riusciti ad arrivare in coda?” prima che qualcuno potesse parlare, Perk agitò la mano verso la sua destra in un gesto irritato. “Adrian, sei sulla mia linea di tiro.” Mi guardai indietro e vidi che stavo tra lui e la porta. Trasalii e mi feci da parte.

R.J. tornò a sedere, ma rimase teso. “Non c’è modo di sapere quanti ce l’abbiano fatta finché non arriveremo alla coda noi stessi.”

Parlò Perk, “Sappiamo di non poter usare le capsule di salvataggio. Si staccherebbero dalla sezione di coda andando alla deriva fino a quando i bastardi non ci raccogliessero come uova di Pasqua. In più non c’è un posto abbastanza vicino dove andare.”

Pell mi guardò con espressione stanca. La faccia tesa e i vestiti che sembravano usati da molti giorni. “Sai che il comunicatore è andato. Ok, poi stanno usando la rete. È una delle ragioni per cui i computer sono ancora in funzione. Stanno inviando messaggi che dicono a tutti di ignorare le istruzioni precedenti e di fare rapporto al livello due. Dicono che il livello due è stato messo in sicurezza e adesso è una zona sicura. Ho paura a pensare a quanti ci saranno cascati.”

Perk si alzò di colpo, con l’arma puntata contro il pavimento agitando l’altra stretta a pugno. “Dobbiamo andare laggiù a bruciare quel posto con le torce. Riempiamo di fuoco i corridoi, gli bruciamo il culo. Anche se non li vediamo. Combatti il fuoco col fuoco!”

Sollevai un sopracciglio e scossi il capo. “Perk, non abbiamo abbastanza torce. È un’azione da ultima risorsa. Per quanto siamo messi male, non siamo ancora messi così male. Vediamo di far la parte di vittime molto fastidiose e non di facili prede. Sappiamo quanti sono a bordo?”

Rispose Nira, “Ne erano rimasti quattro all’ultima scansione. Sappiamo come operano e non siamo senza risorse.”

Il Dottor Pacell si alzò appoggiandosi alla console e incrociò le braccia. “Non sono sicuro di essere d’accordo. Da ciò che ho visto sono molto più avanzati tecnologicamente rispetto a noi. E, se mi perdonate la metafora, non hanno cuore!”

Nira lo guardò. “Cioè?”

“Niente più di quel che ho detto. Non hanno un cuore. Hanno una sorta di liquame termo-sensibile al posto del sangue che circola per convezione. Sono la cosa più vicina ad un morto vivente che io abbia visto. Non so come facciano a essere vivi.”

“Patiscono il freddo, dottore?” chiesi.

“Come faccio a saperlo? Non ho potuto esaminare tessuti vivi e non c’è storia su questa forma di vita. Personalmente, sono perplesso dal metodo che hanno scelto per rapirci. Perché non hanno semplicemente immesso del gas nel sistema di ventilazione o drogato la riserva d’acqua? Questa è una delle ragioni per cui non sono certo che noi sappiamo cosa ci troviamo di fronte.”

Perk replicò secco, “Stronzate. Non mi importa quanto siano avanzati. A un cacciatore non basta un fucile a puntamento laser e un buon cane; mica è detto che riuscirà a trovare il cervo. Secondo me ne beccherei un paio prima che mi prendano!”

Il Dottor Pacell ringhiò, “Resterà qualcuno a raccogliere i morti?” R.J. lo interruppe. “Dottore, il gas o le droghe sarebbero un azzardo per loro.

Qualcuno cadrebbe dalle scale mandando in crisi i sistemi di controllo della nave. Troppi incidenti imprevedibili. Dovrebbero andare a raccogliere le prede svenute, mentre il loro piano è decisamente migliore, proprio. Molte vittime stanno già facendo il lavoro a posto loro.”

Mi piazzai di fianco a Nira. “Cos’altro hanno scoperto al reparto Biologico prima dell’evacuazione?”

Lei si grattò la fronte. Mi guardò e sorrise dolce. “La tuta è un catturatore di luce. Sembra capace di dissolvere ed assorbire qualsiasi immagine che si trovi nei suoi pressi. Nulla viene riflesso. Non si capisce come faccia a diventare trasparente. Non è impenetrabile, ma quasi. È stato per puro caso che le scansioni di Biologia li abbiano individuati.”

“Non ha nessun’altra proprietà che riusciamo a rilevare?” “Nessun segnale che siamo riusciti a trovare. Occupano spazio, ed è tutto.”

“Eppure una è stata esposta ai tubi CO2.”

“Probabilmente perché chi la indossava era incosciente o morto ed impossibilitato a regolare la tuta.”

“E l’arma?”

“L’arma è anche più interessante. Ha un nucleo biologico, ma non chiedermi di spiegartelo. La sorgente d’energia è un cristallo viola sconosciuto che brilla senza sosta. L’arma ha una gittata di tre metri e serve solo a stordire. Non sappiamo che cosa emetta. Non è misurabile. Non sappiamo se sia efficace contro di loro o se penetri le loro tute. Sappiamo solo quello che fa a noi. Lo avrai già capito. L’hai sperimentato di persona.”

Il medico si inserì nella conversazione, “Capisci cosa sta succedendo qui, vero Adrian? Siamo stati sottoposti a due diversi tipi di attacchi mentali. I due uomini nel settore propulsione erano soggetti ad un qualche tipo di controllo mentale che li faceva litigare. Molte delle segnalazioni di incubi ed altre psicosi da allucinazione erano derivanti dallo stesso tipo di intrusione. D’altro canto, quest’arma a stordimento inibisce l’attività cerebrale per un certo tempo. Ti svegli, non ricordi nulla, ma sei essenzialmente illeso. È quello che è ti successo sulla passerella. Si tratta di un’arma che neutralizza l’attività cosciente del cervello.”

Disse Nira, “Quando ce la siamo sentita di provarla, uno dei tecnici di laboratorio si è proposto come cavia. L’ha ridotto ad un vegetale per sette minuti. È bastata una scarica di mezzo secondo. Pensiamo che più si viene esposti, più dura l’effetto. Non so se l’aggeggio ci sarà di molto aiuto, se non per il poco che abbiamo appreso sull’arma. Quando il laboratorio è stato evacuato, me la sono portata dietro. Ce l’ho in borsa.”

“Quindi, se potessimo stare sempre a 6 metri da loro, saremmo al sicuro.”

“Al sicuro dallo stordimento, almeno.”

“Ho ragione di credere che non ci saranno altri attacchi mentali. E penso di aver capito come muoverci a questo punto.”

R.J. notò. “Nessun altro controllo mentale. Come mai?”

“Troppo complicato. Te lo dirò più tardi. Direi che le persone arrivate in coda saranno al sicuro per un po’. I nostri quattro brutti e piccoli intrusi dovrebbero essere occupati a conservare le vittime e attendere le altre. Questo significa che abbiamo una piccola finestra temporale.”

Perk era dubbioso, “Per fare cosa?”

“Confonderli, incasinarli, fare della loro vita un inferno e al momento giusto ucciderli.”

Perk sorrise, “Bene…”

R.J. strabuzzò gli occhi, “E che cavolo…”

Nira ringhiò contro R.J., “Che problema hai?”

R.J. intrecciò le mani. “Non lo conosci come lo conosco io.”

Mi rivolsi a Pell. “C’è un’altra cosa che potrebbe aiutarci. Pell, riesci ancora a trasmettere sulla rete, giusto?”

“Certo, ma la trasmissione parte senza mai ottenere risposta.”

“Se stanno inviando falsi messaggi all’equipaggio, la stanno monitorando. Potresti digitare qualcosa in modo da far sembrare che un gruppo di poveri umani disperati si stiano nascondendo e stiano tentando di comunicare da un certo punto fino all’altro capo della nave?”

