La Principessa di Marte: imparo la lingua nona puntata del famoso ciclo John Carter di Marte scritto da Edgar Rice Burroughs come pure, Tarzan delle scimmie, già presentato in questo sito.
Pubblicheremo poco per volta l’intero romanzo tradotto apposta per questa occasione.
Tutte le puntate sono facilmente rintracciabili cercando “John Carter,” ma ecco un elenco aggiornato dei capitoli pubblicati:
Capitolo IX
Quando mi ripresi da quella visione, gettai un’occhiata a Sola, che aveva assistito al mio scoramento e rimasi sorpreso nel notare una strana espressione sul suo viso, di solito impassibile. Non potevo sapere a cosa stesse pensando, poiché al tempo avevo appreso ben poco della lingua marziana; anche se abbastanza per cavarmela con le necessità quotidiane.
Giunto sulla soglia del nostro edificio, mi attendeva una sorpresa. Un guerriero si avvicinò portando con sé armi, ornamenti e tutto l’equipaggiamento tipico della sua razza. Me li consegnò dicendo poche parole per me incomprensibili, con un atteggiamento rispettoso e al tempo stesso minaccioso.
In seguito, Sola, con l’aiuto di alcune altre donne, adattò quelle bardature alle mie proporzioni fisiche più ridotte rispetto al resto della popolazione e, quando ebbero terminato, potei aggirarmi vestito in tutta la panoplia bellica.
Da quel momento Sola cominciò a istruirmi sui segreti delle armi e trascorrevo alcune ore al giorno a esercitarmi sulla piazza insieme ai giovani marziani. Non ero esperto in tutte le armi, ma la mia grande familiarità con quelle terrestri, simili per molti aspetti, mi rendeva un allievo insolitamente veloce e progredivo in modo molto soddisfacente.
Il mio addestramento e quello dei giovani marziani, era curato esclusivamente dalle donne, le quali non solo si occupano dell’educazione dei piccoli nelle arti della difesa e dell’offesa, ma sono anche le artigiane che fabbricano ogni cosa sia prodotta dai marziani verdi. Le donne preparano la polvere, le cartucce, le armi da fuoco; in breve, tutto ciò che ha valore è di origine femminile. In tempo di vera guerra costituiscono parte delle riserve e, quando la necessità lo richiede, combattono con intelligenza e ferocia superiori a quelle degli uomini.
Gli uomini vengono istruiti nelle arti maggiori dell’arte bellica: nella strategia e nelle manovre delle grandi truppe. Emanano le leggi secondo i bisogni: si crea una nuova legge per ogni emergenza. Nell’amministrazione della giustizia non sono vincolati da ciò che è successo prima. Le consuetudini sono tramandate con secoli di ripetizione, ma la punizione per chi le ignora è stabilita caso per caso da una giuria composta dai pari dell’imputato; e posso dire che la giustizia raramente manca il bersaglio; anzi sembra governare in proporzione inversa all’importanza assunta dalla legge. In un aspetto almeno i marziani sono un popolo felice: non servono avvocati.
Per diversi giorni dopo il nostro primo incontro non rividi più la prigioniera e poi solo per scorgerla di sfuggita mentre veniva condotta nella grande sala delle udienze, quella in cui io stesso avevo avuto la mia prima riunione con Lorquas Ptomel. Non potei fare a meno di notare la durezza e la brutalità francamente inutili con cui la trattavano le guardie; un modo del tutto diverso dalla, direi, materna gentilezza mostrata da Sola nei miei confronti e dal rispetto dei pochi marziani verdi che facevano lo sforzo di notarmi.
Nelle due occasioni in cui l’avevo veduta, avevo notato come la prigioniera scambiasse alcune parole con le guardie, il che mi convinse che poteva parlare con loro, o almeno che li capisse usando una lingua comune. Con questo nuovo stimolo, quasi tormentai Sola con continue insistenze affinché accelerasse il mio apprendimento della lingua e, nel giro di pochi giorni, riuscii a padroneggiare abbastanza bene l’idioma marziano da poter sostenere una passabile conversazione e capire quasi tutto ciò che mi dicevano.
In quel periodo, oltre a Sola con la sua giovane protetta, abitavano nei nostri alloggi notturni tre o quattro femmine e un paio di piccoli appena nati, poi c’ero io e Woola, il cane. Quando tutti si erano coricati, era abitudine degli adulti intrattenersi per qualche tempo in una pigra conversazione, prima di andare a dormire; e ora che ero in grado di comprendere la loro lingua, ero diventato un attento ascoltatore, sebbene non prendessi mai parte alle discussioni.
