Come ho cominciato a perseguitare me stesso?
Be’, tutto è iniziato quando, guardandomi nello specchio, ho visto un volto cascante e occhi sporgenti.
No, non era il mio volto: era il suo.
Io sono lui, e lui è me.
Lo stesso uomo, diviso in due esseri.
— Cazzo, non può essere vero — mormorò il vecchio, incredulo.
Provai compassione per lui. Sapevo esattamente cosa stava provando, perché solo un attimo prima ero intrappolato nella sua — nella mia — testa.
Ora la mia testa era giovane; la sua, grigia.
Il suo viso era coperto di pelle flaccida, solcata da rughe e macchie senili.
Lui stava lentamente morendo.
La mia vita, invece, sarebbe continuata ancora a lungo — forse per sempre.
Avrei voluto consolarlo, perché un attimo prima la sua disperazione era stata la mia; ora era stata sostituita da un’immensa gioia.
Dal suo punto di vista era un fallimento.
Dal mio, un successo.
Sì, avrei preferito non essere una copia. Sarebbe stato meglio se la mia mente fosse stata trasferita.
Un istante prima non c’ero. Se non fossi stato creato, per me non avrebbe fatto alcuna differenza. Lui, invece, avrebbe continuato a vivere soltanto nel corpo di un androide.
Ero metà macchina e metà uomo, anche se, naturalmente, mi sentivo umano.
Da qualche parte, dentro di me, c’erano uno scheletro artificiale e viscere sintetiche, incorruttibili.
Sopra tutto questo, tessuto biologico naturale ringiovanito, sostenuto da sintetici rigenerativi.
Per lui non avrebbe funzionato: lui non era metà macchina.
Mi aveva ringiovanito e aveva modificato leggermente i parametri.
Ora abitavo un corpo di vent’anni, atletico, dalla pelle più scura, con capelli neri — naturalmente più folti.
So perché l’ha fatto.
So perché l’ho fatto.
Entrambi sentiamo la mancanza di Helen, mia… nostra…
No.
Ora è sua moglie defunta, che io continuo ad amare — che continuiamo ad amare — perché vive nei miei ricordi, copia dei suoi.
Ho il diritto di amarla? Di rimpiangerla, io che sono soltanto la sua copia?
Credo di sì. Mi sento reale, vivo quanto lui — anzi, più di lui, considerando le sue condizioni.
E poiché porto nella mia mente i suoi ricordi, e lui me li ha fatti sentire come se fossero miei, credo che entrambi abbiamo il diritto di piangere una donna che, formalmente, non è mai stata mia moglie — anche se, nel mio cuore meccanico, lo è stata.
In ogni caso, ormai non importa. Lei non se ne cura più. È andata via.
E lui non sa che io la rimpiango, anche se sa benissimo che proviamo le stesse cose.
Vedo i suoi occhi socchiudersi, lo sguardo saturo di gelosia rabbiosa.
Probabilmente sta pensando: Dovevo essere io in quel corpo. Me l’hai rubato.
Sì, quello sguardo, se potesse, mi ucciderebbe in un batter d’occhio — ammesso che io possa morire.
Posso? O sarei semplicemente una macchina guasta?
— Tu non puoi vivere, non puoi esistere — sibilò il vecchio.
Provai solo pietà per lui, come per un essere umano. Sapevo che quell’odio, in realtà, non era rivolto a me, ma al fallimento, all’occasione sprecata, alla perdita delle illusioni. È più facile sputare veleno quando c’è qualcuno contro cui scagliarlo; ancora meglio se reagisce, perché allora puoi urlare più forte anche tu. È molto più facile che guardarsi allo specchio e affrontare la propria debolezza e la propria mortalità.
Avevo sulla punta della lingua l’osservazione che fin dall’inizio era chiaro quanto fossero poche le probabilità di riuscita del trasferimento mentale — ma lo sapeva benissimo anche lui.
Anch’io lo sapevo.
E poi non si infierisce su un uomo che è già a terra.
