Diario di un androide è un romanzo scritto da Tea C. Blanc, autrice bravissima nella creazione di atmosfere future e allo stesso tempo molto umane. Tale tipo di romanzo futuristico viene definito in genere Speculative Fiction, l’opposto della fantascienza di avventure, almeno nelle intenzioni. La specialità di Tea è quella di navigare antiche risorse filosofiche, molto spesso orientali come in questo caso, per farci però piombare in un futuro quasi sempre distopico.
Ora, personalmente non sono molto portato a celebrare le distopie come fonte di ispirazione fantascientifica, ma quasi tutti gli autori italiani lo fanno, lo hanno fatto, per cui non credo sia facile far loro cambiare idea.
R.: Per me, Franco, la distopia è una storia che immagina condizioni pesantemente indesiderabili già “statalizzate”. Ci sono determinate condizioni e i personaggi si devono muovere entro parametri oppressivi, precodificati dal potere di turno o dagli esiti del potere di turno. Questa è la distopia che va per la maggiore. Spesso unita alla descrizione di uno scenario postapocalittico.
Ma in questo romanzo non ci sono codici oppressivi e nemmeno uno scenario postapocalittico. Non ci sono perché non c’è più niente su cui elucubrare. Non ci sono più condizioni entro cui potersi muovere o decidere.
All’epoca in cui l’ho scritto il mio interesse non era mostrare la logica della sopravvivenza, che è uno dei cardini della distopia e da cui si muove una trama.
Ad ogni modo, in questo romanzo la Terra è stata completamente distrutta da chissà quale guerra tra le tante possibili e non contiene più alcun essere vivente: nemmeno le piante a quel che si vede. Per fortuna siamo in un futuro un po’ più in là di adesso e sulla Luna esiste una stazione piuttosto popolata da esseri umani e però anche da androidi.
Lo scambio di dialoghi un po’ espressi in prima persona dall’androide Tetris, un po’ raccontati in terza persona, ci presenta un ricco approfondimento di filosofie esistenziali derivate da due elementi principali: un tipo di lotta giapponese con tutte le sue regole ripetitive e dal libro dei mutamenti con le sue predizioni.
Come terzo elemento, si frappongono le tre leggi dei robot di Isaac Asimov, qui non raramente messe in discussione vista la non più esistenza di esseri umani.
Diciamo che l’elemento distopico serve all’autrice soprattutto per dar campo agli androidi che discuteranno sempre in maniera semplice e non noiosa, di vita, filosofia e perché no, di amore, per loro ovviamente sconosciuto e inconoscibile, almeno finché non apparirà sulla scena un nuovo tipo di macchina in forma femminile e capace di intelligenze ben oltre il pensabile.
Tutto il romanzo occupa quasi tre millenni e si sa che in tre millenni possono capitare davvero tante cose!
Tea, che tipo di impegno ti ha richiesto la stesura di questa sorta di saga Asimoviana?
R.: Tanto, troppo. Se fossi una scrittrice di successo, cioè dentro una logica di mercato, mi avrebbero stracciato il contratto.
Inoltre, è stato scritto in due tempi diversi. C’è stata una prima versione finita. Poi dimenticata, per vari motivi. L’ho poi ripresa un paio d’anni dopo, mi sembra, dovrei controllare, dalla quale è nata quest’ultima versione che poi ho presentato in concorso. Ma non è stato tanto lungo il processo di scrivere, quanto quello di metabolizzare quello che stavo scrivendo; anch’io ero curiosa di sapere come sarebbe andata a finire.
La seconda versione è diversa.
Ho avuto l’impressioni a tratti, durante la lettura, di essere spettatore del racconto L’uomo bicentenario di Asimov, in cui più che in altre storie l’automa ambisce a diventare un vero umano. Eppure, per lunga parte del tuo racconto hai tenuto in sospensione tale tendenza. Tetris non dice mai di voler essere umano.
