Romanziere, giornalista e saggista storico, residente ormai da tempo nel Sud-est asiatico, Angelo Paratico è sicuramente un autore completo e di grande cultura.

Di recente è stato così gentile da rilasciarmi un’intervista davvero interessante, che riporto fedelmente qui di seguito. Buona lettura, cari amici di «Nuove vie».

P.P

Come ti sei accostato alla fantascienza?

Fin da ragazzo. Forse avevo sei anni e un amico di mio padre, che era stato un aviatore durante la guerra, si presentò a casa nostra con un libro. Questo aveva delle immagini bellissime, fosforescenti. Era la storia di uno scienziato che si stava costruendo un razzo per raggiungere la luna e lo aveva camuffato in una delle torri del suo castello. Bastava tenere quelle immagini esposte alla luce d’una lampada e poi, infilandosi sotto alle coperte, appariva il miracolo: le si poteva vedere brillare di una pallida luce “lunare”. Da allora ho sempre avuto un debole per questo genere di libri.

Che cosa puoi dirmi del tuo romanzo fantascientifico «Black hole», uscito nel 2008 per i tipi di Ugo Mursia Editore?

L’avevo scritto un anno prima dell’accensione del LHC al CERN di Ginevra dove, così immaginavo nel libro, qualcosa sarebbe andato storto e per sbaglio si sarebbe creato un micro buco nero che avrebbe distrutto il nostro pianeta. Avevo letto parecchio di fisica delle particelle mentre stavo a Hong Kong e pensai di costruirci attorno una storia plausibile, al punto da venir presa per possibile. Purtroppo la casa editrice Mursia, inspiegabilmente, lo tenne sul tavolo per sei mesi prima di farlo uscire e questo ritardo si dimostrò fatale, perché calò presto la tensione. Perché quella macchina infernale venne avviata e spinta quasi al massimo ma si guastò subito, richiedendo due anni di stop. Prima dello stop, vari giornali e varie televisioni avevano parlato del mio libro. La somiglianza col romanzo di Dan Brown «Angeli e demoni» è puramente casuale: quel libro lo lessi quando il mio era già quasi finito, anche se lo cito nelle prime pagine.

Ora ti racconto una storiella curiosa. Due anni fa, a Hong Kong, arrivò un mio caro e brillante amico, uno studioso di fisica nucleare, Massimo Caccia, che aveva lavorato al CERN e con lui v’erano altri suoi illustri colleghi, fra i quali il professor Guido Tonelli che dirigeva una sezione del CERN e che era stato, con altri collaboratori, insignito del Nobel per la scoperta dei bosoni di Higgs. Parlando del più e del meno, a cena, egli raccontò che durante la prima accensione del LHC c’erano stati dei momenti di tensione, con addirittura un picchettaggio fuori dai cancelli da parte di dimostranti anti-CERN e accennò a un certo libro. Indovina quale… ebbene mi scusai dicendogli che il mio non era stato luddismo galoppante ma semplicemente una storia, un romanzo, che tanto più piace quanto più appare come una “storia vera”. Lui, scuotendo il capo, disse qualcosa del tipo: «Ah, va bene, potenza della fantascienza!»

Lo scarso interesse che il pubblico italiano spesso dimostra per la fantascienza, a che si deve secondo te?

Si deve allo scarso interesse per la scienza in generale. La fantascienza è un grande contenitore di tutte le scienze. Molti scienziati hanno iniziato dalla fantascienza, basti l’esempio di Werner Von Braun: il suo interesse per i missili iniziò da un giornalino di fantascienza.

A tuo parere, nel campo della fantascienza italiana ed estera di oggi, quali sono gli autori più significativi? E perché?

L’Italia ha una grande tradizione in campo fantascientifico, basti citare il grande Emilio Salgari. Oppure Roberto Stocco, Roberto Mandel, Gastone Simoni: tutti autori da riscoprire.