— Tu non puoi esistere — gracchiò, con una tristezza nuova nella voce. — Dovevo essere io.
— Ma io esisto, e sono esattamente come te. E tu… be’, potremmo dire che sei il mio creatore.
— E come ti ho creato, posso anche spegnerti — disse, minacciandomi con il dito.
— Non lo faresti.
— E perché no? — sembrava sinceramente sorpreso.
— Perché non sei un assassino. Ricordalo: io ti conosco meglio di chiunque altro.
Sospirò pesantemente e cominciò a lottare per uscire dalla macchina.
Mi precipitai verso di lui, naturalmente per aiutarlo.
— Non toccarmi! Non uccidermi! — urlò, come se fosse posseduto. Mancava solo che aggiungesse «Vade retro, Satana».
Ma non lo fece.
— Non potrei ucciderti — dissi, alzando le mani in un gesto conciliante.
— Anche se ti ho minacciato?
— E vabbè.
— Avevi le tue ragioni — concluse lui. È fatto così: deve sempre avere l’ultima parola.
Decisi di lasciar perdere.
Dunque… ero già diverso da lui, in qualche modo.
E tutto questo era accaduto molto in fretta.
Avevo sempre pensato che fossero il tempo e gli eventi a plasmare il carattere, che servissero anni…
— Sì, lo so — risposi con tono rassicurante. — Ma non lo farò. Non sono un assassino. Ricordatelo: siamo fatti della stessa pasta.
All’improvviso scoppiò a ridere sguaiatamente, come… un indemoniato.
— Posso chiamare la polizia se non te ne vai immediatamente! — ringhiò, quando ebbe finito di ridere, spezzato da una tosse violenta e catarrosa.
— Questo è il mio appart… — stavo per ribattere, ma all’ultimo momento mi morsi la lingua.
In effetti, formalmente, era il suo appartamento. Io ero un ospite spuntato dal nulla: niente documenti, nessun contatto, nessun passato.
Avrei potuto fargli notare che probabilmente aveva commesso un reato grave, ma non volevo entrare in guerra con lui. Sarebbe stato come combattere contro me stesso.
Mi chiesi cosa mi avesse spinto a scegliere la via della pace.
Forse il fatto che le mie prospettive fossero infinitamente migliori delle sue: lui era prossimo alla fine, io sarei rimasto giovane e sano per il resto della mia vita.
Oppure, forse, dopotutto… eravamo davvero diversi.
Se fossi andato a denunciare il suo crimine — cosa che comunque non avrei fatto, perché non sono una spia — avrei finito per danneggiare me stesso più di lui.
Strano: mi accorsi che avevo smesso di identificarmi con lui con sorprendente rapidità. Un taglio netto del cordone ombelicale, fulmineo, per quanto possa sembrare assurdo in una situazione come questa.
Con ogni probabilità mi avrebbero preso per un pazzo, oppure per una spia — vista l’assenza totale di documenti e di un passato — o, nella migliore delle ipotesi, per un immigrato clandestino.
Nessuna di queste prospettive faceva al caso mio.
Qui ero a casa.
Mi andava bene così e non avevo alcuna intenzione di cambiare.
E, a essere onesto, non avevo alcuna voglia di lasciare senza aiuto quel vecchio nervoso e patetico che, fino a poco prima, ero stato io stesso.
Era chiaro che lui — cioè, il mio io precedente — sapeva di non potercela più fare da solo.
E poi… mi aveva creato lui, quindi…
— Posso aiutarti — iniziai con dolcezza.
— Ah, sì? E sentiamo come! — sbottò, arrossendo in volto e quasi sputando.
Dovetti ammetterlo: ero… sono… era ripugnante.
La vecchiaia lo aveva sconfitto e, non avendo più la forza di combatterla, aveva smesso di prendersi cura di sé.
La prova più evidente era l’odore: puzzava di sporco stantio e il tanfo peggiore proveniva dai denti marci, trascurati da chissà quanto tempo.
