Immagine di copertina di Franco Brambilla, per gentile concessione.

Poco fa, (fine ottobre 2017) Urania ha pubblicato la prima parte di un ciclo di racconti in cui a suo tempo si è cimentato Jack Vance. Si tratta del ciclo “La terra morente,” il cui primo libro, in italiano, si intitolava Il Crepuscolo della Terra (The Dying Earth). Si tratta di racconti scritti a partire dal 1950, che rappresentano certamente una specie di rivoluzione per l‘epoca.

In quel periodo uno scrittore di fantascienza doveva per forza uniformarsi a certi standard, altrimenti non sarebbe stato considerato uno scrittore di fantascienza.

Nel caso di Vance i racconti non hanno quasi nulla di scientifico, e vagano tra magia e stramberie. La scusa è di descrivere un mondo alla fine del suo ciclo: il sole è rosso, sta per esaurire la sua forza e il passato, quel che sia stato, è del tutto dimenticato. In questo ambiente si muovono personaggi assai coloriti. I più sono dei maghi, altri sono sognatori senza rimedio, personaggi tipici di Jack Vance.

A fianco delle ineliminabili crudeltà di ogni società Vanciana, si muove ogni tipo di mostro, creatori di esseri viventi, giardini velenosi e infine misteriosi residui di una civiltà del tutto dimenticata.

Devo confessare che, quando lessi per la prima volta questo ciclo, mi aspettavo qualcosa di molto diverso. Un po’ seguendo le tendenze dell’epoca, da un libro intitolato a un crepuscolo, mi sarei aspettato una serie di tristi storie, uomini che si muovevano in una tecnologia avanzatissima su un pianeta quasi buio.

Niente di più sbagliato.

Come si è detto siamo ai confini con la favola, soprattutto nei primi tre racconti: Turjan di Miir, Mazirian il Mago e T’sais. Di fatto i tre racconti sono collegati tra loro. Questo lasco collegamento ritorna qua e là in tutti i sei racconti che compongono il primo libro della Terra Morente.

Direi che solo l’ultimo racconto Guyal di Sfere si distingue per un Jack Vance già orientato a quello che sarà poi il suo futuro. Alla mia prima lettura (molti anni fa) non avevo notato questa differenza di stili, ma adesso, conoscendo meglio l’Autore è evidente.

Ancora più evidente con il racconto che non fa parte del ciclo (La falena lunare), aggiunto da Giuseppe Lippi probabilmente per completare le pagine previste per il volume. E si tratta di un racconto davvero bellissimo!

C’è una storia a questo proposito, di cui avevo in parte accennato in un precedente articolo

Mi è successo di tradurre su richiesta di Vittorio Curtoni per un numero speciale di Robot, una bella serie di racconti di Jack Vance, tra cui anche The Moon Moth, cioè il racconto in questione.

Ricordo che a quel momento era già apparsa una traduzione in Italia: o così mi hanno detto. Volutamente io non avevo letto nulla del già tradotto, proprio per ottenere un risultato possibilmente nuovo.

Nell’articolo indicato parlavo anche del fatto che il titolo su quella raccolta Armenia diventasse Il FalenO lunare! E di questo si era discusso.

Qui, mi trovo il racconto con il titolo più diffuso La falena lunare, e mi dico “Bene, così vediamo la traduzione precedente alla mia. Chissà se è buona!” Leggo il racconto ed è una buonissima traduzione! Mi piace. Addirittura mi dico che forse io non sarei stato in grado di fare altrettanto bene.

Il racconto poi è un piccolo, grande capolavoro, inutile dirlo. Mi chiedo anche chi sia il traduttore, perché all’inizio dell’Book che ho comperato non c’era scritto. Penso, giustamente, che i traduttori siano riportati in fondo! Ultima pagina più o meno e una sorpresa:

La Terra morente: traduzione Gianluigi Zuddas.
La falena lunare: traduzione Franco Giambalvo.

Ah ecco! Sono contento! Complimenti anche a Gianluigi.