Caro Franco, l’anno scorso mi si è formattato il computer con un bellissimo blue crash. Praticamente ho perso tutto quello di cui non avevo fatto il backup. I danni alla narrativa sono stati pochi, ma quelli alla saggistica imponenti. Della mia Guida alla fantascienza per argomenti, non si è salvato quasi niente. Inizialmente solo questo articoletto superstite poi, a oggi, ho faticosamente recuperato altri due articoli. Ma fino a pochi giorni fa, temevo che questo potesse essere l’unico! Vedi se può interessare “Nuove vie”, dato che non c’è più la possibilità neppure remota di una pubblicazione in forma di libro.

 

Esiste un vasto settore della fantascienza oggi alquanto decaduto dal punto di vista della narrativa ma ancora discretamente rappresentato nella cinematografia, nel quale degli incauti viaggiatori che si avventurano in qualche landa sperduta, in un’isola lontana da terre abitate o in qualche abisso sotterraneo, s’imbattono in creature preistoriche, dinosauri o magari cavernicoli.

I classici del genere li conosciamo tutti, dal Viaggio al centro della Terra di Verne al Mondo perduto di Conan Doyle, al ciclo di Pellucidar di Edgar Rice Burroughs; in quest’ultimo ciclo narrativo dell’autore di Tarzan incontriamo un vero e proprio continente sotterraneo che egli immagina collocato al centro del nostro pianeta e popolato da creature preistoriche, si tratta in altre parole di un vero e proprio ampliamento dell’idea che sta alla base del Viaggio al centro della Terra di Verne.

Tuttavia, scavando un po’ è sempre possibile trovare sull’argomento qualche bel testo poco conosciuto, ad esempio L’isola non segnata sulle carte di Clark Ashton Smith oppure L’orrore del Blue John Gap di Arthur Conan Doyle, nel quale il mostro che assale gli incauti che s’inoltrano in quel profondo abisso è un discendente mutante dell’antico orso delle caverne.

Una variante di questa tematica è quella delle creature conservate in qualche modo in animazione sospesa, magari sotto i ghiacci polari (lasciamo stare la plausibilità scientifica della cosa), risvegliate da un sonno di millenni o di milioni di anni da qualche incauto esperimento umano, e che si scagliano con furia vendicativa sul mondo dell’uomo: Il risveglio del dinosauro, Reptilicus, la serie infinita dei Godzilla ma oltre a tutto ciò, anche un malinconico racconto come La sirena di Ray Bradbury..

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Quella che dà il titolo alla storia non è una mitologica donna-pesce ma una comune sirena da nebbia, il cui suono viene però scambiato per il richiamo della sua specie da un antidiluviano mostro marino misteriosamente sopravvissuto attraverso i millenni, una creatura in qualche modo oscuramente consapevole di essere sopravvissuta troppo a lungo al proprio mondo.

In questo filone può agevolmente rientrare anche il King Kong di Edgar Wallace (e le sue innumerevoli filiazioni cinematografiche): nelle isole della Sonda sono stati ritrovati i resti fossili di una scimmia gigantesca, il gigantopithecus blakii che, seppure di dimensioni meno ragguardevoli dello scimmione immaginato da Wallace, è un buon candidato ad esserne il progenitore; King Kong, del resto, dà più l’idea di un sopravvissuto di tempi remoti che del prodotto di una mutazione recente.

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Fermiamoci un momento: per quale motivo, chiediamoci, dovremmo pensare di trovare creature preistoriche in qualche remota isola o in qualche abisso sotterraneo? Da dove viene quest’idea? E’ un’idea più vecchia di quanto penseremmo, risale al XVIII secolo.

A quell’epoca la geologia cominciò a diventare una scienza sistematica, e insieme alle rocce, si iniziò a prestare attenzione ai fossili, a comprendere ciò che effettivamente erano, ossia resti di animali e di piante scomparsi da tempo immemorabile, e ci si rese conto che gli organismi cui erano appartenuti erano molto diversi dagli animali e dalle piante esistenti oggi.

