La Principessa di Marte: Un prigioniero con potere, è la dodicesima puntata del famoso ciclo John Carter di Marte scritto da Edgar Rice Burroughs. Di suo abbiamo già pubblicato l’altro capolavoro, Tarzan delle scimmie.
Poco per volta potrete leggere l’intero romanzo ritradotto apposta per questa occasione.
Tutte le puntate sono facilmente rintracciabili cercando “John Carter,” ma ecco un elenco aggiornato dei capitoli fin qui pubblicati:
Capitolo XII
Entrai e salutai; Lorquas Ptomel mi fece cenno di avanzare e, fissandomi con i suoi enormi, orribili occhi, mi rivolse queste parole:
«Sei stato con noi solo da pochi giorni, eppure in questo tempo grazie al tuo valore ti sei guadagnato una posizione elevata. Comunque sia, tu non sei uno di noi; non ci devi alcuna fedeltà.
«La tua condizione è singolare» proseguì. «Sei un prigioniero e tuttavia impartisci ordini che devono essere obbediti; sei un alieno e tuttavia sei un capo dei Thark; sei un nano e tuttavia puoi uccidere un possente guerriero con un solo colpo del tuo pugno. E ora mi si riferisce che tu abbia tramato di fuggire con un’altra prigioniera di un’altra razza; una prigioniera che, per sua stessa ammissione, pensa di sapere che tu sia arrivato dalla Valle di Dor. Ognuna di queste accuse, se provata, sarebbe sufficiente per la tua esecuzione; ma noi siamo un popolo giusto e allora avrai un processo al nostro ritorno a Thark, se Tal Hajus così ordinerà.
«Ma» continuò con quei suoi toni gutturali e feroci «se scappi con la ragazza rossa sarò io a dover rendere conto a Tal Hajus; sarò io a dover affrontare Tars Tarkas, e a dover dimostrare il mio diritto al comando, oppure il metallo ricavato dal mio cadavere finirà a un uomo migliore, perché tale è la consuetudine dei Thark.
«Io non ho contese con Tars Tarkas; insieme governiamo supremi sulla più grande delle comunità minori tra gli uomini verdi; non desideriamo combattere tra noi; e così, se tu fossi morto, John Carter, ne sarei ben lieto. Tuttavia, solo in due circostanze puoi essere ucciso da noi senza attendere ordini da Tal Hajus: in combattimento personale, per legittima difesa, se tu attaccassi uno di noi; oppure se tu fossi colto in un tentativo di fuga.
«Per giustizia devo avvertirti che attendiamo soltanto una di queste due scuse per liberarci di una responsabilità tanto gravosa. La consegna della ragazza rossa incolume a Tal Hajus è della massima importanza. Da mille anni i Thark non facevano una cattura simile; ella è la nipote del più grande tra i jeddak rossi, che è anche il nostro più acerrimo nemico. Ho parlato. La ragazza rossa ci ha detto che siamo privi dei sentimenti più miti dell’umanità, ma noi siamo una razza giusta e veritiera. Puoi andare.»
Voltandomi, lasciai la sala dell’udienza. Così questo era l’inizio della persecuzione di Sarkoja! Sapevo che nessun’altra poteva essere responsabile di quel rapporto giunto tanto rapidamente alle orecchie di Lorquas Ptomel, e ora mi tornavano in mente quelle parti della nostra conversazione che avevano toccato l’argomento della fuga e delle mie origini.
Purtroppo, Sarkoja era la più anziana e la più fidata femmina di Tars Tarkas. In quanto tale, era una forza potentissima dietro il trono, poiché nessun guerriero godeva della fiducia di Lorquas Ptomel quanto Tars Tarkas, il suo più abile luogotenente.
Eppure, invece di scacciare dalla mia mente il pensiero di una fuga, la mia udienza con Lorquas Ptomel non fece altro che concentrare tutte le mie facoltà proprio su tale argomento. Ora, più che mai, l’assoluta necessità di fuggire — per quanto riguardava Dejah Thoris — si imponeva con forza dentro di me, essendo io convinto che una orribile sorte l’attendesse al quartier generale di Tal Hajus.