“Vuoi che vadano a cercare nel posto sbagliato!”

“Proprio.”

“Diamine, posso mettere su qualcosa di interattivo. Se rispondessero, penserebbero di parlare con qualcuno che è davvero lì!”

“Splendido. Queste false persone sono riuscite a mascherare le loro tracce dalle scansioni e vogliono disperatamente raggiungere il livello due, ma hanno paura. Vogliono che la sicurezza li raggiunga. È un gruppo abbastanza numeroso.”

“Nessun problema.”

“Facciamo che ci sia un solo modo per raggiungere queste persone e prima di trasmettere la falsa comunicazione piazzeremo trappole lungo il passaggio che porta a loro. Sarà abbastanza lontano in modo che gli alieni che andranno a catturare le prede non sapranno cos’è successo ai compagni.”

Nira fece una breve risata. “Questa è una cosa malvagia, Adrian!”

Guardai I membri della squadra speciale che erano intorno a me. “Ci servono due volontari per farlo. Ho un altro lavoro per Perk e me.”

R.J. brontolò, “Ci siamo…”

“Perk, abbiamo alcuni dei grossi motori a razzo Hercules di scorta a bordo, giusto?”

“Si, vengono tenuti nei compartimenti esterni di poppa a gravità nulla per un più facile posizionamento. Sono senza guida e sono enormi, grandi quanto un autobus da turismo. Vengono usati solo per aiutare a spostare oggetti ad elevata massa. A cosa diavolo ti servono?”

“Voglio spostare un oggetto ad elevata massa. Bene, solo un’altra cosa. Vogliono che tutti vadano al livello due per la festa, giusto? Non sarebbe carino se improvvisamente non ci fosse modo di uscire dal livello due?”

Stavolta R.J. rise. “Sarebbe un lavoraccio. Abbiamo una miriade di accessi. Ma mi piacerebbe moltissimo vedere cosa succede.”

“Suggerirei che, mentre le altre operazioni sono in corso, forse voi altri potreste dare il via a questo. Anche se non isolerete tutto, potrete certamente fare casino.”

Nira sorrise. “Potremmo usare i condotti di servizio per lo più. Dovremmo solo attraversare i corridoi principali.”

Pell aggiunse. “Possiamo entrare nei passaggi dei cavi. Sono dappertutto.”

“Dovete essere armati, ma non tutti hanno ricevuto l’addestramento necessario. Vediamo di non spararci addosso, eh?”

Intendevo fare una battuta, ma mi guardarono tutti con aria offesa. Nessuno rise.

Traduz. di Roberto Climastone

Eravamo ancora ben armati dopo l’ultimo assalto nella zona dei cavi. Uno della squadra speciale aveva portato una sacca con cariche a media velocità che potevano essere usate per aprire le grate, se necessario. Avrebbero funzionato bene come trappole esplosive.

Ripassammo il piano e spartimmo le armi in maniera consona. La trappola delle false persone sarebbe stata preparata in maniera del tutto clandestina. Ci saremmo presi il nostro tempo facendo le cose per bene prima di inviare il falso messaggio in rete. Nira aveva addirittura un breve video olografico della sua famiglia, che sarebbe stato mandato in ciclo nella zona designata per far sembrare che lì c’era qualcuno in attesa.

I primi due membri della squadra speciale andarono nel corridoio utilizzando la luce delle armi e attraversarono la zona pericolosa facendo essi stessi da esca. Uno stava allo scoperto, l’altro lo copriva. Al primo segno di presenze, il componente in copertura avrebbe sparato nel suo campo visivo, facendo attenzione a non colpire il compagno. Avrebbero usato tutti i tunnel d’accesso nascosti ed i passaggi dei cavi rischiando i corridoi scoperti solo se assolutamente necessario. Li guardammo con qualche timore che sparivano in un cunicolo di servizio poco distante.

Presi da parte Perk per rivedere il piano. Nome in codice, “Sogno Impossibile”. Mi ascoltò con occhi feroci, come se non ce la facesse ad aspettare. “È chiaro che per noi non c’è grande probabilità di tornare vivi dalla missione. Non sei costretto a seguirmi.”

“Al diavolo! Prova a fermarmi.”

“Vabbè. Comunque dovevo dirtelo. Ci servono due tute e una via d’uscita che non sia da una camera stagna; altrimenti scatterebbe ogni maledetto d’allarme su questa nave. È essenziale. Se capissero che uno di noi ha lasciato la nave starebbero sul ‘chi vive’. Vogliamo che siano rilassati e sicuri di sé. Pensavo che forse potremmo uscire dallo scarico del liquido di raffreddamento.

“Farci cagare fuori dal fondo della nave. Molto giusto.”

“Ti sei mai immerso con la tuta spaziale e poi uscito nel vuoto?”

“Bello, Adrian. Sei riuscito a trovare l’unica cosa che non ho mai fatto.”

“Infatti non credo sia mai stato fatto. Pell deve preparare lo scarico come fosse una pulizia di routine, senza attirare attenzione. Non possiamo usare le tute extra-veicolari, perché dobbiamo stare lontani dalle camere stagne e non vogliamo che si noti la mancanza delle tute. Useremo tute da volo. L’O2 non sarà un problema. Possiamo prenderne a iosa dalle prese esterne. Viene registrato solo dalle tute e quelle possiamo controllarle. Dovremo decomprimere da dentro le tute, perché non possiamo usare le camere stagne. Possiamo accedere alla zona del refrigerante attraverso l’hangar. Sarà il punto più rischioso, ma loro pensano di aver messo il livello due in sicurezza e forse possiamo sfruttare la situazione a nostro vantaggio. Useremo le tute del veicolo d’esplorazione, ma dobbiamo portarci dietro tutto quel che serve. Ci vogliono anche piccole cariche controllabili a distanza per far saltare i loro pannelli di controllo nel caso servisse, ma non possiamo avvicinarci alle armerie. Troppo rischioso.”

“Su questo non ci sono problemi. I geologi hanno un rifornimento con quel tipo di cariche appena fuori dal deposito hangar del ponte B, sulla nostra strada.”

“Quindi, due uomini bastano per spostare un motore Hercules?”

“Ho fatto dodici mesi di raccolta immondizia spaziale in orbita Terrestre. Si metteva la roba su chiatte, poi si agganciavano gli Hercules e lanciavamo la schifezza in orbita bassa attorno al sole. Pagavano bene, e davano crediti per il servizio civile. Quasi tutto il lavoro con gli Hercules era fatto dai rimorchiatori. Noi due li spostiamo? Scommetto una bottiglia ce li spostiamo.”

“Probabilmente sarà una rogna. Di solito escono dai tubi con i gruppi di spinta già pronti, ma l’operazione di solito si fa soprattutto con i computer. Noi due ci metteremo alle estremità e accenderemo i jet a mano. È una massa notevole. Possiamo nasconderci non lontani dalla pancia della nave, ma sarà una bella scommessa andare fino all’altra nave. Potrebbero vederci, si capisce.”

“Sì, credo che avremo una finestra di trenta secondi.”

“Non conosco per niente la procedura di attracco, e tu?”

“Saldatura chimica. Ci sono due controlli sull’impianto d’aggancio. Attracca e Ancora. Metti l’aggeggio in posizione e premi Attracca, si apre una lunga pinza da attracco. Premi

Àncora e viene fuori un cannello che mescola i chimici. Consuma la superficie alla quale ti stai accoppiando. Vieni bloccato in posizione dopo tre minuti ed in venti minuti nessuna forza nota potrà separare quell’impianto motorizzato dal sul carico.”

“Dovremo farlo due volte. Non possiamo rischiare con uno solo.”

“Sono libero per il resto del giorno. Non ho niente di meglio da fare.”

“Sei speciale, eh?”

“Lo dice anche mia madre.”

“Ti chiederò quella bottiglia, accidenti.”

