Piero Prosperi, classe 1945, ha scritto moltissimo di fantascienza, ma non solo. Eppure il suo mestiere è quello di architetto, che svolge ad Arezzo, sua città natale. A 15 anni pubblicava il suo primo racconto su Oltre il Cielo delle Edizioni “esse” di Roma, arrivando a scrivere e pubblicare ben oltre 140 racconti tradotti in ogni parte del mondo. Quasi sempre si tratta di fantascienza, anche se abbiamo (tra le altre cose) un curioso saggio sulle morti misteriose dei presidenti americani, La serie maledetta (Armenia, 1980). Prosperi per molti anni ha anche svolto una intensa attività di soggettista e sceneggiatore di fumetti, realizzando centinaia di storie, prevalentemente di fantascienza e fantasy, ma anche gialli, horror e western, per i maggiori editori italiani. Da segnalare sceneggiature per Topolino, Martin Mystère, Zona X, Diabolik, Gordon Link, Ronny Ross, Tiramolla, L’Uomo mascherato.

In questo racconto, Piero (su mia richiesta) ha gentilmente accettato di descrivere come gli è nata l’idea, sullo stile di quel che faceva Isaac Asimov presentando le sue storie.

Da anni avevo in mente una scena cui non sapevo dare un seguito, un po’ come Hitchcock per L’uomo che sapeva troppo: un uomo, un pendolare che aspetta un treno (o meglio, un veicolo fantascientifico appeso a un binario aereo) e poi quando arriva lo lascia ripartire senza salire; d’improvviso si ribella al suo tran tran quotidiano e decide di buttarsi nell’ignoto, prendendo il primo treno che passa in direzione opposta. Da questa immagine è nato Un caso di adulterio.

(Il Corriere di Arezzo, febbraio 1995)

 

Venerdì mattina, in piedi sulla piattaforma soprelevata sferzata da un vento gelido, Donald Lennox aspettava il treno a induzione magnetica che doveva riportarlo verso Memphis al termine di una settimana di lavoro.

Si sentiva stanchissimo, e in più vagamente nauseato. Considerò per l’ennesima volta la prospettiva del fine settimana che lo aspettava. E poi del lunedì successivo. E poi…

Qualcosa scattò dentro dì lui. Fu questione di un attimo, e si sentì un uomo diverso.

In una frazione di secondo, aveva preso la decisione di cambiare i suoi prossimi vent’anni.

Il treno arrivò con un sibilo leggero. Vomitò gente frettolosa, ne inghiottì quasi altrettanta.

Donald Lennox non si mosse. Le braccia abbandonate lungo il corpo, guardò gli ultimi pendolari salire, le porte pneumatiche richiudersi con uno sbuffo, il lungo cilindro cromato ripartire senza una scossa.

Restò immobile sulla piattaforma deserta, ascoltando il flusso dei suoi pensieri. Pian piano, altri viaggiatori salirono sulla piattaforma. Un altro treno arrivò in direzione opposta. D’impulso vi salì, dando appena un’occhiata al pannello luminoso che sulle fiancate indicava la destinazione: Grand Rapids.

A Grand Rapids, scese e girò senza meta per il centro. Si infilò in un bar a caso, cominciò a bere. Bevve molto, e d’un tratto, come apparsa dal nulla, si trovò accanto una ragazza. Una bella ragazza dall’aria dolce. Si accorse che stavano parlando assieme.

Si chiamava Eve. Glielo aveva detto lei. L’alcol lo aiutò a dare la stura alle sue amarezze.

“Sembri uno che sta scappando” disse lei. “Posso sapere da cosa?”

 “È molto semplice” rispose. “Vedi, oggi è venerdì. Bene, lunedì mattina sono partito da Memphis dove ho passato il week-end in famiglia. Moglie e due bambini. Lunedì e martedì li ho passati a Indianapolis. Moglie e tre marmocchi, uno a letto con il morbillo. Giovedì e venerdì a Detroit…”

“Donald” lo interruppe Eve (nessuna delle sue mogli lo chiamava mai Donald, solo Don) “ma quante mogli hai in tutto?”

“Tre. E sette bambini. Anzi otto tra poco. Laure, la moglie di Detroit, è incinta.”

 Lei gli prese la mano, sorridente. “Poveraccio, sarebbe troppo per chiunque. Adesso capisco perché scappi.”

Lui strinse la sua mano. Era fresca e minuta. “Sì, dovevo tomare a Memphis come tutti i venerdì. Ma non ce l’ho fatta, sento che non ce la farò più.”

