La Principessa di Marte – Combattimento nell’arena, è la diciannovesima puntata del famoso ciclo John Carter di Marte scritto da Edgar Rice Burroughs. Di suo abbiamo già pubblicato l’altro capolavoro, Tarzan delle scimmie. Poco per volta potrete leggere l’intero romanzo ritradotto apposta per questa occasione. Tutte le puntate sono facilmente rintracciabili cercando “John Carter,” ma ecco un elenco aggiornato dei capitoli fin qui pubblicati:
- La Principessa di Marte: prima puntata
- La Principessa di Marte: seconda puntata
- La Principessa di Marte: su Marte (3)
- La Principessa di Marte: Un prigioniero (4)
- La Principessa di Marte – il mio cane da guardia
- La Principessa di Marte – Una lotta
- La Principessa di Marte – la Nursery
- La Principessa di Marte: Una bella prigioniera
- La Principessa di Marte: Imparo la lingua
- La Principessa di Marte: Campione e comandante
- La Principessa di Marte: Dejah Thoris
- La Principessa di Marte: Un prigioniero con potere
- La Principessa di Marte: Corteggiamenti
- La Principessa di Marte: Un duello all’ultimo sangue
- La Principessa di Marte – La storia di Sola
- La Principessa di Marte – progettiamo la fuga
- La Principessa di Marte – Una ricattura molto penosa
- La Principessa di Marte – In catene a Warhoon
- La Principessa di Marte – Combattimento nell’arena
- La Principessa di Marte – Nella Fabbrica dell’Atmosfera
Combattimento nell’arena
Lentamente riacquistai il controllo di me stesso e infine capii che dovevo prendere le chiavi sul corpo senza vita del mio ex carceriere. Ma quando allungai la mano nell’oscurità, scoprii con orrore che il cadavere era scomparso.
Allora la verità mi balenò improvvisamente in mente: i proprietari di quegli occhi scintillanti avevano trascinato via la mia vittima per divorarla tranquillamente nella loro tana; capii che avevano atteso giorni, settimane, mesi il momento, per tutta quell’orribile eternità della mia prigionia, di trascinare la mia carcassa senza vita al loro banchetto.
Non mi venne portato alcun cibo nei due giorni successivi, ma poi comparve un nuovo guardiano e la mia carcerazione continuò come prima. Da allora, tuttavia, non permisi più che la mia ragione fosse sopraffatta dall’orrore della mia situazione.
Un altro prigioniero fu condotto nella cella e incatenato vicino a me, poco tempo dopo quell’episodio. Alla debole luce delle torce vidi che era un marziano rosso e a malapena attesi che le guardie si allontanassero per rivolgergli la parola.
Quando il rumore dei loro passi svanì in lontananza, chiamai sottovoce usando la parola marziana di saluto:
«Kaor.»
«Chi sei tu che parli dall’oscurità?» rispose.
«John Carter, amico degli uomini rossi di Helium.»
«Io sono di Helium» disse «ma non ricordo il tuo nome.»
Allora gli raccontai la mia storia così come l’ho scritta per voi, omettendo soltanto ogni riferimento al mio amore per Dejah Thoris. Fu molto emozionato dalle notizie riguardanti la principessa di Helium e si mostrò assolutamente convinto che lei e Sola dal punto in cui le avevo lasciate, avessero potuto facilmente raggiungere un posto sicuro.
Disse di conoscere bene la regione, poiché il passo attraverso il quale i guerrieri warhoon ci avevano scoperti era l’unico che usassero per marciare verso sud.
«Dejah Thoris e Sola sono passate tra le colline a non più di cinque miglia da una grande via d’acqua e probabilmente ora sono del tutto al sicuro — mi disse.
Il mio compagno di prigionia si chiamava Kantos Kan, un padwar (tenente) della marina di Helium. Aveva fatto parte della sfortunata spedizione caduta nelle mani dei Thark al tempo della cattura di Dejah Thoris e mi raccontò brevemente gli avvenimenti seguiti alla sconfitta delle navi da guerra.
Gravemente danneggiate e con equipaggi ridotti, esse avevano proceduto lentamente verso Helium. Ma mentre passavano nei pressi della città di Zodanga, capitale degli storici nemici di Helium fra gli uomini rossi, furono attaccate da una grande flotta di vascelli da guerra. Tutte le navi, tranne quella a cui apparteneva Kantos Kan, furono distrutte o catturate.
