Ho già presentato I libri selezionati per il Premio Hugo 2018, anche se non li avevo letti tutti a quel momento e nella mia presentazione lo dicevo chiaramente. 

Ultimamente ho scoperto anche un altro sito che parla di Ann Leckie,  seguita dunque dal sito italiano “Players“, che si distingue rispetto alla maggioranza dei blog letterari per affrontare coraggiosamente anche questi argomenti poco seguiti dalla nostra critica: Provenance: il ritorno “lento” di Ann Leckie. Fa bene al cuore apprendere di non essere del tutto soli nel panorama un po’ provinciale della fantascienza in Italia.

Tra l’altro osservo una cosa simpatica: Players aggiunge una noterella al termine del suo articolo, “la casa editrice Orbit ha fornito a titolo gratuito una copia di Ancillary Mercy in cambio di un’onesta recensione…” A me non è mai successo: solo gli Autori sconosciuti, o alcuni piccoli Editori mi inviano i loro lavori gratuitamente. Tutti gli altri libri di cui parlo sono stati regolarmente acquistati. Da me! Non ho dunque alcun motivo per ringraziare gli Editori più importanti. Anche questo Provenance non fa eccezione, comperato presso Amazon a $ 11,61.

Ad ogni modo, ai tempi della mia prima presentazione dei romanzi in lista per il Premio Hugo 2018, non avevo letto il romanzo di Ann Leckie, Provenance e per questo mi limitavo a riportare una parte dell’articolo di Adam Roberts.

Il romanzo è ambientato nello stesso universo Radchaai della trilogia con cui Leckie ha debuttato, ma abbandona la storia di Breq per introdurre un nuovo personaggio, Ingray, giovane aristocratica del sistema Hwae, che appartiene a una famiglia importante: sua madre ha la carica di Netano e ha adottato lei e suo fratello Danach, il quale, secondo tutti, sarà l’erede designato all’importante carica dinastica della madre. Ingray assume una misteriosa organizzazione per far uscire un certo Pahlad Budrakim da un inespugnabile pianeta prigione detto “Rimozione Compassionevole.” Essere deportato in quel luogo equivale a una condanna a morte, perché in teoria è impossibile uscirne. Ingray  spende la sua fortuna nel progetto, le viene consegnato uno che forse è Budrakim, ma è ormai molto impoverita. La sua educazione d’alto bordo non l’ha preparata a questa situazione e a questo punto sarà seriamente minacciata dai giochi di potere familiari e dalle ben più pericolose trattative galattiche che si tengono tra specie aliene potenzialmente feroci.

Dopo aver letto il romanzo l’ho trovato molto diverso da come lo descriveva Adam: secondo lui si trattava di a good old-fashioned space adventure (bella avventura spaziale vecchio stile). Trovo la recensione di Adam Roberts non totalmente onesta verso i lettori, per almeno un paio di ottime ragioni.

Capo uno. Si tratta di una storia che cattura l’interesse fin dall’inizio: i personaggi si muovono su una scena permeata da sottile umorismo. Caratteristica che non è affatto comune ai romanzi spaziali vecchio stile. Non dico che non ce ne siano, ma qui siamo di fronte a qualcosa di speciale.

Si tratta di un’atmosfera molto particolare: nella famosa trilogia Ancillary di Ann, trovavamo spunti molto suggestivi, ma il clima è decisamente tenebroso. Invece in Provenance notiamo una sofisticata attenzione ai personaggi, addirittura dell’umorismo, il che è ben lontano dalle vecchie e semplici avventure spaziali.

Tu che dici Ann?

Penso che sia proprio così, che la trilogia Ancillary fosse più “seriosa” (in mancanza di termini migliori). So bene che scriverla ha richiesto molta intensità, per cui avevo proprio voglia di fare qualcosa di più leggero nel mio successivo progetto. Ad ogni modo volevo fosse qualcosa di interessante anche per me e volevo trattarlo in maniera seria dando il mio meglio nella scrittura… Ma sì, credo di poter dire che scrivere Provenance sia stata un’esperienza nuova rispetto ai libri di Ancillary.

