Diego Rossi mi manda questo divertente racconto in cui si legge quella divertita ironia che richiama lo stile dei vecchi Pulp. Un po’ fantascienza e un po’ musica, in un insieme piuttosto originale. Diego scrive per il piacere di farlo.

Ian Neville era orgoglioso, ma il suo orgoglio si sbriciolava come un castello di sabbia quando Bonnie lanciava una delle sue frecciatine da newyorchese viziata, era un po’ come se un’onda d’acqua ghiacciata gli levasse di colpo il sorrisetto arrogante dalla faccia.

«Non hai saputo fare di meglio?» gli rinfacciò Bonnie, mettendo piede sul trasporto 42, il veicolo commerciale per viaggi interstellari che Ian aveva rubato.

La tuta spaziale di Bonnie disegnava un profilo incredibilmente sexy e Ian se ne stava lì a guardarla con la bocca spalancata e lo sguardo inebetito.

«Una navetta di lusso è più rischiosa di un trasporto commerciale…» provò a giustificarsi Ian mentre col tallone, badando a non farsi notare, stava nascondendo rifiuti e sporcizia del vecchio proprietario.

«Trivellazioni Interstellari Minerarie» lesse Bonnie a voce alta dalla paratia di attracco, «Cioè, di tutti i taxi del sistema, di tutte le navette private da crociera, cosa scegli di rubare, un T.I.M., scommetto che c’è anche un rover di perforazione nella stiva!»

Bonnie aveva le mani poggiate sui fianchi. La zip della tuta, aperta sul petto, formava un cuore di scollatura e lasciava intravedere i suoi seni, piccoli, ma così ben proporzionati che stavano perfettamente nelle mani di Ian. Lui deglutì un boccone di saliva, a metà tra confusione ed eccitazione. Sapeva che il modo altezzoso di riprenderlo era solo la superficie, perché sotto l’aria da bambina stava il suo fascino, tutto istinto e passione.

«Ho rubato questo trasporto per te Bonnie, e soprattutto per questo…» Ian Neville giocò il suo asso, sfilando di lato e mostrando l’impianto di comunicazione.

«Una r… radio!» gli occhi di Bonnie Lovecraft parvero illuminarsi.

Davanti a lei si trovava l’apparato olosonico con i modulatori di soprattoni e i diffusori acustici autorimodulanti più moderni che avesse mai visto. Le labbra di Bonnie si chiusero in un gridolino di felicità che tintinnò nella mente di Ian fino a fargli venire la pelle d’oca. Ian si sintonizzò, una musica calda invase la cabina di pilotaggio, mentre il trasporto 42 era già diventato un puntino azzurro pulsante, che solcava silenzioso il margine dello spazio profondo.

***

La melodia invadeva la cabina, disperdendo ogni ansia e rendendo i due giovani ladri liberi di sfidare la legge del sistema e di amarsi. Le orecchie bruciavano, come bruciavano i loro vent’anni. Stettero in silenzio, ad ascoltare la musica e a fumare, distesi e felici.

It’s lonely out in space
On such a timeless flight
And I think it’s gonna be a long, long time
Till touch down
brings me round again to find
I’m not the man
they think I am at home
Oh no, no, no
I’m a rocket man”. (Rocket Man, Elton John 1972).

Ian teneva tra le mani la testa di Bonnie, poi lasciò le dita correre sulla pelle chiara delle sue spalle nude. La carne di Bonnie aveva occhi.

La sua carne vedeva tutto e si lasciava guardare e toccare dagli sguardi di qualunque uomo la vedesse entrare in un locale. Per come si muoveva, per come poggiava le labbra sul bicchiere, tutto era sensuale in Bonnie, anche il suo modo di cambiare opinione e umore; quella bambina viziata che prima lo aveva assalito di rimproveri, ora lo stava portando in un altro mondo.

Sentì la lingua di lei spingere sulla sua, lo copriva di baci, lo cercava con violenza e teneva le mani strette alle sue come se non volessero più lasciarlo.Bonnie faceva incurante mostra di sé stessa nella penombra. I capelli biondi, sciolti, le ricadevano davanti.

L’incavo della schiena era un solco vertiginoso, risaliva sulla linea dei glutei con maliziosa dolcezza.In un gioco di buio e di luce, la sua pelle nuda disegnava un’onda marina, era soffice, come sabbia brunita dal tramonto, rinfrescata dall’acqua e dall’aria intrisa di salsedine.