“È già qui, sotto il mio cuscino.”

“Wow, le grandi menti pensano allo stesso modo.”

Quando spiegammo a Pell cosa volevamo, ci guardò come se fossimo pazzi. Pell che ti guarda come se fossi pazzo è una cosa molto inquietante dato che di solito è lui quello che è strano. Poiché non si potevano usare i comunicatori, tutto doveva essere programmato. Visto il programma, sincronizzarsi sarebbe stato molto aleatorio.

Ci caricammo le armi e l’attrezzatura, ci avviammo alla porta mentre gli altri sollevarono lo sguardo verso il livello due per vederci uscire. La porta si richiuse dietro di noi, lasciandoci nel vuoto surreale dell’oscurità totale.

Tre attacchi separati, indipendenti. Era già bello se anche uno solo avesse avuto successo. Mi sentii ottimista per la prima volta da quando era iniziato l’incubo. Intanto il nemico di beava nella sicurezza del suo armamento superiore. Ora eravamo noi i terroristi. Quindi, prima fermata all’hangar del livello B, dove loro pensavano di controllare, per prelevare le tute da suicidio che ci servivano.

Strisciammo di nascosto per i corridoi bui cercando di stare al sicuro: sarebbero serviti dei visori a infrarosso e il nemico li aveva di certo. Usammo le luci d’arma il meno possibile, il che rese il viaggio ancor più cupo. I corridoi erano deserti, ma erano qua e là insudiciati da vari oggetti rimasti dopo la perdita di gravità, o abbandonati da quelli in esilio in coda. Guidammo il gruppo a turno senza dire una parola e alla fine raggiungemmo le porte chiuse di un ascensore. Le aprimmo senza far rumore forzandole con le mani guantate e ci infilammo su per la scala di servizio. Era abbastanza facile scendere al livello due al buio, la cosa difficile era se uno doveva forzare da solo le porte mentre l’altro aspettava sulla scala.

Al livello due c’era luce e appariva ancor più ingombro e inquietante. Mi rompeva dovermi spostare nascosto, ma il nostro piano era già abbastanza azzardato, per cui strisciammo lungo un cunicolo di servizio, parallelo al corridoio verso la sala d’attesa degli equipaggi. L’accesso alla sala avveniva da una porta di servizio basculante sulla parete curva, presso il pavimento. Purtroppo per noi, scricchiolò forte malgrado avessimo fatto grande attenzione. Se ci fossero stati degli intrusi ci avrebbero scoperti.

Nella buia sala d’attesa lampeggiava una luce ambrata, perché la lampada d’emergenza funzionava male. I caschi le tute sgonfie stavano negli armadietti appoggiati al muro. Restammo giù alla luce tremolante, allungandoci verso l’alto quanto bastava per aprire gli armadietti.

Fu subito chiaro che portare via tute, caschi, armi e sacche sarebbe stato un problema. Discutemmo a lungo se fosse il caso di lasciare qualcosa indietro; decidemmo che non potevamo e ci legammo tutto addosso. Sembravamo degli straccioni con i fucili. Perk sollevò un dito e uscì dalla porta gettandosi verso la stanza superiore. Fece di corsa il pavimento nella luce scarsa, entrò in una nave da esplorazione e tornò un momento dopo con due splendidi visori a infrarosso. Li indossammo rapidamente e li accendemmo. Il mondo verdastro divenne finalmente visibile.

La stanza era deserta, diffusa di ombre. Tra la nave da esplorazione e l’attrezzatura di supporto c’era modo di nascondersi e attraversare. Potevamo quindi entrare nel compartimento degli esplosivi dei geologi usando i codici degli Ufficiali per poi strisciare sopra il soffitto fino alla sala di controllo dello scarico del refrigerante. Dopo di che sarebbe successo qualcosa a cui non volevo pensare.

Procedemmo a zig-zag attraverso l’hangar fino alla nicchia con le stanze dei magazzini di sussistenza. C’erano tre porte, tutte con serrature. Persi tempo ad aprire la prima ma c’erano solo impianti di sollevamento e vari componenti. La porta dopo era quella giusta. Dentro, un’altra porta con il grosso simbolo degli esplosivi in rosso. Ignorammo i nastri anti-statici e i segnali d’avvertimento appesi tutto attorno ed entrammo.

La ricerca durò più del previsto. Poi Perk venne fuori con un telecomando collegato a un esplosivo grande come un portafoglio. Ne prendemmo una decina. Meglio avere molti esplosivi grandi come un portafogli se stai per attaccare un’astronave di cui non conosci nulla.

Trovammo l’accesso al soffitto tra le due porte. Con la porta esterna e quella interna chiuse, ci sentivamo al sicuro, per il momento. Togliemmo i visori e accendemmo le luci sulle armi.

“Adrian, non posso credere che siamo arrivati fino qui!”

“Per l’amor di Dio, non dirlo.”

“È chiaro che non possiamo infilarci nel portello nel soffitto.”

“Uno di noi va per primo. L’altro gli passa i pacchi.”

“Dopo di te. È il tuo piano.”

“Beh, grazie. È un cunicolo lungo un metro. Dovremo trascinare per tutto il percorso.”

“Si, ma pensa che divertimento quando saremo lì.”

“Finora non ci ho pensato. Siamo in anticipo sul programma. Un’ora e quarantacinque minuti prima che Pell inondi i tubi di scarico.”

Perk sorrise nella poca luce. “Siamo semplicemente troppo bravi.”

Il cunicolo era peggio di quanto avevamo pensato. Su un’astronave si deve fissare tutto quanto. Niente avrebbe dovuto essere libero lì dentro. Invece, fummo costretti ad aggirare i cavi, superare scatole di fibre ottiche. Dovemmo strisciare in confusione per uno o due minuti, illuminando la zona per essere sicuri di andare verso i giusti punti di riferimento, quindi trasportare tute, caschi, armi e sacche. Poi, ripetere ancora tutto quanto. Ringraziai dio per la gravità che non era più a 1.5G. Era già abbastanza stancante così.

Capimmo di essere nella zona giusta quando una porzione di un grosso tubo ci impedì di proseguire. Più in là c’erano molti altri tubi paralleli. Perk andò a sinistra ed io a destra, cercano una via per scendere. A quel punto sarebbe andato bene un passaggio qualsiasi. Dopo pochi minuti, Perk mi fece segno accendendo e spegnendo le luci e capii che aveva trovato il passaggio. Strisciai per raggiungerlo ed ascoltammo in silenzio: sotto non doveva esserci nessuno.

Perk stava per ruotare la maniglia per aprire il coperchio, quando da sotto sentimmo un forte colpo. Ci bloccammo.

Seguì rumore di colluttazione, poi il silenzio. Aspettammo.

Cinque o dieci strazianti minuti passarono ed iniziammo ad udire dei sussurri. Sussurri umani. Attraverso gli infrarossi vidi Perk scuotere il capo. Fui silenziosamente d’accordo. Girò la maniglia cercando di trattenere il coperchio. Lo abbassò un poco per vedere una parte della stanza. Niente. Lentamente l’abbassò.

Chiamò sussurrando, “Ehi, laggiù. Va tutto bene. Siamo i buoni.”

Silenzio.

Lasciò la botola aperta, ma dopo tanti anni di esperienza non infilò la testa là dentro.

Una voce femminile finalmente rispose piano, “Chi è?”

“Forze speciali. Mostratevi.”

“Mostratevi voi.”

“Avete armi?”

“No.”

“Noi lasceremo le nostre, va bene? Abbiamo degli esplosivi con noi.”

“Oh, va bene.”

Perk si tirò su e mi guardò. “Che ne pensi?”

“Possiamo andare da un’altra parte?”