La sua nave venne inseguita per giorni da tre vascelli da guerra zodangani, ma riuscì infine a sfuggire ai suoi inseguitori durante una notte buia e senza lune.
Trenta giorni dopo la cattura di Dejah Thoris, ossia più o meno nel periodo del nostro arrivo a Thark, la sua nave aveva raggiunto Helium con appena dieci superstiti del gruppo originario di settecento tra ufficiali e marinai.
Immediatamente erano state inviate sette grandi flotte alla ricerca di Dejah Thoris, ciascuna composta da cento possenti navi da guerra e da queste flotte erano stati mantenuti costantemente in volo duemila piccoli velivoli monoposto impegnati nell’inutile ricerca della principessa scomparsa.
Due comunità di marziani verdi erano state cancellate dalla faccia di Barsoom dalle flotte vendicatrici, ma non era stata trovata alcuna traccia di Dejah Thoris. Le ricerche si erano concentrate tra le orde del nord e solo negli ultimi giorni erano state estese alle regioni meridionali.
Kantos Kan era stato assegnato a uno dei piccoli velivoli monoposto e aveva avuto la sfortuna di essere scoperto dai Warhoon mentre esplorava la loro città.
Il coraggio e l’audacia di quell’uomo suscitarono in me il più profondo rispetto e la più sincera ammirazione. Da solo era atterrato ai confini della città e, a piedi, si era inoltrato fino agli edifici che circondavano la piazza centrale. Per due giorni e due notti aveva esplorato i quartieri e le prigioni alla ricerca dell’amata principessa, per cadere infine nelle mani di una pattuglia warhoon, proprio mentre stava per andar via, dopo essersi assicurato che Dejah Thoris non era lì.
Durante il periodo della nostra prigionia, Kantos Kan e io diventammo molto affiatati e nacque tra noi una sincera amicizia.
Pochi giorni dopo, tuttavia, fummo trascinati fuori dalla nostra segreta per partecipare ai grandi giochi.
Di buon mattino ci condussero in un enorme anfiteatro che, invece di essere stato costruito sulla superficie, era stato scavato sotto terra. Col tempo si era parzialmente riempito di detriti, per cui era difficile stabilire quanto fosse stato grande in origine. Nelle condizioni attuali, però, poteva contenere tutti i ventimila Warhoon delle orde riunite.
L’arena era immensa, ma estremamente irregolare e trascurata. Intorno a essa i Warhoon avevano ammassato blocchi di pietra provenienti dagli edifici in rovina dell’antica città, per impedire agli animali e ai prigionieri di fuggire tra il pubblico; e alle due estremità erano state costruite gabbie destinate a contenere i prigionieri fino al momento in cui sarebbero andati incontro a una orribile morte nell’arena.
Kantos Kan e io fummo rinchiusi in una di quelle gabbie insieme.
Nelle altre vi erano feroci calot, thoat, folli zitidar, guerrieri verdi, donne appartenenti ad altre orde e molte strane bestie selvagge e feroci che non avevo mai visto prima.
Il frastuono dei loro ruggiti, ringhi e stridii era assordante, e l’aspetto minaccioso di ciascuna di quelle creature sarebbe bastato a riempire di cupi presagi anche il cuore più impavido.
Kantos Kan mi spiegò che, al termine della giornata, uno solo dei prigionieri avrebbe ottenuto la libertà, mentre tutti gli altri sarebbero morti in giro per l’arena.
I vincitori dei vari combattimenti del giorno si sarebbero affrontati tra loro finché non ne fossero rimasti solo due. Il vincitore dell’ultimo scontro sarebbe stato liberato, che fosse un animale o un uomo.
La mattina seguente le gabbie sarebbero state riempite con un nuovo gruppo di vittime, e così via per tutti i dieci giorni dei giochi.
Poco dopo la nostra chiusura in gabbia, l’anfiteatro cominciò a riempirsi e nel giro di un’ora ogni posto disponibile era occupato.
Dak Kova, insieme ai suoi jed e ai suoi capi, sedeva al centro a uno dei lati dell’arena, su una grande piattaforma rialzata.
A un segnale di Dak Kova, le porte di due gabbie furono spalancate e una dozzina di femmine marziane verdi vennero spinte al centro dell’arena. A ciascuna fu consegnato un pugnale e poi, dall’estremità opposta, venne liberato contro di loro un branco di dodici calot, i cani selvaggi di Marte.
Quando le bestie, ringhiando e schiumando rabbiosamente, si lanciarono contro le donne quasi indifese, voltai il capo per non assistere a quell’orribile spettacolo.
