Il condannato è uno splendido racconto di Fabio Calabrese ed è inedito! Si tratta di un genere che a me piace molto, quello della storia apparentemente semplice, che improvvisamente rivela un lato molto complicato, per poi sfociare in una soluzione inattesa e geniale. Il mio altro amico Antonio Bellomi è un maestro in Italia per questo tipo di storie e adesso Fabio ci regala questo succosissimo esempio di sagacia letteraria.

F.G.

Ero al mio primo incarico davvero importante nel corpo diplomatico, e tanto per sottolineare la mia fortuna, dove decisero di mandarmi? Funzionario all’ambasciata su Danell!

In quel periodo, come ricorderete, i nostri rapporti con i Danelliani erano piuttosto freddi. Formali e freddi perché i Danelliani non sono capaci di essere maleducati, ma nutrivano risentimento nei nostri confronti, perché un nostro scienziato, il professor Henneberg che mi aveva preceduto nel ruolo di diplomatico presso di loro, era riuscito a sottrarre loro il segreto della propulsione a velocità superiore a quella della luce, togliendo loro l’esclusiva, e adesso la Terra stava costruendo una flotta di astronavi super-luce in concorrenza con quelle di Danell. Sfortunatamente il professor Henneberg era stato colto sul fatto, alcuni suoi messaggi inviati attraverso i canali diplomatici erano stati intercettati, era stato arrestato come spia e condannato. Attualmente, era prigioniero.

Quando l’ambasciatore mi convocò, mi disse proprio quel che temevo di sentirmi dire.

“Caro Wilson”, mi disse, “Il suo incarico specifico sarà di seguire il caso Henneberg”.

“Le chiarisco le idee”, proseguì, “Martin Henneberg, già funzionario di questa ambasciata, è stato arrestato per spionaggio, processato, ritenuto colpevole attraverso tre gradi di giudizio nonostante questa ambasciata gli abbia fornito tutto il sostegno legale possibile, e condannato a morte”.

“Co…condannato a morte?”, balbettai.

“Condannato a morte, è sordo, Wilson?”, replicò l’ambasciatore. “La legge danelliana è molto severa riguardo ai reati di spionaggio, e le pressioni dell’opinione pubblica di Danell hanno spinto i giudici a formulare una sentenza davvero malevola, poi confermata nei successivi gradi.

Il governo terrestre ha presentato ricorso all’Alta Corte di Giustizia Interplanetaria, ricorso che è stato rigettato in quanto la Corte ha ritenuto che non vi sia stata alcuna irregolarità nella procedura in base alla quale Martin Henneberg è stato giudicato.

Ora, lei deve capire che la situazione è estremamente delicata. Per la Terra, Martin Henneberg è un eroe, e non possiamo assolutamente tollerare che sia giustiziato, ma l’unico modo di tirarlo fuori da lì sarebbe un’azione militare, una cosa che non ci possiamo permettere, che probabilmente darebbe il via a una guerra che non abbiamo alcuna possibilità di vincere dato che la flotta di astronavi di Danell è nettamente superiore alla nostra”.

Bel rovello, pensai, da scaricare sulle spalle di un addetto diplomatico al suo primo incarico di rilievo.

L’ambasciatore sollevò dalla scrivania un libro e me lo mostrò: era Soluzione delle equazioni di   ennesimo grado in N incognite di Martin Henneberg.

“Questo”, disse, “È stato pubblicato l’anno scorso, dopo che la condanna a morte di Martin Henneberg è diventata definitiva. Ci sono dei precedenti: Boezio scrisse La consolazione della filosofia e Bertrand Russell i Principia Mathematica mentre si trovavano in carcere, ma il professor Henneberg a quel che sembra, riesce a lavorare anche con la mannaia sul collo, o qualunque altro metodo usino i Danelliani.

“Cosa pensa che possa fare, signore?”, azzardai.

“Vede, Wilson”, rispose, “La condanna è stata pronunciata in via definitiva due anni fa, ma non è ancora stata eseguita. Lei dovrà prima di tutto accertarsi in quali condizioni è detenuto il professor Henneberg. Se potessimo provare che è stato maltrattato o detenuto in condizioni umilianti, potremmo cercare di riaprire il caso davanti alla Corte Interplanetaria, e poi accertarci del perché la condanna non sia stata eseguita, che inghippo c’è sotto, e se possiamo vedere di dilazionarla il più possibile”.

***

Il velivolo della polizia di Danell era una specie di autogiro: decollò verticalmente da una pista molto corta e poi si mise in assetto di volo orizzontale come un comune aereo.

I Danelliani sono molto simili agli umani terrestri a parte la pelle azzurrina di un blu intenso, e le iridi dorate. Convergenza evolutiva, dicono gli xenobiologi, come uno squalo, un delfino, un ittiosauro, che pur essendo un pesce, un mammifero, un rettile, si somigliano moltissimo.

L’ufficiale di polizia che era con me non dimostrò alcuna ostilità, anche se non si dimostrò particolarmente espansivo.