Ed era, naturalmente, il mio stesso odore. Quando ero rimasto intrappolato in quel corpo decrepito, me ne ero talmente abituato da non accorgermene più.
Ora, però, da una prospettiva diversa, mi risultava insopportabile.
Ero disgustoso — per quanto possa sembrare assurdo parlando di se stessi.
— E allora? Come pensi di aiutarmi?! — ruggì, sporgendosi verso di me, e fui di nuovo investito dal mio stesso fetore.
Dio, che testa calda che ero stato…
Ne rimasi quasi sconvolto, e un istante dopo capii perché ora mi sentissi così imperturbabile, così pieno di calma.
Stava soffrendo, atrocemente, divorato dalla vecchiaia e da tutto ciò che essa comporta: debolezza, stanchezza, depressione, dolori di ogni tipo, vista offuscata e tutte le dannate limitazioni che, con il passare degli anni, finiscono per colpire le loro vittime.
E in quella sofferenza mi invidiava per tutto ciò che aveva perduto da tempo e che io stavo invece riconquistando.
Sputava veleno, intriso di amarezza, disperazione e odio — non perché avesse qualcosa contro di me personalmente, ma perché io avrei vissuto molti momenti appassionati con donne bellissime, che lui ormai vedeva solo come qualcosa più o meno sfocato, che si muoveva; e poi, io potevo mangiare una pizza senza stare male, mentre lui avrebbe sofferto di bruciore di stomaco giorno e notte e, il giorno dopo, forse doveva stare incollato al suo trono; e, soprattutto, perché io non provavo dolore, non soffrivo — e questo non sarebbe mai cambiato — mentre lui si dibatteva in una palude di sofferenza.
Era semplice gelosia per la giovinezza perduta, che voleva riconquistare servendosi di me.
Ma aveva fallito. Ed era questo che lo faceva soffrire di più.
Sì, un attimo prima mi facevo paura da solo, ero terrorizzato da me; ma quando finalmente capii, tutto svanì e al suo posto nacque la compassione.
— Ascolta, so di cosa hai paura e quanto stai soffrendo, perché fino a un attimo fa la mia mente era la tua. Ricordo tutto perfettamente.
A quel punto, tacque. Mi accorsi allora che mi stava guardando in modo diverso: non più con quell’odio feroce, ma con una sorta di curiosità gentile.
— Che cosa proponi? — chiese.
— Per cominciare, magari potresti darmi qualcosa da indossare — suggerii. Parlare con la versione anziana di me stesso con l’uccello penzoloni era piuttosto imbarazzante.
— Ah — rispose, grattandosi dietro l’orecchio.
Quanto conoscevo bene quell’ah, accompagnato da quel gesto.
— Be’, me lo dovevo aspettare. Non ci avevi pensato proprio, eh?
In risposta, si trascinò goffamente verso l’armadio.
— Ah no, non metterò certo quelle mutande macchiate — protestai.
— Ti fai schifo da solo? — gracchiò in modo osceno. — Fino a ieri non avevi problemi, quando eri me.
Non risposi e mi diressi verso l’altro armadio.
— Ah no, quelle sono per il nostro funerale — cercò di sbarrarmi la strada, ma fui più veloce. Molto più veloce.
— Il tuo funerale — lo corressi.
— Sì, il mio — e, sorprendentemente, smise di discutere.
— Ascolta, ne compreremo di migliori — lo rassicurai, tirando fuori alcuni abiti eleganti.
— Mi chiedo con quali soldi — continuò a lamentarsi, e mi promisi che, qualunque cosa mi fosse successa nella vita, non sarei mai diventato un piagnucolone come lui.
— Non fare il vecchio — dissi con scarsa sensibilità.
— Il vecchio… — sospirò con aria da martire.
— Scusa — arrossii.
— Be’, ti sei preso i miei vestiti migliori — disse rassegnato. — Ora spiegami qual è il tuo piano.
— Sai cosa ti è venuto in mente quando hai avuto quel piccolo dubbio su questo… progetto — l’ultima parola si rifiutava stranamente a uscirmi dalla gola, e la mano non voleva obbedire quando indicai me stesso.