Secondo ciò che aveva detto Sola, quell’individuo era la personificazione esasperata di tutta la crudeltà, ferocia e brutalità da cui discendeva. Freddo, astuto, calcolatore; perfino in netto contrasto con la maggior parte dei suoi simili, schiavo di quella brutale passione che il declinante bisogno di procreazione sul loro pianeta morente aveva quasi del tutto assopito nel petto marziano.
Il pensiero che la divina Dejah Thoris potesse cadere nelle grinfie di un atavismo così abissale mi fece ghiacciare il sudore sulla fronte. Molto meglio conservare qualche proiettile amico per noi stessi se non ci fosse stata più speranza, come fecero quelle coraggiose donne della frontiera nella mia terra perduta, che si tolsero la vita piuttosto che cadere nelle mani dei guerrieri indiani.
Mentre vagavo per la piazza, perduto in foschi presagi, Tars Tarkas mi si avvicinò uscendo dalla sala dell’udienza. Il suo atteggiamento nei miei confronti non era cambiato, e mi salutò come se non ci fossimo appena lasciati pochi istanti prima.
«Dove sono i tuoi alloggi, John Carter?» chiese.
«Non li ho ancora scelti» risposi. «Mi è parso opportuno alloggiare o da solo o tra gli altri guerrieri e stavo aspettando l’occasione di chiederti un consiglio. Come sai» soggiunsi sorridendo «non conosco ancora le usanze dei Thark.»
«Vieni con me» ordinò, e insieme ci incamminammo attraverso la piazza verso un edificio che fui lieto di vedere confinava con quello occupato da Sola e dalle sue ancelle.
«I miei alloggi sono al primo piano di questo edificio» disse, «e anche il secondo piano è completamente occupato da guerrieri, ma il terzo e i piani superiori sono vuoti; puoi scegliere quelli che preferisci.
«Ho saputo» proseguì «che hai ceduto la tua donna alla prigioniera rossa. Ebbene, come hai detto, le tue usanze non sono le nostre, ma sai combattere abbastanza bene da fare più o meno ciò che ti pare e, quindi, se desideri dare la tua donna a una preda di guerra, è affar tuo; ma, in quanto capo, dovresti avere chi ti serve e, secondo le nostre consuetudini, puoi scegliere una o tutte le femmine facenti parte del corteggio dei capi di cui ora porti il metallo.»
Lo ringraziai, ma lo assicurai che potevo cavarmela benissimo da solo, tranne che per ciò che riguardava la preparazione del cibo; così egli promise di mandarmi delle donne a questo scopo, che avrebbero anche curato le mie armi e fabbricate le mie munizioni, cosa che disse essere del tutto indispensabile. Suggerii che potessero anche portarmi alcune delle sete e delle pellicce per dormire che mi spettavano come bottino di combattimento, perché le notti erano fredde e io non ne avevo di mie.
Mi promise che avrebbe provveduto e si allontanò. Rimasto solo, salii il corridoio a spirale fino ai piani superiori, in cerca di alloggi adatti. Le bellezze degli altri edifici si ripetevano in questo, e, come al solito, ben presto mi persi in un giro di esplorazione e scoperta.
Scelsi infine una stanza che dava sul fronte, al terzo piano, perché ciò mi avvicinava a Dejah Thoris, il cui appartamento si trovava al secondo piano dell’edificio adiacente; e mi balenò l’idea che avrei potuto escogitare un mezzo di comunicazione grazie al quale ella potesse contattarmi, nel caso avesse avuto bisogno dei miei servigi o della mia protezione.
Accanto alla mia camera da letto c’erano bagni, spogliatoi e altri ambienti per dormire e vivere, in tutto una decina di stanze su quel piano. Le finestre delle stanze sul retro davano su un enorme cortile che costituiva il centro del quadrato formato dagli edifici affacciati sulle quattro strade contigue, e che ora era riservato all’alloggiamento dei vari animali appartenenti ai guerrieri che occupavano gli edifici circostanti.
Sebbene il cortile fosse completamente ricoperto dalla vegetazione giallastra, simile a muschio, che riveste praticamente tutta la superficie di Marte, numerose fontane, statue, panchine e costruzioni simili a pergolati testimoniavano la bellezza che quel luogo doveva presentare in tempi passati, quand’era abbellito dai biondi e ridenti abitanti che inflessibili e immutabili leggi cosmiche avevano cacciato non solo dalle loro case, ma da tutto ciò che non fossero le vaghe leggende dei loro discendenti.