R.: Ma no, Tetris è cosciente di non essere umano e che non lo sarà mai. Non credo lo senta come un handicap. Mi pare, invece, che il suo obiettivo sia la propria evoluzione, che non può essere una evoluzione umana. La propria e quella dei colleghi androidi.
Come mai citi così spesso le regole della lotta giapponese, le ripetizioni eseguite mille volte fino a che per nessuna ragione la millesima volta tutto funziona bene? Fa parte della tua filosofia di vita?
R.: Anche. E l’ho utilizzata perché è al di sopra di qualsiasi ideologia politica, economica, religiosa. Vale per gli umani, e vale per gli androidi.
So che il tuo libro è stato tra i selezionati per il Premio Urania 2024, ma alla fine sei andata da un piccolo o medio editore, Calibano Editore. C’è una ragione in tale scelta?
R.: Hai mai letto Bartleby lo scrivano, di Melville? Questo racconto è passato alla storia per la sua risposta ricorrente: I would prefer not to, preferirei di no.
Tra le altre tue opere c’è anche un breve romanzo per ragazzi, Castelfatum, che alcuni definiscono romanzo a metà strada tra fantascienza speculativa e la magia. Tu che ne pensi di questa tua opera?
R.: Ogni volta che penso a Castelfatum sorrido. È stata una magica avventura. La storia mi era stata commissionata da un editore con determinate caratteristiche e paletti narrativi all’inizio del 2020. Mi stava bene e avevo accettato, ma poi, forse complici le difficoltà generate dagli eventi del 2019, l’iniziativa editoriale in seguito era saltata.
Io avevo già la storia, ma a quel punto, non avendo più vincoli editoriali, l’ho scritta con altri criteri più vicini alla mia sensibilità. Ne è uscito questo romanzo “ad albero” in cui la trama è sì fantastica, ma dietro il motivo fantastico c’è una radice fantascientifica che spiega l’origine dei “poteri”.
A bambini di mia conoscenza è piaciuta molto. Un papà mi ha detto: “Non capisco. Anna non vuole mai leggere e adesso è incollata al tuo libro. Addirittura, torna indietro a rileggerlo”. Una bella soddisfazione sapere che a un bambino interessa la tua storia, perché è un interesse autentico e disinteressato.
Poi devo dire che Angela Gubert, la disegnatrice che lo ha illustrato, ha compreso e traslitterato in immagini proprio quello che avrei desiderato. Bravissima. Inoltre un plauso va anche al professionalissimo editore Ali Ribelli. Bella avventura in tutti i sensi.
E il tuo primissimo romanzo è stata un’altra Speculative Fiction, genere che evidentemente ti ispira più dei marziani e delle invasioni aliene. Vale a dire Mondotempo. Storia archeoinformatica, per le Edizioni Watson. Il punto di partenza è quasi identico a questo Diario di un androide: un catastrofico evento epocale del passato che ha azzerato ogni struttura sociale precedentemente esistente.
R.: Non me lo ricordo più. Tra l’altro mi viene in mente che i diritti sono scaduti da un pezzo. Sarebbe ora che ci mettessi mano per una nuova edizione rivista e aggiornata. Ma adesso sono presa da altro. Ho appena finito un saggio a cui tenevo e ne è pronto un altro. Rimando.
Tea non è una scrittrice esageratamente produttiva e infatti, vista da fuori, è una persona per sua natura contemplativa. Questo sembrerebbe spiegare tutto. E invece, lo vedete, non si ricorda nemmeno più del suo primo romanzo, perché in verità ha da fare ben altro. È già decisamente oltre.
Proprio per questo, internamente è un ribollire di sentimenti e sensazioni che alla fine deve prima o poi mettere per forza sulla carta.
Personalmente credo di conoscerla abbastanza bene e devo dire, meno male che esistono ancora persone come Tea C. Blanc.
“preferirei di no” che cosa????