Lui annuì.
— Bene, il progetto non ha funzionato. Ora siamo in due e io so benissimo che hai speso tutti i soldi che avevi. Non puoi permetterti un androide assistente, né tantomeno affittarne uno.
— Giusto — confermò quasi meccanicamente.
— Mi prenderò cura di te per il resto dei tuoi giorni.
— Ah, be’, ma che benefattore, pensa un po’! — sbottò, decisamente irritato. — Non ti pare che ne abbia diritto? Tu esisti solo perché io ti ho creato.
— Ah, allora sei proprio un grande benefattore! Io esisto perché tu hai commesso un errore. Ma i tuoi errori li dovresti pagare tu.
— Non ne hai il diritto! — protestò. — Dovevi essere il mio androide, pagato con i miei soldi! Sei di mia proprietà.
— Sono vivo e ho dei sentimenti! — urlai. E che poteva farmi? Avevo il coltello dalla parte del manico e lui lo sapeva benissimo, anche se non voleva ammetterlo — ma avrebbe dovuto. — E non sono proprietà di nessuno!
Decisi di continuare a giocare la mia parte per farlo cedere, ma poi mi ricordai della perdita che avevamo avuto molti anni prima e lui, a differenza mia, non avrebbe mai più potuto lenire quella tristezza con nuove gioie nella vita. Fui preso da compassione.
Ma durò pochissimo, perché subito lui disse:
— Io sono il tuo creatore e tu devi ubbidirmi!
Mio Dio, sono sempre stato così insolente? Guardarsi da fuori, ogni tanto, è utile: può essere davvero uno shock.
— Piantala — lo interruppi, decidendo che era arrivato il momento dell’opzione bomba atomica. — Se la pensi così, me ne vado subito e non mi vedrai mai più. E, a differenza tua, io starò benissimo.
Mi fissò incredulo. Io, approfittando del fatto che in quel momento fosse rimasto senza parole, mi alzai e mi avviai lentamente verso la porta, dandogli il tempo di scusarsi, se lo avesse voluto.
In ogni caso, non avevo alcuna intenzione di abbandonarlo. Ma sarebbe stato bello sentire quella parolina — «scusa» — e poi essere trattato con un minimo di dignità. Non gli sarebbe costato nulla.
Ma o non se ne rendeva conto… oppure ero io a non rendermene conto — no, era lui. E capii che stavamo diventando sempre più diversi.
Oppure… semplicemente non ne era capace.
Be’, ostinato fino alla fine.
Avrei dovuto fare qualcosa io.
— Sai, non mi faresti alcun favore se io dovessi cambiarti i pannoloni e pulirti il culo quando non sarai più in grado di farlo da solo. Invece di lasciarmi umiliare da un ingrato senza vergogna, potrei anche andarmene in giro a conoscere qualche bella ragazza. E credimi, sarei più che felice di toglierle le mutandine.
— Eh, no…! — riuscì a dire, aggrappandosi allo schienale della sedia; duro fino alla fine… non sarebbe stato facile convivere con lui.
— C’è una parolina magica — aggiunsi, decidendo che, nel peggiore dei casi, me ne sarei andato a fare un giro davvero, per ricordare com’era il sesso e dare al mio uccellino un bel battesimo del fuoco. — Di’ la parola magica — ripetei, pensando che poi sarei tornato a vedere se nel frattempo si fosse rinsavito.
Ehi, ma aspetta un attimo…
Io, ero un vergine riciclato?
Eh, sì.
Ma, d’altra parte, avevo nella testa un sacco di ricordi — più o meno sbiaditi dal tempo — legati a Helen e a tutte le donne che l’avevano preceduta.
Era ridicolo: risultava che fossi vergine e non vergine allo stesso tempo.
— Aspetta, io… — disse con voce tremante; si vedeva che stava lottando con sé stesso.