Lei annuì comprensiva. Rimasero per un po’ in silenzio senza parlare. Più tardi si alzarono, presero una camera d’albergo con la carta di credito di Donald. Lei si lasciò spogliare dolcemente, e lui benché stanchissimo riuscì a non sfigurare.

Sabato mattina, dormirono fino a tardi. Poi fecero un’abbondante colazione e se ne andarono in barca sul lago Michigan come due fidanzati. Donald si sentiva un altro uomo. Quella sera finirono in un altro motel.

“È la prima volta da non so più quanti anni che mi sento felice”, disse lui. “Sarebbe splendido poter passare tutta la vita insieme, io e te. Senti, perché non ce andiamo da qualche parte, lontano? Voglio ricominciare da capo… Non voglio più rimettere piede in nessuna di quelle tre case!”

“Ne parliamo domani,” sorrise lei. “Adesso abbiamo qualcos’altro da fare, non credi?”

La mattina dopo, lasciarono il motel assieme. Donald guardò attonito le due donne-poliziotto che lo aspettavano sulla porta con aria severa. Nel momento in cui le manette scattavano ai suoi polsi si voltò a guardare Eve. Lei abbassò gli occhi, e in un lampo lui capì.

“Tu!” il labbro inferiore gli tremava per l’ira. “Come hai potuto tradirmi, Eve?”

Lei rialzò lo sguardo. “Non mi chiamo Eve. Sono Cecilia, agente effettivo del Ministero del Benessere. Perdonami se ti ho ingannato, Donald… Stavo solo facendo il mio dovere. Quando mi hai fatto quelle proposte, non potevo fare altro che denunciarti. E stamani, mentre dormivi, ho avvertito la polizia con la mia trasmittente.”

Si lasciò portare via senza fare resistenza, annichilito. Sentì dietro le spalle la voce di Eve-Cecilia: “Mi dispiace. Donald! Oltretutto eri piuttosto bravo, sai?”

Un tribunale di sole donne giudicò Donald Leimox per direttissima quindici giorni dopo. L’accusa era di triplice abbandono del tetto coniugale.

Il Pubblico Ministero, una bionda sui quaranta ben tenuta, fu durissimo nella sua requisitoria. “Quest’uomo ha commesso una delle colpe più gravi che si possano immaginare nella nostra società: ha preteso di appartenere a una sola donna, per sempre! Sapete bene che da decenni le nascite dei maschi si sono ridotte paurosamente rispetto a quelle delle donne, per motivi ancora non del tutto chiariti, e che oggi nel mondo ci sono almeno dieci donne per ogni uomo… E che non potendo legalizzare la poligamia, il nostro Governo ha saggiamente deciso di legalizzare l’adulterio, anzi di renderlo obbligatorio… cosicché ogni maschio valido è tenuto ad avere, nella stessa città o in città diverse, due, tre, o quattro famiglie, in modo da accontentare più donne contemporaneamente e dare loro il giusto ruolo di mogli e di madri, anche se per pochi giorni al mese… Ma a Donald Lennox tutto questo non andava bene! Lui, egoisticamente, voleva riservarsi tutto per una donna, con idee romantiche e antiquate, da XX secolo… E badate bene, signore mie, che con il suo lavoro di rappresentante di commercio poteva agevolmente spostarsi e frequentare con regolarità le sue famiglie; cosa gli mancava? Il suo è solo un caso di lampante egoismo!”

Il dibattimento fu velocissimo. L’avvocato d’ufficio, una brunetta un po’ soprappeso, si rimise alla clemenza della corte. La sentenza fu pronunciata in mattinata: cinque anni di campo di lavoro. Donald Lennox sbiancò in volto. Non aveva mai visto un campo di lavoro, ma ne aveva sentito parlare a sufficienza; uno di quei luoghi in cui i maschi condannati erano costretti a fungere da stalloni per schiere di donne “sfortunate” che non erano riuscite a farsi una famiglia perché troppo vecchie o troppo brutte, o affette da vistosi difetti fisici. Quel poco che ne aveva sentito gli bastava. Si gettò in ginocchio incurante del suo amor proprio. “No!” gridò. “Farò tutto quello che volete… Sono disposto a tornare con le mie tre mogli… tutto, ma non quello!”

Due donne-poliziotto lo rialzarono bruscamente. “Portatelo via,” disse il giudice, una rossa di quarantacinque anni truccatissima, nel ritoccarsi il rossetto. “La sentenza è definitiva.”