Ingray è un personaggio del tutto diverso da Breq. Si potrebbe dire che in un certo senso è il suo esatto opposto: lei si incasina terribilmente fin dall’inizio, non sa controllare le sue cose, non è capace di fare bene ciò che dovrebbe far bene. Se Breq è un personaggio ultra competente, Ingray soffre decisamente del complesso di inferiorità, ha spesso paura ed è propensa alle lacrime. Eppure non è un fallimento come crede di essere. Anche io mi sento così ogni tanto, molti di noi sanno di non essere quegli eroi super competenti della fantascienza. Abbiamo paura di non essere all’altezza, facciamo di tutto per non scoppiare in lacrime quando le cose vanno male e quindi credo che sia una bella cosa quando la star di un romanzo si rivela un personaggio come questo.

Ma, te lo confermo, volevo decisamente essere più lieve che nella trilogia, questo è certo.

Capo due: nei romanzi di Ann Leckie non manca mai una attenta ricerca sul linguaggio. Nella saga del Radch, l’io narrante. Ancillary, utilizza sempre i pronomi femminili per indicare gli esseri umani e anche gli alieni. Evidentemente questa cosa è importante per l’Autrice: il personaggio non è un essere umano e non ha la capacità di distinguere tra maschi e femmine.

In questo nuovo libro il passaggio è ancora più drastico: recentemente la lingua inglese ha sviluppato ufficialmente un paradigma di pronomi nuovi per indicare chi non è uomo, non è donna, non è cosa. O per lo meno, qualcosa da usarsi se non mi va di identificare qualcuno con le sue caratteristiche sessuali.

Ann utilizza questo sistema in tutto il libro. Una ricerca così particolare non appartiene per niente ai “vecchi buoni libri di avventure spaziali.” Ce lo spieghi Ann?

Quando usavo “she” (ella, lei) nella trilogia Ancillary, l’ho fatto per una specie di esperimento. Man mano che scrivevo mi divertiva sempre di più. Intanto, leggevo e sentivo persone che parlavano delle loro esperienze di “genere,” e ho imparato parecchio. Ho appreso per esempio che ciò che presupponevo sul “genere” non era niente di più: una mia supposizione e non necessariamente una verità incontrovertibile. Se nei libri di Ancillary la mia scelta del pronome è stata divertente, volevo tuttavia proporre qualcosa di più decisivo su quel che avevo imparato e ammettere finalmente che non era affatto detto che culture distanti migliaia di anni nel futuro dovessero pensare al “genere” alla stessa maniera degli gli americani del 21° secolo: di certo non si poteva pensare che per popoli come quelli immaginati qui dovesse esistere uno, o al massimo un doppio genere universale. Però non volevo nemmeno che il libro si concentrasse solo sull’argomento. Mi ha divertito costruire un universo in cui la questione sessuale fosse gestita in modo del tutto diverso.

Conosco persone che anche oggi utilizzano questi pronomi neo-inglesi e/em/eir e so per esperienza che fa piacere essere citati, sia pure superficialmente, in un romanzo. Per cui ho immaginato che la cultura principale di Provenance ammettesse tre generi e che li potevo usare per tutto il libro, perché già mi erano familiari. E perché la gente che li utilizza oggi sarebbe stata contenta di ritrovarsi tra quelle pagine.

Incontrare nelle frasi un neo-pronome può essere molto disorientante per un lettore di lingua inglese. Lo è stato per me la prima volta e, quando poi ne ho trovato un altro, ci ho impiegato abbastanza a familiarizzare con quelle particelle. Lo capisco benissimo. E capisco anche quelli che leggendo Provenance hanno pensato che “e” fosse un refuso al posto di “he” (egli). Proprio per quella mia esperienza personale so che non ci si abitua subito ai nuovi pronomi. E tuttavia non giustifico troppo quelli che hanno deciso di protestare dicendo che questi pronomi non sono accettabili, perché alla gente non piacciono: credo che se dovessi non usarli perché la gente non è abituata a sentirli, allora i lettori non arriverebbero mai a conoscerli! E soprattutto non accetto quelli che non solo mi hanno scritto dicendo che Provenance era “piena di errori di stampa,” ma poi hanno anche contattato Amazon, chiedendo che gli venisse rimandato il libro quando fossero stati “corretti” tutti gli errori

Ma questo è impagabile!