Spinse avanti una delle tute, la fece passare attraverso il buco aperto e l’appoggiò al pavimento. Non successe niente. Fece cadere una sacca. Ancora niente. Mi guardò, mi salutò, spinse le gambe nell’apertura ed entrò nella stanza. Guardai dall’alto mentre esplorava la zona, accese la luce facendomi segno di passargli il resto dell’attrezzatura. Dopo avergli cautamente passato l’ultimo casco, lo seguii.

C’erano due donne, trasandate e spaventate a morte. Una impugnava una pistola al plasma e non aveva idea di come usarla. I capelli lunghi e scuri cadevano esattamente sul distintivo di Informatica e sull’etichetta col nome, Brenna Hurt. Giocherellò con l’arma e per nulla al mondo l’avrebbe messa giù. Il trucco disfatto, aveva pianto molto, come anche la sua compagna, che aveva i capelli rossi e si nascondeva dietro di lei, come se la pistola potesse proteggerle entrambe. Terra Rogers, anche lei di Informatica.

Perk finì di sistemare l’attrezzatura e si sollevò. “Ho sigillato le nostre cose nei compartimenti stagni. Quanto tempo, Adrian?”

“Sessantacinque minuti. Siamo in anticipo.”

Brenna chiese speranzosa, “Siete qui per aiutarci?”

Tentai di apparire amichevole nella pochissima luce. “Più o meno. Direi che qui siete abbastanza al sicuro per adesso.”

“Sapeste cosa c’è successo.”

“Di nuovo, più o meno.”

“Eravamo sei. Ci hanno detto che il livello due era sicuro. C’erano le luci accese. Lesha avrebbe dovuto tornare a dirci che era tutto a posto, ma non è mai tornata. Anche gli altri se ne sono andati e neanche loro sono tornati. Ci siamo nascoste in un magazzino, poi sono arrivate quelle orribili cose disgustose. Siamo scappate. Ci siamo perse per ore, ma abbiamo trovato la pistola in un corridoio. E siamo finite qui.

“Quali cose orribili?”

“Sembravano persone dentro a delle buste di plastica, incastrate insieme, trascinate da qualche parte da qualcuno o da qualche macchina ma invisibile. Era terribile. Non riesco a smettere di pensarci.”

“Bene, siete state brave ad arrivare qui. C’è voluto molto coraggio. Perk ed io stiamo vedendo se possiamo fare qualcosa contro i cattivi. Voi due potete aiutarci, se volete. Ci sarebbe di grande aiuto.”

E furono chiaramente felici di aiutare. Tutto pur di fuggire all’orrore che le aveva inseguite. Dentro di noi c’è uno strano magazzino per le tragedie; un accessorio speciale della nostra coscienza. Quando accadono cose tanto brutte da non riuscire a smettere di pensarci, quello spazio diventa un magazzino temporaneo, per permetterci di proseguire nei nostri compiti prioritari. Viene accantonato tutto qui: è un attributo progettato per permetterci di restare temporaneamente razionali anche quando il nostro ambiente diviene assurdo. Potrebbe essere considerato una gestione del bizzarro, che alla fine ci lascia alle prese con due stanza scure, una esterna ed una interiore. È molto difficile dire quale sia la peggiore, sebbene si possano almeno chiudere gli occhi su quella esterna.

Cominciammo a prepararci, chiedendoci se Pell avesse avuto successo con i comandi computerizzati. E poi chissà se il flusso di refrigerante sarebbe stato un problema. Ci avrebbe inondati come un fiume, o sommersi gradualmente come una nave che affonda? Lo sapevano i tecnici del raffreddamento, noi no. Era il millesimo di una lunga lista di rischi. Poi, le tute di volo arancioni non erano pensate per essere impiegate nello spazio aperto. Hanno una piastra pettorale e delle borse in vita per lasciare il pilota il più libero possibile, dovendogli permettere di entrare nei risicati sedili di pilotaggio. Tute molto aderenti, semplici e non certo pensate per l’immersione. I piccoli getti d’emergenza della tuta andavano bene, ma il problema erano le borse. Non dovevano stare a lungo nel refrigerante, ma l’avrebbero sopportato?

Evitare le camere stagne forse non era stata una buona idea. Avremmo potuto usarne una sola. Dovevamo aspettare la decompressione lì dentro. Adesso eravamo bersagli facili. Non puoi usare una tuta spaziale che sostiene al massimo un’atmosfera. O meglio puoi, ma poi diventi come l’omino “Michelin,” rigonfio e appena in grado di muoverti. Per avere un minimo di flessibilità, la pressione deve essere molto più bassa e questo significa usare un gas speciale per la respirazione. Quindi devi entrare in camera stagna ad acclimatarti. Se sei bloccato lì dentro e vedi la faccia sbagliata che ti guarda da fuori pensa che bello. Ad ogni modo io sceglierei ancora questa via. Anche se significa, come dice Perk, “essere cagati fuori dal sottopancia della nave.”

Tirammo fuori le tute nere e ce le infilammo, facendo attenzione a tenere i tubi di raffreddamento nei loro sostegni. Con l’aiuto di Terra, aprii lo zaino piatto e flessibile sul retro della tuta e mi infilai nelle gambe. I tubi di raffreddamento ed i fili della telemetria scattarono al loro posto. Con un po’ di difficoltà, le mani scivolarono nei guanti e si sistemarono. L’avevo fatto decine di volte, ma stavolta sembrava diverso. Era una sensazione strana. Nelle precedenti preparazioni per una missione, le nostre vite dipendevano nel fatto che le tute fossero a posto. Nulla sembrava più importante di quello. Questa volta usavamo tute da pilota e la vestizione mi sembrò improvvisamente più importante. Non ne dipendeva soltanto la mia vita. Ma tutte le vite di tutte le persone rimaste a bordo.

Dietro di me, Terra chiuse lo zaino e lo agganciò. Mi voltai e vidi che reggeva il mio casco. La fissai e capii che stava pregando in silenzio. Senza parlare pure io mi unii. Mi diede il casco e credo di non essere mai stato più vicino di così a una persona. Sorrise e sembrava sapere che se mi avesse rivisto avrebbe significato che tutto andava bene.

Mi voltai e vidi Perk, già pronto, che fletteva il suo guanto destro. Guardò verso di me soddisfatto. “Vuoi pressurizzare prima di entrare nel tubo o dopo?”

“Non lo so. Non l’ho mai fatto. Possiamo aprire le grate del tubo in entrambi i casi?”

“È l’ingresso di sgombero. È molto grande. È al di là della porta dietro di  te. Andiamo tutti e quattro e vediamo come si apre. Poi decidiamo.”

“Cinquanta minuti. Meglio a procedere.”

Sull’esterno del tubo, il portello era come la porta di un sottomarino: una grossa leva da tirare, una ruota da girare. Con mia sorpresa se ne occuparono Brenna e Terra. Cominciai a mettere il casco e guardai Perk. “Invio e ricezione telemetria disattivate. Comunicazioni interrotte, soldato.”

Perk annuì, “Ricevuto.”

Indossammo gli elmetti, infilammo la mano sotto la piastra pettorale azionando le leve di accensione, poi il pulsante di pressurizzazione differenziale sulle maniche e le pompe gemettero. Lasciammo le nostre nuove amiche ed entrammo nel tubo di scarico. Ci voltammo per vedere che chiudessero. Sullo schermo LCD della mia manica la tuta arrivò a un’atmosfera e poi passò alla modalità di rilascio lento. Non ci furono allarmi, nessuna X rossa e le celle d’energie erano al massimo. Anche Perk sembrava a posto.

Cercammo di sederci al meglio sui due lati del tubo, uno di fronte all’altro. Sbirciai verso l’apertura d’immissione alla mia destra, vicina al fondo del tubo e forse era un buon segno; alla meglio un riempimento moderatamente veloce, piuttosto che una cascata. Alla mia sinistra, a circa dieci metri, c’era la grossa porta d’uscita nello spazio, chiusa e sigillata, in attesa di aprirsi per scaricarci fuori.