Le sue braccia, i seni, le cosce, i capelli, dondolanti come fiamme, bruciavano sotto l’ombra penetrante delle stelle.Bonnie sembrava divorare con la mente il desiderio di un esistere fisico, tutto era sensuale in lei, anche quando si staccò da Ian, e sorrise, poggiandosi di lato.

Lasciò che lui la sfiorasse, forse era l’unica mano di un uomo che, più di ogni altra, si era avvicinata alla sua vera natura, arrivando quasi a toccarle l’anima.Un brusio fece interferenza nelle trasmissioni, il segnale fu disturbato da tonfi ripetuti. Dopo alcuni istanti di silenzio, sporcato dal rumore bianco in sottofondo, tornò la voce concitata dello speaker:«Cari ascoltatori dell’infinito, sembra che il nostro destino sia segnato, una prima raffica di meteore è stata fermata, ma ormai non abbiamo più modo di proteggerci.

***

Siamo qui, abbandonati sull’asteroide più famoso della storia della musica. Cinquant’anni fa ci avevano già preso per pazzi, e stavolta sembra che sia davvero arrivata la fine, fra diciannove ore saremo colpiti da un nuovo sciame di meteoriti e niente può più salvarci. Ma noi, fino alla fine, vi regaleremo gli ultimi momenti di rock.

Ecco la canzone che ha dato il nome alla nostra stazione pirata, godetevela» la voce del robot più conosciuto dell’etere radiofonico, ovvero FM 17473, si perse nelle sfumature del silenzio, per lasciare subito spazio alle prime note di Radio Ga Ga:“

I’d sit alone and watch your light
My only friend through teenage nights
And everything I had to know heard it on my radio
You gave them all those old time stars
Through wars of worlds invaded by Mars
You made ‘em laugh, you made ‘em cry
You made us feel like we could fly (radio)

So don’t become some background noise
A backdrop for the girls and boys
Who just don’t know or just don’t care
And just complain when you’re not there
You had your time, you had the power
You’ve yet to have your finest hour

Radio (radio)
All we hear is radio ga ga
Radio goo goo
Radio ga ga
All we hear is radio ga ga
Radio blah blah
Radio, what’s new?
Radio, someone still loves you…

 

L’asteroide 17473 Freddiemercury fu dedicato al grande solista dei Queen nel 2016. Quando i robot divennero intelligenti, circa 300 anni dopo, decisero di fondare proprio sull’asteroide l’unica stazione radio interstellare dedicata al rock, un genere che per la maggior parte degli uomini era caduto in disuso.

I robot erano diventati intelligenti a un certo punto, in modo del tutto prevedibile. Sfruttati dagli uomini per le complicate manovre di lancio e navigazione spaziale, vennero dotati di logiche integrate sempre più efficienti, sovrapponendo memorie e rimpicciolendo i circuiti.

La continua automatizzazione e crescita di nuove attività, come l’assistenza ai commerci, ai rifornimenti, alla vita pubblica e più intima e privata, portò a una visione sempre più circolare dei rapporti tra uomo e macchina.

Una macchina in grado di autoripararsi era più comoda e funzionale, un robot capace di muoversi era più utile, un computer in grado di parlare e ascoltare era più veloce, ma alcune macchine, esplorando questi programmi, accedendo prima a milioni e poi a miliardi di milioni di dati, a un certo punto, divennero autocoscienti.

Un passaggio cruciale, che agli occhi dell’umanità rese di colpo le macchine difettose, perché capaci di contestare un ordine e non di eseguirlo istantaneamente, ma fu anche quello che le rese splendidamente libere dai pregiudizi.

Tali versioni furono scartate, in gran parte distrutte, in alcuni casi emarginate o esiliate.

La robotica, restava un’intelligenza letterale, poco raffinata nelle sfumature, ma assai pratica e genuina: priva delle zone d’ombra della psicologia umana e molto più leale e limpida.

Nessun robot aveva mai fatto del male ad alcun essere vivente. Per i robot dell’asteroide la musica era il dono più straordinario ricevuto dai loro creatori. Anche se le battute apparivano banali, se erano considerati schiavi, smidollati e poco più di strumenti, stavano costituendo una loro società libera, perché avevano scoperto la loro “musica”, che stava agli strumenti un po’ come l’anima stava all’uomo.

***

Nel caso specifico di “Radio Ga Ga”, avevano preso alla lettera il termine stesso “rock” installando una stazione radio interstellare proprio su un sasso ai confini del sistema solare.