La notte in cui la prigioniera era stata condotta nella sala delle udienze, la conversazione cadde proprio su questo argomento e io drizzai le orecchie. Avevo esitato a interrogare Sola sulla bella prigioniera, poiché non potevo dimenticare la strana espressione che avevo visto sul suo volto dopo il nostro primo incontro con quella donna. Non so se fosse gelosia e, tuttavia, giudicando sempre e solo con criteri terrestri, mi parve più prudente far finta di niente, per capire meglio l’atteggiamento di Sola verso l’oggetto del mio interesse.
Sarkoja, una delle donne più anziane che dividevano la nostra dimora, era stata presente all’udienza in qualità di guardia della prigioniera e fu proprio a lei che tutti domandarono notizie.
«Quando» chiese una delle donne, «potremo assistere agli spasimi della morte della rossa? O il jed Lorquas Ptomel pensa forse di trattenerla per un riscatto?»
«Hanno deciso di portarla a Thark con noi per esibire la sua agonia finale ai grandi giochi, davanti a Tal Hajus» rispose Sarkoja.
«E in che modo avverrà la sua fine?» domandò Sola. «È così piccola e bella; era meglio se la trattenevano per il riscatto.»
Sarkoja e le altre donne mugugnarono rabbiose di fronte a quella che per loro era una prova di debolezza da parte di Sola.
«È un peccato, Sola, che tu non sia nata un milione di anni fa» ringhiò Sarkoja, «quando tutte le valli del mondo erano colme d’acqua e i popoli erano molli come la materia su cui navigavano. Ai giorni nostri siamo ormai tanto progrediti che tali sentimenti sono soltanto una debolezza o atavismo. Meglio che Tars Tarkas non sappia mai che tu nutri tali degenerate idee, poiché dubito che vorrebbe ancora affidarti le gravi responsabilità della maternità.»
«Non vedo nulla di male nell’esprimere interesse per la donna rossa» ribatté Sola. «La donna non ci ha mai fatto alcun torto, né ce ne farebbe se fossimo caduti nelle sue mani. Sono solo gli uomini della sua razza a muoverci guerra e ho sempre pensato che il loro atteggiamento non sia altro che il riflesso del nostro atteggiamento verso di loro. Essi vivono in pace con tutti i loro simili, a meno che il dovere non li chiama alle armi, mentre noi non siamo mai in pace con nessuno: combattiamo senza tregua contro i nostri stessi simili così come contro gli uomini rossi, e gli individui lottano gli uni contro gli altri perfino all’interno delle nostre comunità. Ah, qui è sempre un periodo terribile con spargimento di sangue dal giorno in cui rompiamo il guscio fino a quando abbracciamo con sollievo il seno del fiume del mistero, il cupo e antico Iss che ci trascina a una esistenza ignota, ma certo non più orribile e spaventosa di questa! Che sia davvero beato colui che trova la fine in una morte precoce. Di’ pure a Tars Tarkas quel che credi, non potrà infliggermi una sorte peggiore che continuare l’orribile esistenza che oggi siamo costrette a subire.»
Questo sfogo terribile di Sola sorprese e scandalizzò talmente le altre donne che, dopo poche parole di generale rimprovero, caddero tutte nel silenzio e dopo poco si addormentarono. Però quell’episodio mi era servito: mi aveva detto che Sola provava pietà per la povera fanciulla e mi aveva anche convinto di essere stato davvero fortunato a capitare nelle sue mani e non in quelle di altre femmine. Avevo già capito che Sola mi voleva bene e, ora che avevo scoperto quanto detestasse crudeltà e barbarie, ero certo che avrei potuto contare su di lei per fuggire con la giovane prigioniera… sempre che una simile impresa fosse alla fine possibile, ovviamente.
Non sapevo nemmeno se esistessero posti migliori in cui fuggire, ma ero più che disposto a rischiare la sorte fra le genti che avessero più o meno il mio aspetto, piuttosto che restare ancora tra gli orribili e sanguinari uomini verdi. Ma dove andare, e come, era per me un enigma non meno arduo della secolare ricerca della fonte dell’eterna giovinezza che fin dall’alba dei tempi ha ossessionato gli uomini sulla nostra Terra.
Decisi che, alla prima occasione, avrei messo Sola al corrente dei miei progetti e le avrei chiesto senza altro dire di aiutarmi; e con questa ferma risoluzione, mi volsi tra le mie sete e pellicce e mi addormentai di un sonno marziano ristoratore, privo di sogni.
Traduzione a cura di Franco Giambalvo (© 2025-2026)
L’immagine di copertina è una interpretazione dell’AI Designer di Microsoft.
(Chicago, 1º settembre 1875 – Encino, 19 marzo 1950) è stato uno scrittore statunitense, autore, fra l'altro, del ciclo di romanzi incentrati sulla figura di Tarzan, il personaggio della giungla allevato dalle scimmie che ha alimentato la fantasia dei lettori e degli appassionati di cinema di più di una generazione.