Avevamo quarantacinque minuti di attesa. Perk attivò il comunicatore, “Bene, che vuoi fare ora?”

“Svegliarmi?”

“Si, magari se battesimo tra loro i tacchi delle tute spaziali tre volte…” Perk guardò il display della sua tuta, poi di nuovo verso di me. “Sai, nel tentare di arrivare fin qui l’avevo quasi dimenticato.”

“Cosa?”

“Che quei bastardi in questo momento là fuori stanno uccidendo la nostra gente.”

“É il motivo per cui siamo qui.”

Perk si sistemò e guardò di nuovo il timer sulla manica della sua tuta. “So che sei un pilota coi fiocchi, Adrian. Perché sei qui invece che sul sedile sinistro da qualche parte?”

“Non ho avuto quel che volevo. Ho perso dei crediti in una partita a poker.”

Rise. “Anch’io volo. Non ho molte ore per adesso. Sto salendo pian piano. Dimmi la cosa più idiota che tu abbia fatto con la barra di controllo in mano e scommetto che ho fatto di peggio.”

“Mm, ho l’imbarazzo della scelta. Vediamo. Una bella, quando ero sotto esame in un Lancer. Sono fatti come delle razze senza coda. Sono delicati. Un aggiustamento piccolo provoca un grande spostamento. Stavo esercitandomi nello stallo a motore spento.

Salii dritto, ho spento il motore, vado in picchiata, poi recupero. I Lancer hanno la tendenza a scivolare su un fianco quando picchiano. Quel giorno scivolavo a sinistra e mi sono fatto l’idea che se accendevo del tutto i motori di sinistra per pochi secondi potevo far planare quel coso come una foglia. Portai il Lancer dritto su e al momento della picchiata ho acceso i motori di sinistra. Quell’affare si è capovolto a destra e non riuscivo più a capire se stavo cadendo o salendo dritto. Come se non bastasse, quel coso si è anche avvitato. Fuori dal parabrezza vedevo solo un turbinio verde. C’era talmente accelerazione da non poter nemmeno piegarmi in avanti a cercare il cielo. Non riuscivo proprio a capire se mi cadevo a vite capovolto o no. Non volevo catapultarmi e soprattutto non volevo farlo da un velivolo perfettamente funzionante per poi dover spiegare perché. Dovetti tenere i controlli sul neutro, perché chiaramente se sei sottosopra i comandi sono invertiti e puoi incasinare le cose se fai la correzione sbagliata.”

“Allora come l’hai risolta?”

Non l’ho risolta. Si avvitò verso il basso per quasi tremila metri e poi si è ripreso da solo. In picchiata verso il terreno, ma a quel punto avevo capito e ho potuto richiamarlo. Ero tutto una grinza, ti giuro, fino a casa.

Il microfono di Perk mi fece arrivare la sua risata. “Beh, la mia non è così gloriosa, ma vince sulla stupidità. Stavo volando su un addestratore T280. Come certamente saprai, hai quei piccoli motori a getto gemellati. Mi stavo esercitando a volare con un motore solo. Su quei cosi non puoi decollare con un solo motore, perché non hanno abbastanza potenza. Quindi per atterrare con un solo motore, non hai una seconda opportunità. Devi farcela al primo tentativo. Allora spengo un motore e quando finisco l’allenamento il trabiccolo non vuole riprendere velocità. Avevo paura di non potercela fare al primo colpo. Mi preparai perfettamente per l’atterraggio, facendo tutto il possibile per portarlo giù esattamente sul bersaglio. E ci riuscii.”

“E allora?”

“Ho dimenticato di calare il carrello.”

Dovetti trattenere il respiro perché la risata non attivasse il microfono. “Oh, non è poi così male. Conosci quella battuta trita e ritrita sul fatto che ci sono due tipi di piloti, eh?”

“Oh sì, quelli che l’hanno dimenticato e quelli che lo dimenticheranno. Purtroppo non deve essere stata una grossa consolazione per l’ufficiale di terra. Non l’ho mai raccontato a nessuno, ma ora non mi pare che sia molto importante.”

In un momento di lucidità, ci fermammo entrambi a fissare la presa di immissione aperta.

Traduz. di Roberto Climastone

Alla fine la valvola di scarico del refrigerante si aprì, ma fu deludente. All’inizio il fluido sgocciolava appena, come da un lavandino pieno. Era di colore blu uovo di pettirosso e parecchio caldo e si manifestò quando ci coprì le scarpe: sullo schermo LCD della mia manica lampeggiò il simbolo del condizionatore. Sperai che il fluido non fosse più caldo di quanto le tute potessero sopportare.

Come al solito, Pell fu in perfetto orario. Sedemmo con le mani sulle ginocchia, guardando il liquido che ci arrivava alle caviglie. Sapevamo che il tubo si sarebbe riempito del tutto, prima della chiusura delle valvole interne e l’apertura della porta esterna. Quando ci arrivò alle ginocchia, la valvola si aprì di colpo e la forte corrente creò un’onda che ci spinse via. Ci afferrammo al soffitto e alle pareti, per non arrivare troppo vicino alle grosse porte esterne. Brenna e Terra continuavano a osservarci attraverso gli oblò per l’ispezione.

Quando il liquido arrivò ai caschi, Perk mi fece segno con i pollici alzati. Un secondo dopo, riuscivo appena a distinguere la sua forma nel fiume bluastro. La corrente ci fece oscillare avanti e indietro. A quel punto pensai che se avessimo avuto un guasto nel sistema, sarebbe stato un casino uscire di lì. Se le porte esterne si fossero aperte non del tutto, saremmo stati risucchiati e bloccati nell’apertura. Lo scarico era pressurizzato e non si poteva trattenere. Poi pensai anche che se fossimo stati scaricati con successo, saremmo passati da un fluido tiepido o caldo allo spazio siderale freddissimo. Perché non avevo pensato in anticipo a ‘ste cose? Se non altro per trovare qualche consolazione da tenere a portata di mano.

Mentre decidevo di quale problema occuparmi, la porta esterna si aprì di scatto in meno di un secondo. Il refrigerante uscì di colpo dall’apertura verso il vuoto. Fui scortesemente strattonato, i piedi che uscivano dritti, le braccia strette per evitare le pareti laterali della porta esterna. I bordi del portello mi superarono così velocemente che ne vidi appena il tenue contorno. Fuori dalla nave, l’universo era costituito da globi di fluido anti-gelo. La velocità di espulsione era stata troppo elevata e quando lo spruzzo si disperse, vidi lo scafo della nave che si allontanava troppo. Cercai sulla manica il pulsante di frenaggio, sperando che i mini-getti funzionassero bene. Per fortuna i retrorazzi spinsero violentemente, li sentii dietro alla tuta e mi fermarono a cinquanta metri dall’Electra. Per fortuna gli indicatori della tuta tornarono rapidamente ai valori normali.

Chiuso in una tuta da volo nello spazio aperto provavo una sinistra sensazione di vulnerabilità. Era molto meno ingombrante di una tuta extra-veicolare, ma anche molto meno protettiva. Le tute di volo hanno una riserva d’aria di circa un’ora, che è però la stessa mistura di gas usata per le tute extra-veicolari. Mancano molte delle tasche e gli scomparti per gli attrezzi. Il sistema di manovra in confronto è minimo, pensato al più per permettere al pilota di effettuare piccoli trasferimenti sulla nave, non per uscire da essa. Fortunatamente non dovevamo andare lontano.

Cercai di vedere dove fosse Perk e lo vidi più lontano a sinistra. Era stabile, sospeso nel vuoto, che giocherellava con i controlli sulla sua manica. Soffiai nel mio microfono per accertarmi che il contatto funzionasse.

“Come sta la tua materia vivente?”

“Un momento.”

