Parte della copertina originale de “Il meglio di Jack Vance” (1977), disegnata da Giuseppe Festino

La prima volta che mi è capitato è stato durante l’estate del 1977. All’epoca avevo già scritto qualche racconto e da poco era nato Robot delle Edizioni Armenia, diretto da Vittorio Curtoni.

Mi trovavo molto bene con Vittorio. Nel giro di pochi mesi eravamo diventati amici, non nel senso più classico, ma insomma ci si rispettava e quando possibile si faceva qualcosa assieme.

Sicché a un certo momento della primavera 1977 Vittorio mi fa tradurre due pagine di prova e poi mi dice: “Ti darei questo,” e mi tende un brossurato. “Ma ce la fai per fine estate?”

Guardo il titolo: “The best of Jack Vance.”

Signore mio! Jack Vance era già a quel tempo uno dei miei autori preferiti. Non ci penso nemmeno un secondo e gli dico “Sta tranquillo: a settembre?”

“Va bene!”

Le traduzioni che facevo io erano per forza di cose lente: a quel tempo lavoravo otto ore in un Centro di Elaborazione Dati e mio figlio aveva quattro anni: il tempo libero in pratica non esisteva.

Vorrei far notare che non esisteva nemmeno Internet e a quel tempo si usava la macchina da scrivere. Per di più, quell’anno avevo previsto una vacanza in campeggio con tutta la famiglia. Le vacanze in quegli anni beati duravano almeno due settimane, se non di più e io non potevo assolutamente perdere tutto quel tempo.

Sicché carico in macchina la mia fedele Lettera 22 della Olivetti, The Best of Jack Vance in versione originale e un decente vocabolario, oltre a una bella risma di fogli bianchi. Il viaggio è stato spaventoso: fino a Livorno, poi in nave fino a Palermo, un giorno e mezzo senza che riuscissi a chiudere occhio su quelle orribili poltrone di infima classe e subito di seguito in macchina fino quasi a Messina! Esattamente a Gioiosa Marea, sotto una foresta di bassi limoni, contro cui batterò ripetutamente la testa.

È lì che nasce la mia traduzione del Meglio di Jack Vance, Robot Speciale 5, Armenia Editore, che uscirà a fine anno 1977.

Vorrei dunque raccontare qualcosa sul linguaggio di Jack Vance.

Fin da quella prima volta avevo notato una particolarità del modo di scrivere dell’amato Jack. In pratica ogni tanto lo scrittore utilizzava parole strane. Cosa intendo esattamente? Ecco, parole che non sono inglesi e quindi sono evidentemente “inventate.”

Un caso come questo lo troviamo in un articolo che ho pubblicato non da molto, in cui riporto alcune frasi tratte dal libro idi cui si parla in quel mio articolo.

Si trattava del secondo volume del ciclo di Cadwal, che non ho tradotto io. E qui lo confesso, non ho mai letto la sicuramente ottima traduzione di Gianluigi Zuddas. Ad ogni modo, analizziamo il seguente passaggio:

A volte passa durante il giorno e spesso entra in negozio per guardare i labirintidi. Lo affascinano decisamente ed è un esperto, per cui spesso mi permetto di chiedergli dei consigli.” Alvina ridacchiò. “Sono degli oggetti molto strani. Xantief riesce a toccare I labirintidi e sentirne il potere, mentre io non potrei farlo, e non potrebbe neanche lei [signorina]”

Qualcuno mi dirà come ha tradotto questa parte Gianluigi, ma il fatto è che nell’originale questa frase suona così:

Whenever he comes by during the day he drops in to look over the tanglets. He is sensitive to them and sometimes I go so far as to take his advice.” Alvina gave a short laugh. “This is a curious business. Xantief may touch the tanglets and test their strength, but I am not allowed to do so, nor are you.”

Si nota subito la parola strana: tanglets!

Ho sempre visto che se la “parola strana” non viene “notata” dai personaggi del racconto, significa che l’Autore intendeva il termine come qualcosa di più o meno normale, nell’ambito della storia.

Per esempio, se il testo fosse stato:

“… spesso entra in negozio a guardare i tanglet.”

Wayness la fissò: “ I cosa?”