Gli autori che io preferisco, però, sono Jules Verne, un genio insuperabile, e Ray Bradbury. Ho delle edizioni rare di «Fahrenheit 451», autografate da Bradbury stesso. La copia che preferisco è quella con la copertina ignifuga; proviene da uno stock di duecento esemplari numerati, che fu tirato una trentina d’anni fa negli Stati Uniti.

Pensi che scrittori dal forte “afflato” poetico e metafisico – come Ray Bradbury, per l’appunto, e Philip Dick – siano effettivamente riusciti a gettare un ponte fra la fantascienza e la cosiddetta letteratura “mainstream”?

Assolutamente sì: basti vedere Hollywood, dove i loro maggiori successi sono appunto basati su fantascienza diventata mainstream.

Di che trattano i tuoi due ultimi libri «Leonardo da Vinci. Un intellettuale cinese nel Rinascimento italiano» e «The Dew of Heaven»?

Quello su Leonardo da Vinci è un libro storico nel quale indago sulle sue radici orientali, già notate da altri in passato. Ipotizzo che sua madre sia stata una schiava tartara deportata dai veneziani a Firenze, attraverso la Crimea. Esisteva un ricco traffico di piccole schiave in tale direzione, subito dopo il passaggio della grande peste del 1347, che uccise il sessanta per cento della popolazione.

«The Dew of Heaven» è un romanzo storico ambientato a Hong Kong e in Mongolia. Si parte dalle vicende d’un ufficiale italiano, nativo di Enna, che partecipò alla missione militare italiana del 1900 per liberare le legazioni diplomatiche assediate dai Boxer. È stato pubblicato da una casa editrice di Tempe, in Arizona.

Avevo scritto e pubblicato anche un libro di fantapolitica, recentemente, ambientato nell’immediato futuro e intitolato «The Seventh Fairy». Avevo già organizzato il lancio a Hong Kong, sia alla radio che in libreria, ma quando un mio vecchio amico cinese, che lo aveva letto, mi consigliò di cancellare tutto, lo feci. Mi sarei messo nei guai, dato che le autorità oltre la cortina di bambù non possiedono uno spiccato senso dello humour. Ho seguito il suo consiglio e ora ho qualche centinaio di copie di quel libro, che mi sono comprato, sotto al mio letto.

Restando in Cina, ecco una notizia letta due giorni fa e molto positiva. Le autorità cinesi hanno deciso di promuovere la fantascienza presso i loro giovani studenti, perché hanno scoperto che il quid che manca ai loro scienziati è proprio questa componente fantastica, che non hanno mai acquisito; eh, già: si tratta di una “contaminazione” iniziale che rende i bambini americani ed europei assai più fantasiosi e creativi dei cinesi, che invece studiano e basta, senza mai immaginare mondi e situazioni fantastiche. Infatti, recita uno slogan pubblicizzato dalla Cathay Pacific, la linea aerea di Hong Kong, “If you can dream it, you can make it!” (Se lo puoi sognare, lo puoi anche fare!)

Ciriaco Offeddu

Quali gli obiettivi e i contenuti di «Beyond Thirty-Nine», il portale culturale che hai fondato a Hong Kong con lo scrittore e imprenditore Ciriaco Offeddu?

È una porta per mettere on line le nostre idee, le nostre proposte. A me interessano la storia, la letteratura, la fantascienza. A Ciriaco interessano la Sardegna e le sue nobili tradizioni; credo che voglia stimolare un Rinascimento Sardo.

Pare l’avverarsi del sogno di Leonardo da Vinci il quale, oltre ad aver abbozzato lui pure un romanzo di fantascienza, il «Viaggio in Oriente», annotò che un giorno i dotti di tutto il mondo “si parleranno e si risponderanno”.

Ecco, quel portale che abbiamo chiamato «B39» ci permette di attuare questo miracolo, con poca spesa e con poca fatica.

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