Non era la risposta che speravo di ricevere. Diedi un colpetto al controllo sulla mia cintura per avvicinarmi. A metà strada mi ricontattò.

“Ho perso lo zaino, Adrian. Uscendo ha battuto nella porta e mi ha strattonato il braccio.”

“Be’, mi sembra secondario. Sei ferito?”

“No, ma lo zaino conteneva le mie cariche.”

“Ne abbiamo ancora sei nel mio. Le divideremo.” mi avvicinai e controllai visivamente la sua tuta. “Sembri a posto da qui. Come sono le letture?”

“Impazzite per qualche secondo, poi sono tornate in specifica.”

“Bella corsa.”

“Vero, due galleggiamenti in meno di un minuto.”

“Allora giochiamo con i razzi grossi.”

Mi ci volle un momento per orientarmi. La vista era da sogno. L’Electra, con le luci esterne accese, era sospesa senza peso, un massiccio prodotto del desiderio umano per l’esplorazione. Alla nostra destra, incombeva la nave aliena. Simile a un insetto con pungiglione, ma diecimila volta più grande: farebbe paura a chiunque. A guardarla provavo un fastidio allo stomaco, deciso cambio di percezione dopo la mia prima visita.

Manovrammo con i getti verso la parte inferiore dell’Electra, con l’impossibile idea di posizionare due grossi motori a carburante solido che forse avrebbero schiacciato l’orribile insetto. A ogni modo Perk pareva sapere la strada.

Ci spostavamo sotto la nave e lanciai uno sguardo in giù, verso l’infinita coperta di stelle a cui non ci si abitua mai. Il primo sguardo ti fa venire voglia di lasciare qualsiasi viaggio per fermarti e capire cosa diavolo stia succedendo. La risposta deve essere un antico e sfuggente segreto, più profondo di quella stessa visione. Nello spazio ci sono tantissime stelle e danno la sensazione di affollamento, ma la distanza tra te e loro è enorme e sai che le guardi da fuori, anche se le hai tutte intorno a te.

Ci lanciammo lungo la pancia irregolare dell’Electra. I compartimenti dei motori Hercules erano lunghi barili agganciati a una sezione ventrale. Progettati per aprirsi come vongole, in modo che i motori potessero essere trascinati lontano dalla nave con il minimo rischio di contatti indesiderati.

Trovammo il pannello di controllo stivaggio a metà, sul fianco del primo tubo. Il coperchio si aprì e comparvero dei bottoni illuminati di bianco. Lo schermo chiese un codice di sicurezza di livello quattro o superiore o tutti a casa. A fianco della testiera c’erano due minacciosi pulsanti, uno arancione e l’altro rosso. Quello arancione era segnato come ‘Apertura’, quello rosso ‘Sgancio’. Digitai il mio codice da Ufficiale Direttivo, spinsi il pulsante di apertura che iniziò a lampeggiare rapidamente tra verde e arancione. Senza altre attese, le porte si aprirono delicatamente, scoprendo il primo motore. Ora era il bottone rosso a lampeggiare.

Avevamo il vantaggio che i contenitori dei motori erano scuri e si confondevano bene con le ombre dello spazio. Gli impianti di spinta erano chiaramente visibili in testa e in coda. Perk scivolò dietro in coda, si aggrappò all’impianto e attese.

Premetti il pulsante di sgancio e subito pensai che non avesse funzionato. Un istante dopo fu evidente che il motore fluttuava libero e dovetti correre verso la testa per stabilizzare la parte anteriore. Usando la debole spinta delle nostre tute, portammo molto lentamente il bestione lontano dalla superstruttura dell’Electra. Ci fermammo al pannello di controllo manuale del propulsore. C’erano solo sei pulsanti, nord, sud, est, ovest, sali, scendi, tutti riferiti al motore, naturalmente.

Guardai in direzione di Perk. “Lo vedi questo?”

Il comunicatore si accese subito. “Andiamo a ballare.”

“Andiamo tutti e due a sinistra, o a destra, o avanti, o indietro.”

“Tu sei quello che comanda.”

“Almeno punta nella direzione giusta.”

“Si, lontano dall’Electra.”

“Allora andiamo dritti avanti finché non saremo sotto di loro, quindi ci spostiamo a sinistra per l’aggancio.”

“Così saremo quasi sempre fuori dalla visuale.”

“Premiamo leggermente il pulsante del nord al mio zero per vedere come si muove?”

“Al tuo zero.”

“Tre, due, uno, zero.”

Prememmo lievemente il bottone del nord e con mia sorpresa i getti su entrambi i lati dell’impianto diedero un piccolo sbuffo. L’enorme bestia iniziò a derivare delicatamente in avanti, portandoci con sé. il controllo era così accurato che sentii di dover fare qualcosa mentre costeggiavamo la prua dell’Electra.

Mentre ci spostavamo dritto davanti a noi divenne visibile qualcosa di inatteso: la passerella dell’Electra era stata agganciata alla nave aliena. Non avrebbe dovuto esserlo. Era stata retratta e tolta dopo il nostro rientro.

“Perk, la passerella è fuori.” “Mio Dio. La stanno usando.”

“Siamo in linea e passeremo proprio sotto.”

“Allora ci fermiamo finché la strada è libera o ce la giochiamo?”

“È un brutto posto. Dobbiamo rischiare.” Fluttuammo via da sotto l’Electra e sotto la passerella, muovendoci silenziosamente attraverso l’oscurità.

Fummo fortunati. Attraverso il graticcio della passerella riuscivo a vedere che non c’era nessuno sopra di noi. Il portello dell’Electra era chiuso, l’entrata della nave aliena era aperta. Planammo sotto il fondo informe della nave nemica fino alla mezzeria.

Chiamai Perk. “Un colpo a sud al mio zero per fermarci.”

“Al tuo zero.”

“Tre, due, uno, zero.”

Un rapido tocco al pulsante sud e il goffo motore rallentò sotto di noi, obbligando Perk e me a voltarci nella direzione opposta aggrappandoci all’impianto del propulsore.

Molto più sicuri delle nostre capacità, spostammo il motore di fianco trovando il posto dove agganciarlo.

Quando fu fissato, tirammo fuori il comando di esplosione a distanza, lo infilammo nella mia sacca e tornammo a prendere il numero due e controllammo passando alla passerella.

Con grande pazienza ed una sosta per rifornirci di O2, piazzammo il secondo motore senza essere scoperti. Quando anche questo fu fatto, restammo un momento a goderci il nostro lavoro. Il vascello alieno era così smussato ed irregolare che i grandi motori ambra-scuro sembravano farne parte. Sarebbe stato bello accendere subito quelle candele mentre andavamo via, ma i piccoli omini potevano riprendere il controllo della loro nave e incazzarsi parecchio. Entrambi i motori avevano cariche dirompenti, ma solo nelle ogive frontali. I motori a combustibile solido usano esplosivi a entrambe le estremità. Ruotano su se stessi e bruciano molto velocemente. Non potevamo essere sicuri che un esplosivo simile sarebbe stato sufficiente e non potevamo correre il rischio di danneggiare l’Electra, la nostra isola di salvezza. Farli saltare era molto allettante, ma non era sufficiente. Mentre facevano i loro porci comodi dentro l’Electra, noi dovevamo darci da fare sulla loro nave. Provocare danni dall’interno e farli sloggiare, il tutto prima che capissero che non eravamo quei bipedi idioti che pensavano. Guardai gli enormi, splendidi contenitori e risi perché mi resi conto che avevamo fatto solo la parte facile.

Traduz. di Roberto Climastone

Tutte le volte che eravamo passati vicino alla nave aliena l’entrata era aperta. C’erano buone possibilità di entrare. Ci spostammo vicini alla pancia per la copertura, sbirciando per capire quando la passerella fosse in vista.