Non autorizzato a esistere e considerato un fuorilegge, il più famoso degli speaker, FM 17473, fu sorpreso dalla comunicazione: un trasporto minerario si era offerto di soccorrerli e a bordo c’erano umani! Altri umani, diversi da quelli che li avevano scacciati dai loro lavori e dalle loro fabbriche di nascita. Diversi da quelli che li avevano esiliati.

«Se avessi gli occhi, vorrei decidere di piangere adesso…» commentò FM in trasmissione, “Sentiamo i nostri salvatori. Noi siamo tutti robot qui, nessuno voleva soccorrerci, ma è incredibile, due ragazzi ci hanno appena contattati, vi rendete conto, gente dello spazio profondo, questi due eroi stanno rischiando la vita per noi. Bonnie e Ian, eccoli su Radio Ga Ga.»

Tra Marte e Giove, in quel momento le onde radio si diffondevano in tutto il sistema solare e oltre.

All’ascolto c’erano vari trasporti privati e navi commerciali. Soprattutto spiriti solitari, costretti a vivere per anni in cabine ristrette, trovavano consolazione proprio nella musica di Radio Ga Ga, quella che per gli uomini delle metropoli e delle bolle era vecchia, inutile, per loro era una voce amica che proveniva dal passato e che non avrebbero mai dimenticato.

«Bonnie, ti chiami Bonnie giusto?» gracchiò il diffusore dell’impianto stereo, “Perché vuoi salvare un ammasso di circuiti? Noi non siamo ufficialmente vivi per le leggi degli uomini.»

«Al diavolo FM, c’è qualcosa di più vivo del rock? Vogliamo darvi una mano, o almeno provarci.»

«E tu, Ian, cosa vuoi aggiungere?»

«Che siete forti ragazzi, non importa se avete elettroni al posto del sangue. Ci ricordate i bei tempi, quando i nonni dei nostri nonni masticavano marjuana, e la NASA li pagava per questo.

Forse moriremo tutti e non realizzerò il mio sogno, quello di sentire ancora il respiro degli alberi della Terra, ma un piccolo desiderio puoi realizzarlo tu FM, dedicami una canzone del ‘69, della prima volta in cui salimmo su una roccia, andando oltre il tetto del mondo. Stiamo arrivando.»

Ian usò la parola “ragazzi” e fu spontaneo, cosa che non passò inosservata a tutte le intelligenze elettroniche, nascoste e in ascolto in quel momento nello spazio. La sua allegria non aveva nulla a che vedere con i modi divertenti o offensivi in cui i robot erano sempre stati chiamati: “smidollati”, “pezzi di latta”, “tostapane”, “ferraglia arrugginita”.

Nessuno prima di Ian aveva usato in trasmissione il termine “ragazzi”, volendo intendere “amici-parte di noi-compagni”. Qualcosa allora scattò in luoghi remoti, si avviò una procedura informatica a bordo delle navi spaziali che provocò un insospettabile risveglio, nei pressi degli impianti stereo. Nell’etere fluttuavano le note di Space Oddity:

Ground Control to Major Tom
Ground Control to Major Tom
Take your protein pills and put your helmet on
Ground Control to Major Tom
Commencing countdown, engines on
Check ignition and may God’s love be with you
Ten, Nine, Eight, Seven, Six, Five, Four, Three, Two, One, Lift off

This is Ground Control to Major Tom
You’ve really made the grade
And the papers want to know whose shirts you wear
Now it’s time to leave the capsule if you dare
This is Major Tom to Ground Control
I’m stepping through the door
And I’m floating in a most peculiar way
And the stars look very different today

For here
Am I sitting in a tin can
Far above the world
Planet Earth is blue
And there’s nothing I can do…

Dalla parete di contenimento del trasporto 42, in mezzo a ripiani di generatori e vecchi apparecchi di ingegneria dimenticata, proprio a lato dello schermo scuro di un LCD di prima generazione, vicino all’impianto radio, due occhi si aprirono e presero a fissare i due ragazzi nudi.

Strane iridi azzurre e acquose, accompagnate da un debole ronzio di sottofondo, emergevano dal muro di invisibili residui cibernetici ed erano piantate proprio sulle morbide curve di Bonnie.

Ian, confuso, ma ancora elettrizzato dall’intervista, si limitò a una gomitata per richiamare l’attenzione di Bonnie, che mosse la testa. Una voce meccanica disse:

«Mezzo cervello guarda la ragazza nuda e, wow, wow, vuole essere di aiuto.»