La donna ridacchiò, eccetera

In questo caso io avrei lasciato tanglet come l’originale: il nome non è normale in quel momento e in quel mondo. O per lo meno a tutti suona decisamente strano!

Nella semplice traduzione, non troppo curata, che ho fatto per il suddetto articolo, ho ragionato allo stesso modo: trovare una parola italianeggiante, che potesse risultare incomprensibile al personaggio, ma non da chiedere “Che?” Capisce di cosa si sta parlando, quindi si volta a “guardare gli oggetti “sistemati in bella vista nella vetrina, fibbie verdi brillanti, o fermagli… o quel che erano…”

Si tratta sempre di un’operazione delicata.

Proviamo a scomporre il vocabolo Vanciano: tangle = groviglio, labirinto; suffisso “ts” che si usa come da noi in senso all’incirca vezzeggiativo: cuscin-etto, giovin-etto…

Quindi una parola tipo “groviglietti.” A me era venuto fuori “labirintìni,” ma poi mi è suonato quasi subito meglio “labirìntidi”! Mi piaceva di più e così alla fine è stato.

In quell’estate del ’77, sotto i limoni, a un certo momento mi appresto a tradurre Abercrombie Station, uno dei sei romanzi brevi che compongono il libro.

Il racconto è ironico come sempre, ma con un deciso tocco noir: Jean Parlier bella, ma letale adolescente, viene ingaggiata da un uomo misterioso affinché seduca e sposi un ricco erede che abita su Stazione Abercrombie e che si presume malato terminale. Per questa sua truffa, la ragazza intascherà un milione di dollari. Stazione Abercrombie orbita attorno alla terra ed è una specie di albergo per ricchi obesi i quali hanno scelto lo spazio per esser liberi dal tormento della gravità. I ricchi grassoni si divertono in un ambiente eccessivo e decadente. Nella micro socialità di Stazione Abercrombie l’obesità è considerata il massimo standard di bellezza.

Il tutto si complicherà, ma lascio ai lettori il piacere di riscoprirlo.

L’aneddoto per cui ci siamo intruppati in questa lunga digressione riguarda il fatto che a un certo punto, uno degli ambienti di Stazione Abercrombie viene definito pleasance.

La situazione, ohibò era grave. La parola “pleasance” non esisteva sul mio pur decente vocabolario del ’77. Come ho detto Internet non esisteva, Vittorio era in vacanza, non esistevano cellulari e chissà dove era in quel momento. Dovevo trovare a tutti i costi una soluzione.

Avevo tuttavia notato che, nel racconto, la “pleasance” non era un termine ignoto ai personaggi. Quelli entravano e uscivano dalla “pleasance” che non era poi nemmeno troppo descritta e quindi poteva essere qualsiasi cosa.

Ma se per i personaggi non era una parola strana, allora (terrore) doveva essere un termine inglese. Nel vocabolario non c’era e  nessuno ne sapeva nulla: trovo un signore inglese e glielo chiedo. Quello mi guarda, legge, mi riguarda: “Sì, sì: è un luogo!”

Restituisco lo sguardo: “In che senso?”

“Un posto… Come dire ‘il Vaticano’…”

Mi sono subito reso conto che se un normale signore inglese non ne sapeva nulla, la parola doveva probabilmente esistere, ma essere davvero “rara.” Almeno in quel 1977!

Ho deciso, senza farmi nessuno scrupolo: trattiamola come una parola inventata da Vance. Così, come prima descritto provo a scomporla:

pleas[e] -ance

“Ance” suffisso come in italiano -anza! Please = per favore. Boh! La prego… Così, mi sono convinto di tradurla “Preganza.” E così è andata avanti. Per quel che mi risulta nessuno si è lamentato.

Oggi, con Internet disponibile, si sa che la pleasance è un luogo di relax, un giardino coperto, un salotto guardino. Si poteva forse tradurre “Giardino” e basta, ma a me, ancora oggi, piace molto di più Preganza! Del resto bisognava trovare un termine italianio, arcaico che significasse “giardino salotto.” Chi saprebbe dirlo?

Immagine interna disegnata da Festino per “Stazione Abercrombie.”