La nostra fortuna non ci abbandonava: guardando in su verso la passerella, il portello dell’Electra era chiuso, molto improbabile che un alieno invisibile fosse lì in agguato. Risalimmo sui due lati fino alla passerella. Dall’interno della loro nave usciva una luce dorata.

Ma qualcosa era cambiato. Scavalcando cautamente oltre la ringhiera per vedere se la via era libera, sentii qualcosa che mi tirava giù. Mi allontanai guardando Perk e vidi bene il suo sguardo interrogativo.

Ci riprovai sospettoso, con il medesimo risultato. Gettai un occhio nella nave. Nessuno. Con la destra saldamente aggrappata alla ringhiera scavalcai e atterrai sulla passerella.

Era la gravità. Si sentiva la gravità dentro la loro nave. Proseguii verso la porta e ebbi una debole sensazione di formicolio intorno al casco. Se andavo indietro spariva. Allungai una mano con lo stesso effetto, ma potevo anche vedere un anello argentato intorno al guanto, appena accennato.

Un campo di forza. Feci cenno a Perk di seguirmi e andai dentro. La gravità era normale, o poco più bassa. Controllammo la stanza: tutto era come la prima volta. Superammo il grosso tavolo scuro con il suo anodo sospeso, fino alla piccola nicchia dietro l’ascensore e ci sistemammo in modo da non esser visti.

Guardai il display sulla mia tuta per avere i dati dell’ambiente. Mi soprese vedere che c’era ossigeno, pressione e temperatura. Pressione bassa, circa la metà del nostro standard. Mi rivolsi a Perk.

“Le tute non servono.”

“Sei sicuro?”

“Senza ci muoveremo molto meglio.”

“Abbiamo tute da volo, ma hai ragione.”

Premetti il bottone di spegnimento, sentii la pressione aumentare un po’ e i blocchi del casco si aprirono. Ruotai il casco, lo sollevai ed annusai l’aria. Era un po’ stantia, come se fosse in circolo da troppo tempo. Slacciammo le armi e lo zaino e in due aprimmo il retro delle nostre tute da volo. Levammo le tute di volo e le sistemammo in uno sgabuzzino dietro la base dell’ascensore. Ci assicurammo che fossero a posto il controllo di temperatura e la telemetria sulle tute da lavoro. Stavo per dire qualcosa, ma d’un tratto Perk si fece attento e mise un dito davanti la bocca. Mi benne vicino e mi fece abbassare ancora di più, quindi indicò l’entrata.

Riuscivamo a vederli oltre la struttura semi-trasparente dell’ascensore. Adesso il portello dell’Electra era aperto e la camera stagna illuminata: non si erano resi invisibili. In quel momento mi sentii eccitato. Erano sicuri. Rimanete così. Per favore continuate a pensare di avere tutto sotto controllo.

Erano in due. Stavano lavorando su qualcosa nella camera stagna. Non vedevamo cosa. Indossavano le stesse tute scure attillate che aveva quello morto. I loro movimenti sembravano piuttosto distratti.

Aspettammo con pazienza, trovando la miglior posizione per rimanere nascosti e dopo pochi minuti successe qualcosa. Uno di loro venne indietro verso la passerella, tenendosi alla ringhiera e tirando qualcosa. Quando arrivò alla nave, capimmo subito cosa fosse l’oggetto: una palla di gelatina con dentro un membro dell’Electra. A quello avevano agganciato una seconda palla umana, poi un’altra e un’altra. Era un treno di umani incapsulati, con un alieno che lo guidava e un secondo alieno che controllava la parte finale.

Attraversarono la passerella con l’aria di postini annoiati. Dovevano trasportare i loro pacchi senza fretta e senza particolare attenzione, pensando a cosa fare quando avrebbero avuto il turno libero. Quando furono al portello, quello in testa si spinse attraverso il campo di forza, trascinando sul pavimento il primo umano incapsulato che andò giù per la gravità. Fece uno sforzo per portarsi dietro il carico e dovette aumentare la forza per trascinare anche le altre palle.

Entrò anche il compagno e insieme lavorarono sulla prima vittima, staccandola dal gruppo e sollevandola come un fagotto. Li vedemmo trascinarlo verso il grande tavolo scuro, per scaricarlo sulla superficie in cui affondò. Lavoravano con metodo, un umano alla volta e li scaricarono tutti. Quindi, uno andò al portello per tornare all’Electra e l’altro venne verso di noi.

Ci facemmo ancora più piccoli. L’omino salì in ascensore, premette un pulsante e sparì verso il basso. Dal nostro nascondiglio vedemmo l’altro entrare nella camera stagna dell’Electra, lasciando il portello aperto. Circa un minuto dopo l’ascensore tornò su e il compagno uscì all’esterno. Osservammo la porta della camera stagna dell’Electra che veniva chiusa e sigillata.

Mi alzai massaggiandomi il ginocchio sinistro, che mi faceva male. “Vedo una sola via d’uscita.”

Perk si guardò attorno. “Giù.”

“Dobbiamo usare l’ascensore. Non c’è modo di girarci intorno, ma sappiamo che ci sono delle porte al livello inferiore. Dobbiamo trovare il posto giusto, tipo il nucleo motore, o un punto critico.”

“Giusto, sarebbe una rogna arrivare fin qui e fargli saltare la cucina.”

Ci portammo all’ascensore. Sapevo già quale era il pulsante giusto, perché avevo osservato l’omino. Era stato via poco e non era andato lontano.

“Se non si ferma saltiamo giù al prossimo livello.” Perk strinse arma. “Figo.”

Spinsi il pulsante e l’ascensore scese. Fummo ancora fortunati, ci fermammo al livello giusto. Perk scese subito e si mise di lato con il fucile spianato. “Nessuno in casa.”

La stanza pareva la stessa del primo viaggio, ma ora c’era energia. Strane luci colorate si muovevano in giro nella stanza, e si riflettevano sulle pareti e sugli apparati. Nell’aria c’era un lieve ronzio e ogni tanto un lamento metallico che si alzava e poi calava. Le sei porte triangolari erano aperte, ma da lì arrivavano suoni non identificabili e raggi di luce ambrata, seguita dal buio. Il senso di morte era davvero terribile là dentro.

Sbirciai oltre la porta al centro, quella che avevamo già visto la prima volta. La parete di materiale pseudo-biologico emanava una luminescenza stabile. Pulsava e si muoveva. Tornai indietro e andai alla porta dopo. Era un corridoio che proseguiva poco e poi si divideva a Y. Perk pareva assai perplesso, perché non capiva la morbosa atmosfera del posto. Mi venne vicino, guardò dentro e mi fece un segno per dire che uno di noi andava a destra, l’altro a sinistra. Cinque minuti dentro, poi tornare alla Y.

Entrammo e andai a destra. Il pavimento si trasformò in grata. Non mi liberavo dalla sensazione che dietro di me ci fosse qualcuno. Una luce fioca veniva da una stanza più avanti. La raggiunsi, sbirciai all’interno e entrai. Al centro c’era un bancone ingombro di attrezzi. Lungo le pareti erano allineati armadietti e scaffali.  Sul soffitto basso correva un grosso cavo. Misi una mano sopra il bancone e sentii che era tiepido, vibrava e mi sembrò importante.

Era un buon posto per piazzare una carica. Ero teso, posai l’arma su uno scaffale e posai la sacca sul pavimento. Tirai fuori una delle piccole cariche, infilando il comando a distanza nell’unica tasca della tuta da lavoro. Mi rialzai con la carica nella mano sinistra, mi voltai e mi trovai a trenta centimetri da uno degli orrendi omini.