Comunque, cara Ann, ti dico volentieri che la storia non è mai noiosa: le primissime pagine, anche se ambientate negli stretti spazi di un’astronave, sono decisamente divertenti. Il dialogo è vivace,  spesso inaspettato, stupefacente  e l’eroina, Ingray, suscita la simpatia del lettore ad ogni pagina.

Le descrizioni di alieni e bio-mec che popolano gli ambienti sono appena accennate, sicché il lettore è del tutto autorizzato a immaginare ciò che meglio si adatti alla propria sensibilità. Ambienti semplici, ma al tempo stesso ricchi. Un pianeta di cristalli, una polizia meccanica: impossibile interrompere la lettura. Debbo confessare che dopo la saga di Ancillary non mi sarei mai aspettato un seguito tanto interessante.

Ma scusa, Ann, non credi che sarà una difficile sfida per i traduttori? I quali dovranno trovare il modo di rispettare l’uso estremamente alieno dei pronomi neutri!

Oh, ho sentito tantissimi traduttori! Ci siamo divertiti un sacco. Quasi tutti i traduttori che mi hanno contattata con delle domande intendevano rispettare a tutti i costi ciò che io avevo fatto in inglese, ma si sa, che lingue diverse, diversi i problemi e ci sono cose che semplicemente non si possono fare. E devo dirti la verità, io non ci ho pensato, ma è una delle cose più interessanti che possano capitare a una scrittrice con un vasto pubblico di lettori. In genere ho apprezzato molto queste conversazioni sulle lingue e su cosa io volessi rappresentare nella mia lingua e in che modo si poteva ottenere un risultato analogo in una lingua diversa. Ti confesso che mi sono trovata davanti ad almeno un traduttore che ha rifiutato di gestire i pronomi nel primo libro della trilogia Ancillary, ma la maggior parte dei ragazzi con cui ho trattato si sono dimostrati straordinariamente brillanti e impegnati. Hanno avuto delle trovate veramente belle, a cui non avrei mai potuto pensare, che forse non erano proprio nelle mie intenzioni iniziali, ma che nelle loro lingue erano significative.

Sospetto che molto probabilmente Provenance sarà più difficile da tradurre rispetto ad Ancillary! Perché se negli anni passati il traduttore doveva solo fare tutto al femminile, con Provenance è tutto diverso. Sono curiosissima di vedere che cosa si inventeranno i traduttori e so che avremo delle conversazioni divertenti.

Ann, devo confessarti una mia sensazione che non vorrei tu giudicassi troppo sballata: in molte parti del libro mi pare di sentire l’eco dello stile di un autore che ho amato moltissimo: Jack Vance! La stessa ironia, o per lo meno lo stesso sottofondo divertito…

Ah, io amo Vance! Le descrizioni delle sue visioni sono favolose, l’immaginazione di come vivessero le sue popolazioni è straordinaria e, certo, parlando di ironia questa è in tutta la sua opera. Amo il contrasto tra le sue frasi barocche, formali, a volte rigide e quel che invece vogliono esprimere i suoi personaggi. Adoro come scrive. In molti sensi lui è (è vero!) un po’ vecchia maniera, e però come scrive!

Di Vance tu hai mediato un po’, anche la costruzione dei nomi bizzarri. Personalmente trovo difficile immaginare come pronunciare il nome di un personaggio centrale nella storia: il capitano Uisine! Come si legge…?

Ah, be’ Tic Uisine… Devi pensare alla parola “cuisine” come si dice in inglese: credo che la pronuncia sia mediata dal francese. Però Tic deve il suo nome a una circostanza davvero bizzarra: parecchi anni fa ero con mio figlio piccolo, allora teenager, a una convention. Sulla strada tra l’albergo e il centro convention c’era un cartello che pubblicizzava “Authentic Japanese Cuisine.” Ma qualche lettera era caduta e si leggeva qualcosa come “AUTHE TIC UISINE.” Dopo esser passati lì un po’ di volte, mio figlio mi dice “Mamma dovresti scrivere qualcosa con un personaggio chiamato Authe Tic Uisine.”

Bello Ann! Divertente e spiritoso, come sei tu e il tuo libro. Ad agosto, per i premi Hugo, io farò il tifo per te. Sappilo!

Grazie!

2018 © Ann Leckie & Franco Giambalvo