Ecco quindi come tutto è cominciato.

Il modo giusto per ricordare come tutto è cominciato non può che partire da Vittorio Curtoni.

Nel 1976 avevo quasi 32 anni e stavo malissimo: da un anno avevo dei terribili crampi allo stomaco ed ero particamente certo di dover morire. Mi dispiaceva si capisce, ma non vedevo alternativa a qualcosa che da un anno nessuno sapeva diagnosticare.

Finalmente in una notte terribile di febbraio, appena andato a dormire, sono stato colto dai dolori più tremendi che io abbia mai provato in vita mia. Quello che da un anno a quella parte era stato un dolore sordo, sempre presente, ma sopportabile sia pur con disagio, si trasformava alle 23 e 30 in una stellare agonia, assolutamente indescrivibile. Il dolore proseguiva senza alcun calo e quindi non sopportabile fino a circa le 8 del mattino. Mi è poi stato detto che dovevo chiamare l’ambulanza e tutto sarebbe finito prima, ma mia moglie (santa donna) ed io non avevamo avuto il coraggio di disturbare quei poveri barellieri, semplicemente per un dolore che non si poteva sopportare in nessun modo. Poi c’era anche il bambino di tre anni: a chi lo lasciavamo?

Insomma, alle otto mia moglie prende il coraggio a quattro mani e telefona al nostro medico. Io avevo assunto un antiacido (il male era allo stomaco, lo ricordo ancora) e stranamente era un po’ meglio. Non bene, ma non saltavo più sul letto. Ero certo che fosse un cancro allo stomaco. Peccato però. Così giovane.

Al contrario delle sue solite abitudini piuttosto tranquille, sentiti i sintomi il dottore arriva in un quarto d’ora. Ho capito che era grave. Mi mette le mani addosso visibilmente preoccupato e si mette a sorridere: – Ah! – dice sollevato. – Sono le vie biliari!

– Sarebbe a dire? – domando confuso.

– Sarebbe a dire che molto probabilmente è un calcolo biliare. Una cosa in genere pochissimo grave, che però dà i dolori più terribili. Pare siano peggio delle doglie del parto che fino a qualche anno fa erano classificcate come i dolori più terribili possibili. Adesso il calcolo è passato e poco per volta smette di far male. Però ce ne saranno certamente degli altri. Bisogna operare prima che riblocchino il colodeco, cioè il piccolo passaggio che porta nell’intestino.

Non so adesso, ma a quell’epoca avrei potuto godere di un intervento immediato solo se fossi arrivato in ospedale con un’ambulanza: come dicevo prima, se l’avessimo chiamata. Nel mio caso passò invece più di un mese prima che un chirurgo mi visitasse e decidesse anche lui che sì, c’era ancora un calcolo che bloccava il maledetto coledoco e se si muoveva sarebbero stato dolori insopportabili ancora una volta. Per fortuna doveva essere grosso ed era piantato ben fermo in quel momento.

Siamo così arrivati, ad operazione chirurgica felicemente conclusa nell’aprile del 1976. Per tenermi su di morale, mia moglie mi porta in ospedale il numero uno, appena uscito, di una nuova rivista di fantascienza: Robot, edito da Armenia e curata da Vittorio Curtoni, uno scrittore che aveva già curato le avanguardie italiane delle fs, cioè Galassia, assieme a Gianni Montanari. Zona Piacenza, zona Emilia, a quel tempo il meglio della fantascienza italiana. Vittorio era un’intelligenza davvero notevole nel panorama della letteratura fantastica, non solo italiana e purtroppo dovrà morire nel pieno della sua attività, il 4 ottobre del 2011 a 62 anni.

vittorioMi colpisce la presentazione di Vittorio, pagina 3: “… sarà bene chiarire subito che il contributo dei lettori c’interessa anche a livello professionale, il che significa che siamo dispostissimi a prendere in considerazione racconti, articoli, proposte di collaborazione in genere, e ad accettarle senza nessun pregiudizio, posto, come unico requisito indispensabile, il buon livello qualitativo dei lavori.” Una cosa che non era e non è facile da sentire.

Per questo motivo, non appena tornato a casa molto risollevato perché forse ce l’avrei fatta a vivere ancora un bel po’, mi sono messo a scrivere un paio di racconti: Uno lo intitolavo Galatto-Tour, l’altro che mi aveva divertito moltissimo a scriverlo si intitolava George di Ettamin. Anzi, credo che il primo che scrissi fosse stato proprio George, poi per un ripensamento mi sono detto: dai mettiamone un altro non si sa mai e ho scritto Galatto.

Imbusto i fogli dattiloscritti, a quell’epoca si viaggiava con la macchina da scrivere, e li spedisco all’indirizzo di Robot, a Milano città in cui abito pure io. Speranzoso, ma fino a un certo punto: avevo già inviato cose mie che erano state regolarmente ignorate da chiunque.

Invece passano non più di cinque giorni e ricevo una telefonata sperata, ma certamente inattesa in quel breve lasso di tempo. Era Vittorio che mi diceva: “Ho letto la sua proposta e devo dire che trovo molto divertente Galatto-Tour. Molto meno quell’altro, ma comunque mi andrebbe di pubblicare Galatto.”

Accidenti, mi dico. A me piaceva più l’altro, ma chi se ne frega. Vuoi vedere che finalmente mi pubblicano qualcosa?