Mi sorrise col suo sorriso malato, denti gialli e puntuti. Era alto un metro e mezzo, con una tuta scura attillata che sembrava pensata per evidenziare la sua forma ossuta, ma muscolosa. Secondo me era la versione culturista degli orrendi omini. Sul collo di tartaruga della tuta c’era un piccolo bottone argentato rotondo, un comunicatore o un pulsante d’emergenza. Fece un movimento per afferrarlo, ma io fui più veloce: lo strappai e lo scaraventai sul pavimento dove rimbalzò.

Sembrò sorpreso, ma poi sorrise di nuovo con quel sorriso malato. Mi chiesi perché non lo stessi prendendo a calci nel piccolo culo. Un dubbio. Non ero sicuro che fosse il meglio. Magari venivo ferito nella lotta. Cosa sarebbe successo se lui si fosse rivelato più forte di quel che sembrava? Magari dovevo scappare. O dovevo arrendermi. Meglio così. Non dovevo far niente. Avrebbero preso il comando. Magari non era così male.

Controllo mentale. Nel profondo della coscienza capii che lui stava usando il controllo mentale. Subito sentii l’energia accumularsi nel petto e riempire la mia mente. Ebbi la stessa sensazione di quando avevo fatto visita all’Inviato. Fissai l’omino, scossi il capo e pensai, “Cattivo bambino.”

Ne fu sorpreso. Fece due passi indietro e portò le mani alla schiena e tirò fuori l’arma conica. Mentre provava a usarla, gliela feci volare dalle mani. Rimbalzò sul pavimento metallico, battendo contro il muro laterale e fermandosi dietro di me.

Prima che potesse reagire, gli tirai un buon vecchio pugno dritto al plesso solare, seguito da una rapida finta a sinistra e un gancio su quel sorrisino malato. Andò a gambe all’aria, schiantandosi con la faccia sul pavimento. Mi guardò e sembrò solo leggermente frastornato. Pareva dispiaciuto. Si alzò mentre mi avvicinavo ed estrasse un’altra arma conica che non avevo notato: chissà da dove.

Mi voltai e mi tuffai sul pavimento per raggiungere l’arma più vicina, l’altro dispositivo conico che giaceva sul pavimento. Lo afferrai, mi girai, presi la mira e tirai il piccolo grilletto. Non successe nulla. Ancora e ancora. Niente.

L’omino si rilassò e mi fece ancora quel suo caratteristico orrendo sorriso. Tenne la sua arma puntata ed assaporò il momento. Alzai le mani in segno di resa. Mi si avvicinò guardingo ed allungò lamano per prendere la mia arma. Gliela consegnai e lo guardai con espressione contrita. Lui stavolta arretrò di molti passi, pensando che un umano sveglio poteva essere più pericoloso del previsto. Mi sorrise di nuovo e sollevò la sua arma stordente. Annuii, gli restituii la mia miglior imitazione del suo sorriso e gli mostrai il detonatore a distanza appena recuperato dalla mia tasca sul petto.

Perplesso, si arrestò per un istante e guardò l’arma che mi aveva preso solo per scoprire che vi era inserita una piccola carica esplosiva. Nell’istante in cui si irrigidì premetti il pulsante.

Quelle piccole cariche sono davvero speciali. Non fanno il tipico botto che degli esplosivi ad alta velocità. Producono un suono più come un ‘pff’ seguito da un colpo secco. Lui lo stava guardando e gli saltò il braccio destro.

Qualsiasi fosse la forza che teneva in vita questi esseri, sembrava che ne avessi trovato il limite. Rimase immobile per un secondo, con buona parte del suo corpo mancante, poi lentamente si abbatté su quel poco che restava del volto.

L’esplosione mi aveva sbattuto contro il muro e io caddi col sedere sul pavimento, le orecchie fischiavano e il cervello era assente. Ad ogni buon conto avrei dovuto svenire, ma la mia psiche, cosciente del fatto che potevo morire, non lo permise.

Un secondo più tardi, la faccia di Perk mi fissava per capire se ero cosciente. “Cazzo, Adrian! Mi senti?”

“Il Sig. Tarn non può rispondere. Si prega di riprovare quando le campane avranno smesso di suonare.”

“Dobbiamo uscire di qui. È stato un gran botto. Arrivano di sicuro. Dov’è il tuo zaino? Ah, l’ho visto. Dai, alzati. Amico, sei coperto di schifezza aliena.”

Perk mi tirò in piedi, al che il mondo cominciò a ruotare verso sinistra. Volevo spingermi scalciando in direzione opposta, ma è difficile farlo stando in piedi.

“Aspetta, ti metto a posto l’arma. Ho io la sacca. Forza. Proviamo da questa parte.”

Praticamente mi trascinò per una stretta apertura con un braccio sotto la mia spalla. Il corridoio era scuro e pieno di scaffali, con molti cavi e condutture in senso verticale. Stavamo cercando di trovare la strada e mi accorsi di poter riprendere il controllo. Il mondo rallentò e smise di ruotare. Mi afferrai alle cose mentre camminavamo e alla fine mi separai da Perk seguendolo ormai in pieno controllo.

Il corridoio continuò a restringersi finché, con nostro disappunto, un muro bloccò ogni possibilità di proseguire. Eravamo fermi in e ci guardavamo a vicenda.

Perk sospirò. “Abbiamo solo due opzioni.”

Scossi il capo. “Tornare indietro o aspettare per sempre.”

“Una sola opzione, in realtà.”

Guardai indietro verso l’oscurità da dove eravamo venuti.

“Sei pronto, Adrian?”

Strizzai l’occhio. “Mi sento ispirato.”

“Immagino che dovremo avanzare con le armi pronte.”

Controllai la mia. Era ricoperta da qualcosa, ma aveva cinque barre verdi ed un caricatore pieno.

Perk scherzò, “Se serve, useremo il sistema della fanteria coloniale. Tu ti inginocchi ed io sparo sopra la tua testa.”

Annuii e mi spinsi lungo il percorso pieno di schifezze. Perk mi stava dietro.

Quando fummo in vista della porta, rallentammo. Dalla stanza usciva la solita luce biancastra. Ci fermammo nel corridoio, per sentire gli alieni in allarme, ma non si sentiva niente. Vicino alla porta, feci segno a Perk di fermarsi e mi avvicinai piano. Niente rumori. Sbirciai per una frazione di secondo e mi ritrassi subito. Nulla. Guardai di nuovo, più a lungo. Non c’era nessuno. Entrammo nella stanza, con l’arma in pugno, ma nulla era cambiato. Rimanemmo fermi ed increduli. Il corpo giaceva sul pavimento nella stessa posizione. Il posto era un disastro, ma non era venuto nessuno. Mi chiesi se non fosse il caso di lasciar perdere. Un’esplosione a bordo completamente passata inosservata? O forse l’equipaggio era così esiguo che l’orribile omino sfigurato era l’unico nei paraggi?

Lasciammo dunque perdere e proseguimmo. C’erano altre due opzioni. Un portello chiuso sulla parete, ad altezza cintola, oppure tornare indietro per la strada da cui venivamo. Il portello sembrava un ingresso di servizio. Non erano visibili sensori sulla porta. Volevo far cenno a Perk, ma lo vidi trascinare dentro il corridoio dal quale eravamo venuti quel che era rimasto dell’alieno. Tornò e scosse le spalle, come se la stanza potesse sembrare meno terribile senza il cadavere.

Tirammo il portello per aprirlo e percepii una corrente di aria fresca.

Mi accovacciai e strisciai dentro faccia avanti. Perk mi venne dietro.

Una rampa portava a uno stretto corridoio. Il soffitto era almeno sei metri sopra di noi. Davanti, c’erano dei graticci sul pavimento da cui veniva della luce. Il corridoio sembrava proseguire all’infinito.

Proseguimmo in silenzio, fino a uno dei condotti di ventilazione. Ci inginocchiammo per sbirciare. C’era una enorme stanza, alta due o tre piani. Ciò che vedemmo ci fece avvampare di rabbia.

Capitoli1-24

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