Quando Franci Conforti mi ha rivelato che il suo libro Eden (il suo migliore a mio parere), era nato così lungo da dover essere diviso in più parti per cominciare a pubblicarlo, non ho potuto nascondere il mio stupore e, da quello, ecco nascere questa chiacchierata…

 

EdenIo e Franco avevamo un accordo. Gli avevo promesso una chiacchierata su un libro di suo interesse: Eden. Pur essendo un libro autoconclusivo, nella mia testa è sempre stato qualcosa di più complesso. Così, in attesa di dare alla luce il seguito (Eresia), ne parlo qui, su Nuove Vie. È un libro a cui tengo molto, lo ammetto. È stato finalista al Premio Urania 2018 e vincitore del Premio Odissea 2020.

Il romanzo nasce da un preciso what if. Come si sarebbe sviluppata la civiltà umana nel paradiso terrestre? Per farlo non mi bastava un fazzoletto di terra tra il Tigri e l’Eufrate. Mi serviva un intero pianeta. Immaginatevi di essere su un pianeta più grande, più luminoso, più vigoroso, più vertiginoso, più profondo della nostra Terra. Perfino i colori hanno un’intensità maggiore. Possono essere così violenti da levarti il fiato o tanto soffusi da struggerti di tenerezza. Poi c’è l’orizzonte. In un pianeta gigante l’orizzonte è lassù, più alto rispetto al nostro. Fa un effetto strano, ti fa sentire piccolo, affossato nel terreno.

Dio vive qui con le sue creature. Le piante producono cibo in abbondanza, le malattie non esistono. Dio cura ogni ferita, risana ogni male. Così si potrebbe pensare che Jahàr sia un luogo di gioia e di pace. Un luogo dove gli uomini godono della libertà delle proprie scelte. Ma non è così perché è abitato da donne e uomini proprio identici a noi. Ingiustizie, manipolazioni, sete di potere. Insomma: benvenuti a Jahàreden.

Questo per dare un’idea dell’ambientazione, poi c’è la storia.

Prende il via nella capitale del continente più civilizzato del pianeta dove vive un prete. Il tipo (si chiama Rur) è di una etnia diversa dalla popolazione dominante. Manca delle malizie e delle raffinatezze dei suoi concittadini. In parole povere è un barbaro tutto muscoli e poco cervello. Ha però il privilegio di comunicare con Dio, cosa che tiene segreta, per non suscitare invidie. Un importante esponente politico scopre questo suo privilegio e lo ricatta. Rur è costretto a operare contro la sua stessa Chiesa. È durante questa missione Rur fa una scoperta terrificante: esiste la morte. Cioè esistono creature che esistono al di fuori della percezione di quel dio che credeva onnipotente, onnisciente e onnicomprensivo. Questo significa che dio non è più Dio. Ha un limite e, forse, un antagonista. E, cosa ancora più terrificante, Rur deve decidere cosa fare di una bimba mortale su cui tutti vogliono mettere le mani.

Consegnarla all’Inquisizione della sua Chiesa che la considera un abominio o al potere politico che vuole usarla? Nasconderla e provare a restituirle l’eternità? Con una serie di tentativi disperati il prete cerca di salvarla e recuperare la propria fede attraverso confronti e prove nelle terre barbare e feroci dell’Invanor, nel nord del pianeta, quelle a cui Rur era sfuggito. La vicenda trova la sua conclusione nello scontro tra la natura umana e il paradosso del divino.

Fanno da base al romanzo alcuni temi principali. L’onnipotenza e l’onniscienza di dio in relazione alla sua libertà. Il significato della morte e il rapporto tra verità e realtà insite nella natura umana. Detto così può sembrare molto filosofico e pretenzioso, ma non lo è. La storia può essere goduta attraverso le vicende e le avventure senza che i temi e le riflessioni sopra descritti diventino protagonisti della scena.

Non dico di più. Questo è tutto quello che credo sia utile sapere per decidere se Eden e la storia di Rur possano essere di vostro interesse.

Parallela a questa storia, però, ne corre un’altra, quella di Jod. È una storia che ho scritto, ma non ho ancora pubblicato. Jod vive al nord, nell’Invanor, in uno dei posti più fetenti del pianeta ed è una specie di pop star. Voce solita di una band di disgraziati, alterna droghe a vizi di altro tipo. A un certo punto della sua carriera però, Jod viene scelto da Dio e questo gli rovina decisamente la vita. Jod va fuori di testa e lo sfida apertamente cercando di sottrarsi al suo potere. Scopre così delle antiche leggende che narrano della morte e di come, proprio attraverso la morte (cioè grazie a una vita simile a quella umana dopo la cacciata dall’Eden) sia possibile sfuggire al potere di Dio. Nemmeno a dirlo, un conto è la teoria e tutt’altro è la pratica. Come dice il proverbio, di mezzo c’è il mare. Così Jod, per riuscire nel suo intento, si caccia in situazioni sempre più pericolose compiendo una sorta di percorso mistico al contrario.

E qui, per la seconda volta, mi fermo.

I due testi, è facile intuirlo, sono speculari e complementari: Rur, il prete, e Jod, l’eretico. La volontà di ritrovare Dio e quella di perderlo per sempre. In comune però hanno una difficoltà: dio, oppure Dio.

Mettere in scena un romanzo in cui uno dei protagonisti è Dio è sempre un azzardo. È difficile raccontarlo senza ridurlo a uno stereotipo o trasformarlo, suo malgrado, in una caricatura. Ma c’è anche un’altra difficoltà, che non riguarda chi scrive bensì chi legge. È un tema che tocca corde profondamente personali. I non credenti possono guardare il libro con sospetto; i credenti, invece, si trovano davanti a un personaggio letterario che inevitabilmente non coincide con il Dio della loro fede ma con un’espressione del mio immaginario. Così, da entrambe le parti, nasce spesso la tentazione di leggere la storia come se fosse una presa di posizione.

Non lo è. È un romanzo di speculazione. Parte da un semplice what if e ne segue le conseguenze fino in fondo. Non ho alcuna ambizione di convincere qualcuno, né di mettere in discussione la fede o il non credere di chi legge. Mi piace prendere un’idea e vedere che traiettorie disegnerà, come reagirà con ciò che siamo e offrirla come luogo da esplorare in cui il lettore possa stupirsi delle differenze e gioire per le affinità. Le idee, quando vengono lasciate libere, hanno una grazia tutta loro. Mi piace ospitarle e guardarle danzare.

Leggere e scrivere è bellissimo.

Scrivere è bellissimo, ma è anche molto lento, solitario e faticoso. Per farlo bisogna illudersi almeno un po’. Anche per questo essere qui su Nuove Vie per me è importante. La mia illusione non è quella di vendere e nemmeno di avere dei riscontri ulteriori rispetto a quelli degli amici che mi sostengono e mi leggono. Mi basta immaginare che là fuori ci sia almeno un lettore che voglia sapere come andrà a finire. O come non andrà a finire. Perché i libri non finiscono mai davvero. Sono luoghi. E in certi luoghi possiamo sempre tornare.

 

la copertina è una interpretazione dell’articolo da parte di ChatGPT

 

 

Franci Conforti
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Nasce a Milano e nel 1987 si laurea in scienze biologiche all’Università degli Studi di Milano. Giornalista professionista dal 1995, lavora anche come copywriter e nell’organizzazione di eventi. Dal 2016 è docente accademico presso l’Accademia di belle arti Acme. Vive e lavora prevalentemente a Milano