Ora immaginatevi soltanto quanto una simile constatazione dovesse essere sconvolgente per delle menti non abituate a pensare in termini evoluzionistici, prive della nozione che le specie si sono trasformate nel tempo. In particolare, per persone abituate a pensare – scienziati compresi – che Dio aveva creato in sei giorni il mondo con gli esseri viventi nella sua completezza e perfezione, era dura da mandare giù l’idea che qualche specie si fosse estinta, questo avrebbe significato che la creazione divina era divenuta imperfetta e manchevole.

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Poiché nessuna specie può essersi davvero estinta, si argomentava, certamente i discendenti vivi degli animali di cui in Europa oggi si trovano i fossili, si troveranno prima o poi da qualche parte, in qualche landa sperduta, in qualche isola persa nella vastità degli oceani, o magari in qualche inesplorato abisso sotterraneo. Del resto, alcune creature di cui oggi in Europa si trovano i resti fossili, furono effettivamente trovate vive e vegete in altri continenti: elefanti, rinoceronti, bisonti, iene.

Queste idee erano sostenute con particolare enfasi da uno dei maggiori naturalisti del tempo, il fondatore della paleontologia, capace – si diceva – di ricostruire un animale intero da un solo osso, ed anche convinto creazionista ed avversario degli evoluzionisti pre-darwiniani Buffon e Lamarck: Georges Cuvier

C’è un passo del Dizionario filosofico di Voltaire che non è comprensibile se non alla luce di queste polemiche, dove si discute se sia possibile o no l’estinzione di una specie. Il filosofo sostiene che se tutti gli abitanti di questo pianeta seguissero l’esempio degli Inglesi che hanno cacciato il lupo fino a provocarne la totale estinzione nella loro isola, di certo il lupo sparirebbe.

Voltaire aveva ragione: noi oggi abbiamo portato all’estinzione molte specie senza che siano intervenuti gli angeli del Signore a fermarci, solo che oggi non consideriamo ciò qualcosa di cui gloriarci ma una vergogna: una specie estinta è perduta per sempre, ed anche le specie che un tempo si consideravano “nocive” contribuiscono alla ricchezza ed all’equilibrio degli ecosistemi, che diventano sempre più poveri e più fragili.

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Le terre dimenticate dal tempo rappresentano oggi un capitolo ormai chiuso della storia della scienza e della fantascienza? E’ bene non esserne troppo sicuri. Prima di tutto, è una verità addirittura banale che in ambienti isolati dalle masse continentali l’evoluzione segue un ritmo diverso e più lento, ragion per cui essi sono talvolta popolati da veri e propri fossili viventi.

Pensiamo al Madagascar, la grande isola staccatasi dall’Africa milioni di anni fa, che ospita i lemuri o proscimmie, primati primitivi che hanno conservato le caratteristiche degli antenati delle scimmie attuali (e anche dei nostri più lontani antenati); pensiamo all’Australia che ospita i mammiferi più primitivi del nostro pianeta, marsupiali e monotremi, questi ultimi mammiferi così primitivi da deporre ancora le uova.

Se andremo nell’isola indonesiana di Komodo, vi potremo incontrare il suo abitante più famoso, il cosiddetto drago, in realtà un varano gigante, la lucertola più grande del mondo, un aggressivo predatore che supera agevolmente i tre metri di lunghezza; se non è questo un pezzo del Mondo perduto evocato da Conan Doyle!

Ma soprattutto, nulla esclude che un domani i progressi dell’ingegneria genetica ci consentano davvero di resuscitare estinte creature preistoriche, e la fantascienza ha già cominciato a contemplare questa possibilità con i romanzi di Michael Crichton Jurassic Park e Il mondo perduto che hanno avuto spettacolari trasposizioni cinematografiche, ed il titolo del secondo dei due romanzi è un palese omaggio/richiamo a Conan Doyle.

Forse stiamo parlando di un pezzo non del passato, ma del futuro della fantascienza.

 

Fabio Calabrese, © 2020

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