Le urla e le risate dell’orda verde testimoniavano la qualità eccellente del divertimento e, quando Kantos Kan mi disse che tutto era finito e mi voltai di nuovo verso l’arena, vidi tre calot superstiti che ringhiavano e si contendevano i corpi delle loro vittime.
Le donne avevano venduto cara la pelle.
Poi, tra i cani rimasti, venne liberato un folle zitidar e così continuò per tutta quella lunga, torrida e spaventosa giornata.
Durante il giorno dovetti affrontare prima degli uomini e poi delle bestie, ma poiché ero armato di una spada lunga e superavo sempre i miei avversari in agilità e, quasi sempre, anche in forza, per me fu davvero molto semplice.
Più e più volte ottenni gli applausi della moltitudine assetata di sangue e, verso la fine della giornata, si levarono grida che chiedevano che fossi sottratto all’arena e accolto tra le orde di Warhoon.
Alla fine, restammo soltanto in tre: un gigantesco guerriero verde proveniente da qualche lontana orda del nord, Kantos Kan e io.
Gli altri due avrebbero combattuto tra loro e poi io avrei affrontato il vincitore per conquistare quella libertà che spettava all’ultimo superstite.
Kantos Kan aveva combattuto diverse volte nel corso della giornata e, come me, era sempre uscito vincitore. Tuttavia, spesso con un margine davvero minimo. Soprattutto se aveva dovuto affrontare dei guerrieri verdi.
Avevo ben poche speranze che potesse avere la meglio sul suo gigantesco avversario, il quale aveva abbattuto chiunque gli si fosse parato di fronte durante tutta la giornata. Quel colosso sfiorava i cinque metri d’altezza, mentre Kantos Kan era alto poco meno di un metro e ottanta.
Quando avanzarono l’uno verso l’altro, vidi per la prima volta una tecnica della scherma marziana dalla quale Kantos Kan faceva dipendere ogni speranza di vittoria e di sopravvivenza in un unico tentativo.
Giunto a circa sei metri dal gigantesco nemico, portò il braccio armato molto indietro, oltre la spalla, e con un possente movimento scagliò la spada con la punta avanti contro il guerriero verde.
L’arma volò diritta come una freccia e, trapassando il cuore del poveraccio, lo lasciò cadavere sull’arena.
Ora Kantos Kan e io dovevamo affrontarci.
Mentre ci avvicinavamo per il combattimento, gli sussurrai di prolungare lo scontro fino a quasi il tramonto, nella speranza che riuscissimo a trovare una via di fuga.
L’orda intuì evidentemente che nessuno dei due aveva il cuore di uccidere l’altro e cominciò a ululare di rabbia, poiché né lui né io tentavamo un affondo mortale.
Proprio quando vidi arrivare l’oscurità, sussurrai a Kantos Kan di spingere la sua spada tra il mio braccio sinistro e il fianco.
Quando lo fece, barcollai all’indietro stringendo forte la lama sotto il braccio e caddi a terra, dando l’impressione che la sua spada mi avesse atravsersato il petto.
Kantos Kan comprese immediatamente il mio stratagemma e, avvicinandosi rapidamente, mi pose un piede sul collo. Quindi estrasse la spada dal mio corpo e mi inflisse il colpo finale alla gola, quello che avrebbe dovuto recidere la vena giugulare. In realtà, però, la fredda lama scivolò innocuamente nella sabbia dell’arena.
Nell’oscurità ormai completa nessuno poteva accorgersi che non mi aveva davvero ucciso.
Gli sussurrai di andare a reclamare la sua libertà e poi di cercarmi tra le colline a est della città. Sicché mi lasciò.
Quando l’anfiteatro si fu svuotato, mi trascinai furtivamente fino al bordo superiore e, poiché il grande scavo era lontano dalla piazza centrale, in una zona disabitata della grande città morta, non ebbi alcuna difficoltà a raggiungere le colline oltre le rovine.
Traduzione a cura di Franco Giambalvo (© 2025-2026)
L’immagine di copertina è una interpretazione di ChatGPT.
(Chicago, 1º settembre 1875 – Encino, 19 marzo 1950) è stato uno scrittore statunitense, autore, fra l'altro, del ciclo di romanzi incentrati sulla figura di Tarzan, il personaggio della giungla allevato dalle scimmie che ha alimentato la fantasia dei lettori e degli appassionati di cinema di più di una generazione.