Si poteva facilmente immaginare lo sfarzo del fogliame, la vegetazione marziana lussureggiante che un tempo riempiva di vita e colore questa scena; le figure aggraziate delle splendide donne, gli uomini fieri e aitanti; i bambini che giocavano felici — tutta luce del sole, felicità e pace. Era difficile rendersi conto che se n’erano andati; giù attraverso secoli di oscurità, crudeltà e ignoranza, finché i loro istinti ereditari di cultura e umanitarismo non erano tornati a emergere, dominanti, nella razza composita che ora governa Marte.
I miei pensieri furono interrotti dall’arrivo di diverse giovani femmine che portavano carichi d’armi, sete, pellicce, gioielli, utensili da cucina, e otri di cibo e bevande, compreso un notevole bottino proveniente dall’aeronave. Tutto ciò, a quanto pareva, era appartenuto ai due capi che avevo ucciso e ora, secondo le usanze dei Thark, era diventato mio. Su mia indicazione deposero il materiale in una delle stanze sul retro e poi se ne andarono, per tornare poco dopo con un secondo carico, che mi dissero costituire il resto dei miei beni. In questo secondo viaggio erano accompagnate da dieci o quindici donne diverse e da giovani, che, a quanto pareva, formavano i corteggi dei due capi.
Non erano le loro famiglie, né le loro mogli, né le loro serve; il rapporto era peculiare, e talmente diverso da qualsiasi cosa a noi nota che è assai difficile da descrivere. Tutte le proprietà tra i Marziani Verdi appartengono alla comunità, eccetto le armi personali, gli ornamenti e le sete e pellicce da letto dei singoli. Solo su questi un individuo può rivendicare un diritto indiscusso, né può accumularne più di quanti gliene occorrano per i suoi reali bisogni. L’eccedenza la detiene soltanto come custode, e viene trasferita ai membri più giovani della comunità secondo le necessità.
Le donne e i bambini appartenenti al corteggio di un uomo possono essere paragonati a un’unità militare della quale egli è responsabile in vari modi, come per l’istruzione, la disciplina, il sostentamento, e per tutte le esigenze delle loro continue migrazioni e dell’incessante lotta con altre comunità e con i Marziani Rossi. Le sue donne non sono in alcun modo mogli. I Marziani Verdi non possiedono alcuna parola che corrisponda a questo concetto terrestre. L’accoppiamento è una questione esclusivamente di interesse comunitario, ed è regolato senza alcun riferimento alla selezione naturale. Il consiglio dei capi di ogni comunità controlla la questione con la stessa fermezza con cui il proprietario di una scuderia di purosangue del Kentucky dirige l’allevamento scientifico del suo bestiame per il miglioramento dell’intera mandria.
In teoria tutto ciò può sembrare valido, come accade spesso con le teorie, ma i risultati di secoli di questa pratica innaturale, unita al primato assegnato all’interesse della comunità rispetto a quello della madre, si vedono nelle creature fredde e crudeli, e nella loro esistenza cupa, priva d’amore e di gioia.
È vero che i Marziani Verdi sono assolutamente virtuosi, uomini e donne, a eccezione di degenerati come Tal Hajus; ma sarebbe assai meglio un più fine equilibrio delle caratteristiche umane, anche a costo di qualche lieve e occasionale perdita di castità.
Constatato che dovevo assumere la responsabilità di quelle creature, volente o nolente, feci del mio meglio e ordinai loro di trovare alloggio ai piani superiori, lasciando il terzo piano a me in esclusiva. A una delle ragazze affidai i compiti della mia cucina, e alle altre assegnai le varie occupazioni che in precedenza avevano costituito le loro mansioni. In seguito, le vidi di rado, né me ne curai più.
Traduzione a cura di Franco Giambalvo (© 2025-2026)
L’immagine di copertina è una interpretazione dell’AI Designer di Microsoft.
(Chicago, 1º settembre 1875 – Encino, 19 marzo 1950) è stato uno scrittore statunitense, autore, fra l'altro, del ciclo di romanzi incentrati sulla figura di Tarzan, il personaggio della giungla allevato dalle scimmie che ha alimentato la fantasia dei lettori e degli appassionati di cinema di più di una generazione.