“Il professor Henneberg”, si limitò a dire, “Ha il diritto di ricevere visite, e voi in quanto autorità diplomatiche, avete il diritto di fargli visita quando volete”.

Quando atterrammo, dopo una mezz’ora di volo, stentai a credere ai miei occhi: quel che vedevo non somigliava affatto a un carcere, era una sorta di villetta a due piani in aperta campagna, in mezzo alla vegetazione.

Una volta fatto l’occhio alla vegetazione danelliana, dove i colori dominanti sono il rosso, il rosa, l’arancione e il giallo, mentre i fiori sono verdi, blu o neri, bisognava riconoscere che il paesaggio era incantevole, da cartolina illustrata. Di fianco. alla villetta notai una piscina e un tavolo da pingpong.

Guardai l’ufficiale della polizia con aria interrogativa.

“Il professor Henneberg”, disse prima che glielo chiedessi, “È l’unico detenuto di questa struttura. Noi Danelliani riteniamo che quando un uomo è stato condannato a morte, non sia giusto né necessario infliggergli ulteriori sofferenze in attesa dell’esecuzione, e così gli abbiamo messo a disposizione tutte le comodità che potevamo fornirgli”.

Dall’ingresso della villetta, una donna venne verso di noi. A parte il colorito azzurro della carnagione, devo dire che era una delle donne più belle che avessi mai visto in vita mia.

“Buon giorno”, ci disse, “Sono Ayra, l’amante del professor Henneberg”.

Lo disse con assoluta naturalezza. C’è da dire che, riguardo al sesso i Danelliani non hanno i pudori morbosi che dimostrano spesso i terrestri. Gli accoppiamenti tra danelliani e terrestri, ho saputo poi, non sono fecondi, ma questo non toglie nulla al piacere della sessualità.

Rivolsi un’altra occhiata perplessa all’ufficiale danelliano che ancora una volta precedette la mia domanda.

“Fino all’esecuzione della sentenza”, disse, “Siamo tenuti a soddisfare le necessità del prigioniero: fame, sete, sonno e naturalmente anche il sesso”.

Ayra ci fece strada all’interno della villetta. Dopo l’ingresso c’era un elegante salottino con delle belle poltrone e un divano che constatai essere molto comodo. C’erano anche una libreria strapiena di libri, e vidi subito che si trattava di libri terrestri, e un mobile bar molto ben fornito.

“Ma il professor Henneberg dov’è?”, chiesi.

“Sta facendo il suo giro di jogging mattutino”, rispose Ayra, “Sarà qui a minuti. Intanto, posso offrirvi qualcosa?”

“Ma gli è permesso di uscire dall’edificio?”, domandai.

“Certamente, basta che non superi i limiti del perimetro”.

“Di quanto è il perimetro?”, insistetti.

“Beh, di circa quattro ettari”.

Ayra ci fece visitare la casa: la camera con un comodo letto a due piazze, lo studio del professore, con un’ampia scrivania, un computer, una libreria ancora più grande di quella del salotto e zeppa di libri all’inverosimile.

Era trascorso circa un quarto d’ora dal nostro arrivo, quando giunse Martin Henneberg, era in tuta da ginnastica. Vidi un uomo di mezza età in forma smagliante. A parte un po’ di grigio alle tempie, gli si sarebbe dato meno dei suoi anni.

“Volete restare a pranzo con noi?”, chiese, “Qui il cibo è ottimo”.

Chiesi se si poteva parlare a quattr’occhi con il professore. I due danelliani ci lasciarono soli nel suo studio.

“Allora”, gli chiesi, “Come se la passa?”

“Benissimo”, rispose, “Qui ho tutto quello che posso desiderare. Campagna, aria buona, tranquillità, una bella donna, una dimora confortevole, la possibilità di leggere, scrivere, proseguire i miei studi”.

“Peccato”, osservai, “Che tutto questo finirà bruscamente quando la condanna a morte sarà eseguita”.

Mi rivolse un sorriso furbesco.

“Credo”, disse, “Che questo non avverrà tanto presto, anzi credo proprio che non avverrà prima del termine naturale della mia esistenza”.

“Mi spieghi”, dissi, “Non capisco!”

“Vede”, disse, “I Danelliani hanno un’usanza simile a quella dell’antica giustizia terrestre: un condannato a morte prima dell’esecuzione della sentenza ha diritto alla realizzazione di un ultimo desiderio. Se avessi chiesto qualcosa di impossibile mi sarebbe stato rifiutato, così mi sono limitato a chiedere qualcosa di molto, molto difficile. I computer danelliani ci stanno lavorando sopra da due anni, ma potrebbero andare avanti per l’eternità”.

“Ma che cosa gli ha chiesto?”, domandai stupito.

Fece un altro sorriso divertito prima di rispondere.

“Di conoscere l’esatto valore del pi greco fino all’ultima cifra decimale”.

 

© 2020 Fabio Calabrese

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