No, voleva ancora fare lo stronzo, perché io, in quel momento, una ragazza me la sarei portata a letto più che volentieri…
— … scusa — riuscì a dire alla fine.
La parola gli uscì come se stesse partorendo.
E così sarei rimasto vergine ancora per un po’.
Certo, non fino alla fine dei miei giorni… cioè, fino alla fine dei suoi giorni… ma dal momento che aveva già abbassato i toni, non avevo intenzione di stressarlo — o stressare me stesso — con una sparizione improvvisa.
Mi fermai e mi voltai.
Sul suo volto comparve un sorriso amaro.
— Andresti a donne per cercare oblio?
Annuii. Non aveva senso mentire.
— Pensi che smetta di far male. Non succederà — pontificò. — Il dolore si attenuerà, questo sì. Ma non te ne libererai mai. È questo l’amore: avrai sempre quella spina nel cuore, solo che col tempo ti abituerai.
— Non devi spiegarmelo — dissi, indicando il mio viso. — Io sono più giovane. Ma abbiamo la stessa età e lo stesso bagaglio di esperienze.
— Resterai? Qui, con me? — colsi l’ansia nella sua voce.
— Sì, resterò.
Tirò un sospiro di sollievo, chiuse gli occhi e, letteralmente un attimo dopo, sentii il suo umido russare.
—0—
Sapevo che non sarebbe stato facile e che mi avrebbe dato del filo da torcere più di una volta, ma… alla fine mi ha fatto impazzire.
In fin dei conti, posso solo dire che me la sono cercata.
Era insopportabile e lamentoso fino all’eccesso, ma non mi sono mai lamentato: ero preparato. Sapendo quanto avevo sofferto per gli acciacchi e le limitazioni quando ero intrappolato nel mio vecchio corpo, immaginavo che, se gli affanni si fossero moltiplicati, io stesso li avrei sopportati anche peggio.
I suoi ultimi momenti furono impotenti e con una sofferenza persino maggiore di prima e prendersi cura di lui, ormai costretto a letto, richiese molta forza e determinazione. Non so se ce l’avrei fatta se fossi stato un essere del tutto biologico.
Ricordo la nostra ultima conversazione:
— Ti invidio perché sei immortale. Io ho paura di ciò che c’è dall’altra parte. Ho paura che non ci sia niente.
— Non sarebbe poi tanto male — cercai di confortarlo. — Più nessuna sofferenza, né preoccupazioni.
— Ma solo perché non ci sarebbe nulla — replicò cupo.
— Sarebbe come dormire, ma senza sognare.
— Ma da quei sogni io poi mi sveglio…
— La non-esistenza, prima della nascita, non era poi così terribile, no? — ebbi l’impressione di riuscire a rassicurarlo.
— Ti invidio per la tua immortalità — tornò a fissarsi sull’argomento.
— Non sono del tutto immortale. Basta che mi colpisca un fulmine o un meteorite, e sparisco — risposi.
— È del tutto improbabile — gracchiò.
— Più a lungo resto qui, maggiori sono le probabilità, almeno dal punto di vista statistico — dissi inutilmente, perché ormai non era più nel suo corpo. E ovunque fosse, sperai che non mi avesse sentito. Sarebbe stato un addio terribilmente stupido da ricordare proprio nell’ultimo istante della mia vita.
I suoi occhi vitrei, privi di espressione, fissavano il soffitto.
Il cambiamento è così sottile da risultare difficile da descrivere, ma basta un solo sguardo per capire che dentro quel corpo non c’è più nessuno.
Gli chiusi gli occhi con delicatezza.
Durante la notte scavai una buca abbastanza profonda. Avrei voluto comprargli una bara, ma non me lo potevo permettere e non avevo alternative: non potevo denunciare il decesso né sbrigare alcuna formalità. E non volevo che il corpo si decomponesse lì, per poi essere trovato per caso da qualcuno.
Avvolsi il corpo in un lenzuolo. Cercai il più bello che avevo, quello con i fiori. Per fortuna gli avevo già comprato dei vestiti eleganti, molto più eleganti dei suoi vecchi, anche se aveva brontolato, dicendo che preferiva la cravatta al papillon. Alla fine, però, avevamo trovato un accordo.