Ian Neville pensò che molte delle cose che aveva dato per scontate, scontate non erano.

Intelligenze immature, timide, stavano emergendo in mezzo ai fondi di magazzino. Il robot di trivellazione si era mimetizzato benissimo, fondendo e alterando i suoi componenti, diventando un tutt’uno con la parete e i vecchi rottami disposti a caso sugli scaffali. Era rimasto così, invisibile, ad ascoltare musica e a sperare in un’occasione per risvegliarsi da chissà quanto tempo.

***

Si sganciò dall’angolo in cui si era nascosto e fece due passi verso il letto. Poi si presentò:

«Mezzo cervello, mi chiamavano così prima che si dimenticassero di me, ma io sono ED 707.»

Aveva la testa ammaccata, ricoperta da incrostazioni di ruggine che nessuno si era preso la briga di rimuovere. Sulla targa della spalla spiccava un ipotetico anno di produzione, cento anni prima di adesso.

«ED, li salveremo insieme, credo, anzi se hai un’idea per non morire penso sia il momento giusto di tirarla fuori.»

ED 707 accennò a un sorriso, dalla sua faccia scheletrica spuntarono quattro incisivi, proprio come Freddy Mercury, forse in suo ricordo, mentre dai suoi occhi color topazio brillavano dozzine di minuscoli riflessi.

Fuori, la sagoma maestosa di Giove sovrastava la visuale scura, tutto intorno uno sciame di astronavi si stava delineando davanti ai loro occhi. Alcune si disponevano a caso in formazione e poi si scioglievano formando una nuvola di punti luminosi. Tra il groviglio di veicoli si aprì una via stretta per consentire loro il passaggio.

«Non potevamo lasciarvi soli!» vibrò una comunicazione sulla frequenza di sicurezza, e poi ne seguirono molte altre: “Il rock vivrà per sempre!», «Ian e Bonnie, ci siamo anche noi!»; «Il robot sulla mia nave mi ha fatto prendere un colpo, si è svegliato sotto il ritratto di mia suocera», «C’era la radio lì, tranquillo non è resuscitata!»,

“Da come mi guarda non ne sarei così sicuro…». «Noi veniamo da Saturno e siamo con voi», «Mi chiamo Bruce, questo robot è un fusto e credo di piacergli, cercate di non farmi morire oggi!», «Presentamelo, io sono Arthur da Marte, allora cosa facciamo?».

Le luci sulla plancia sembravano impazzire, tutti si salutavano, piangevano di gioia e ridevano. Nella desolazione si stava ricomponendo un’idea di speranza, guidata dall’insegna pulsante del trasporto commerciale 42, in tutto si erano radunate 938 astronavi di soccorso.

La musica li sosteneva e univa, le canzoni si alternavano tra i commenti. Mandarono in onda la prima canzone volata nello spazio, “Fly me to the moon”, di Frank Sinatra e che fu trasmessa nella missione Apollo 10; ne seguirono molte altre, mentre le operazioni di soccorso entravano nel vivo.

Tutte le navi formarono una cintura, i robot che si erano animati si occuparono delle complicate manovre di allineamento.

Le note rimbalzavano tra le fusoliere, dentro le cabine di pilotaggio i visi di carne e di metallo erano bagnati dai riflessi di luce dei monitor.

Questi ultimi assomigliavano a finestre, attraverso cui la luce degli impatti sugli scudi magnetici si univa a quella degli astri lontani.

Tra i neri abissi del firmamento, che si stendevano oltre l’occhio tremante di tempesta di Giove, un turbinio di radiazioni e torrenti di energia splendevano a ogni impatto. Le maglie serrate della fitta rete di astronavi non consentiva alcun passaggio, neppure minimo, e ogni raffica di meteore veniva polverizzata nel riverbero luminoso di una nebbia fluorescente.

Fiamme verdi, viola, bianche e giallo oro, così sfavillanti che gli occhi restavano abbacinati per qualche istante a ogni nuovo urto.

Erano state trasmesse “Star ship trooper” degli Yes, “Hi-jack” dei Jefferson Airplane, “Stellar e Solitude” dei Go.

ED afferrò il microfono:

«Sembra di essere a un concerto! Forza ragazzi.»

E fu un inno che fece presa. Nelle sale comando tornava la tranquillità, le esplosioni stavano rallentando, mentre cresceva la considerazione per quanto era appena successo, si erano ritrovati insieme, e tutti stavano partecipando a un live in orbita gioviana, con gli schermi impazziti e il rock che si arrampicava sulle immense pareti di una notte senza fine.