Lui era religioso, io no; eppure, dopo averlo seppellito, recitai una preghiera presa da Internet — non si sa mai, nel caso lassù ci fosse davvero qualcosa che potesse aiutarlo in qualche modo.
Non era la mia amata Helen, né i miei genitori, di cui ricordavo pochissimo perché erano morti quando ero bambino; non era nemmeno il fratello che non avevo mai avuto ma che avevo tanto desiderato. Eppure, piansi come un bambino.
Be’, forse non subito: spesso mi era stato sullo stomaco e poi lui era me… una versione di me che non avrei mai voluto incontrare di nuovo, che si infuriava per qualsiasi sciocchezza. Considerato tutto questo, non mi aspettavo una reazione simile; invece singhiozzai e mi disperai come una ragazzotta mollata dal suo primo fidanzato.
—0—
Quella notte non accadde nulla: lui rispettò il mio lutto per “Colui che mi aveva creato”.
Cominciò la notte dopo. Fui svegliato dal rumore di una sedia rovesciata, poi da un bicchiere che si infrangeva sul pavimento.
La cosa non mi fece grande impressione; in fondo non ero del tutto umano e, se mi fossi impegnato abbastanza, non sarei mai morto. Sapevo che era lui: chi altri avrebbe potuto essere? Non c’era bisogno di grandi deduzioni.
Una cosa, però, era confortante: quando muori, continui a esistere.
D’altra parte, se era così frustrato anche dopo la morte, forse dall’altra parte non era affatto meraviglioso come avrebbe dovuto essere. Mi dissi che probabilmente era rimasto bloccato a metà strada perché troppo legato a questo mondo — ricordavo di aver letto qualcosa del genere quando ero ancora lui.
Un attimo di calma, poi un quadro cadde dal muro. Poi più niente. Pensai che avesse rinunciato, ma all’improvviso un bicchiere schizzò via come una fionda. Mi scansai all’ultimo momento e quello si frantumò contro la parete. Subito dopo, cominciò a scivolare una tazza color bordeaux.
— Basta! — urlai. — Non mi fai paura! E non è colpa mia se ti sei sbagliato! Smettila, magari andrai da qualche altra parte, in un posto dove ci si diverte di più.
La tazza si fermò, come se lo spirito del defunto stesse riflettendo.
— Ti ho voluto bene come a un fratello — aggiunsi piano, senza sapere se fosse ancora lì.
Un istante dopo sentii uno strano calore nel mio cuore meccanico, come se qualcuno mi avesse abbracciato. Sapevo che era lui, che mi stava salutando, e in quel momento mi sembrò davvero di essere vicino al fratello che avevo sempre desiderato.
Mi asciugai le lacrime e smisi di sentirlo. Se n’era andato.
Poi fui colto dal terrore al pensiero che, se un giorno avessi smesso di esistere, se fossi morto tragicamente, allora…
Ho un’anima?
Un brivido mi attraversò perché ero certo che, essendo io una copia, probabilmente no.
E allora, per un istante, sentii di nuovo quel calore e la voce roca del vecchio nella mia testa:
— Ce l’hai.
Non disse altro.
E sperai che non stesse solo cercando di consolarmi, ma che stesse dicendo la verità.
Titolo originale, Ja, on, stwórca
© 2026 Krzysztof Dąbrowski
Traduzione in inglese © 2026 Julia Mraczny
Adattamento in italiano © 2026 Franco Giambalvo
La copertina di questo racconto è una interpretazione della I.A. Firefly Adobe.
è uno scrittore e sceneggiatore polacco. I suoi libri sono stati pubblicati in Polonia, Stati Uniti, Spagna e Germania. Le sue storie sono state pubblicate in molti paesi. Gli piace collaborare con registi e fumettisti - è specializzato in Drabble scritti in polacco, ma facilmente adattabili a qualsiasi lingua.