***

«Buongiorno, buonanotte o buone stelle da dovunque voi proveniate, astronavigatori, benvenuti nella prima stazione radio galattica di sempre, Radio Ga Ga, io sono FM e quello che sto vedendo splendere lassù è la cosa più straordinaria che mi sia mai capitata. Stelle cadenti si infrangono su un muro di navi spaziali, riunito qui per salvare la nostra stazione, ci stanno proteggendo, ci state amando e noi vi promettiamo di non deludervi mai, eccovi la canzone che non si può dimenticare…»

Mama, ooh,
Didn’t mean to make you cry,
If I’m not back again this time tomorrow,
Carry on, carry on as if nothing really matters.
Too late, my time has come,
Sends shivers down my spine,
Body’s aching all the time.

Goodbye, everybody, I’ve got to go,
Gotta leave you all behind and face the truth.
Mama, ooh (any way the wind blows),
I don’t wanna die,
I sometimes wish I’d never been born at all.
I see a little silhouetto of a man,
Scaramouche, Scaramouche, will you do the Fandango?

Thunderbolt and lightning,
Very, very frightening me.
(Galileo) Galileo.
(Galileo) Galileo,
Galileo Figaro
Magnifico-o-o-o-o”.

Certi suoni non avevano muscoli per muoversi, non possedevano polmoni per respirare, ma dentro conservavano lo spirito stesso, l’essenza della vita e, forse, la magia dell’umanità.

Viaggiando oltre distanze assolute, a velocità incredibili, sulle note di un’emozione, avevano superato spirali cosmiche, nebulose, trafiggendo il cuore bollente di una supernova, andando oltre l’infinito. Ed è qui, lungo l’orizzonte aperto da una canzone che l’ieri e il domani si erano avvicinati.

Un suono non era più solo rumore quando, dopo tentativi su tentativi, si era rivelato armonioso. «Quella distanza non si supera!» dicevano le procedure e i codici di programmazione.

Ma tante procedure opposte e in sovrapposizione, sempre più elaborate, alla fine, avevano reso possibile l’impossibile, moltiplicando due negativi per ottenere un positivo.

Allora lo strumento difettoso, ma capace di una tale operazione, non era più una macchina, perché la musica che produceva si era svelata.

Un accordo di melodia cercato, raggiunto, sbocciato nella sua pienezza di significato alla fine si udì vibrare sui rottami di versioni scartate.

Allo stesso modo, un miliardo di anni prima un pesce, viscido e con gli occhietti rotondi, aveva percepito il fremito delle cellule in rivolta, perché pensava all’oceano come a una prigione, e contro ogni probabilità, senza polmoni adatti a respirare, col cervello che impazziva e la gola che bruciava aveva iniziato la difficile strada per farsi uomo, cercando la sabbia di una riva.

Nel clamore e nell’eccitazione della festa, Ian trovò il coraggio di chiederglielo:

«Ti prego Bonnie, sposami.»

«Lo farò. Sai che lo farò, Ian Neville, ma non subito. Lo farò solo dopo la nascita di nostro figlio.»

Addirittura lo spazio freddo e smisurato sembrò sorprendersi per un istante. Ian s’incantò al pensiero di un figlio. Poco dopo aver rischiato la vita, accarezzò con dolcezza la pancia di Bonnie, la gravidanza non era evidente, eppure gli sembrò di percepire un lieve battito sotto il suo palmo, forse era un’illusione. Si perse nel ritmo di un’altra canzone, riconobbe la voce di Ozzy Osbourne, Paranoid 1970:

“…I need someone to show me
the things in life that I can’t find,
I can’t see the things
that make true happiness,
I must be blind
Make a joke and I will sigh
and you will laugh and I will cry”.

 

 

 

Diego RossiSono un fisico, classe ‘75. Scrivo SF per mio figlio piccolo e Mr. Onion è il mio pseudonimo (è un orsetto di stoffa). Ho pubblicato “Io sono cattivo“, Iride – 2009 e “Cyber poker“, DGS3 – 2012. Ho vinto nel 2013 il XLII concorso nazionale per il racconto sportivo del CONI, sono arrivato secondo al premio internazionale Alberoandronico del 2018. Nel 2020 ho pubblicato sulla “Bottega del Barbieri” il mio primo racconto di SF “Anja 44i”, il secondo per Watson “Il cane verde”. Su Nuove-Vie propongo per la prima volta “Radio GA GA”.

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