Il silenzio del soleIl silenzio del sole è un romanzo che mi ha inviato Delmiglio Editore, con l’invito a interessarmene: un volumone di 400 pagine, scritto da Ottavia Papa.

Quando me lo hanno proposto, mi hanno anche accennato che si trattava di un testo distopico.

Chi mi conosce sa che quando sento questa parola, distopico, mi metto in ansia: da quando ho cominciato a interessarmi di fantascienza, cioè quasi nel momento in cui ho imparato a leggere settant’anni fa, mi sono trovato davanti molti scrittori italiani che trattavano di tristi società, di perdute libertà, dolorose esperienze… In una parola, quello che oggi si chiama argomento distopico!

Apparentemente gli scrittori italiani non sanno (per lo più) immaginare nessun altro ambiente.

Oggi, maggio 2021, l’argomento sembra poco per volta spegnersi: sempre più si scoprono scrittori italiani, o sedicenti tali, che discutono sul nuovo genere fantascientifico chiamato solarpunk! Ma di questo argomento conto, a Dio piacendo, di parlarne in seguito. Magari quando l’amico Vanni Mongini avrà pubblicato una collezione di Autori del passato e del presente, in cerca nuovi lidi. Cosa che potrebbe succedere alla fine di questo anno.

A ogni modo, leggendo i nuovi autori, come anche nel caso di Ottavia Papa, ho l’impressione che il distopico sia solo una specie di cliché a cui i nuovi autori sentono di dover pubblicamente aderire.

Nessuno di loro si ricorda che, per esempio, Vittorio Curtoni di cui debbo dire di essere stato molto amico, ha prodotto una montagna di racconti melanconici e politicamente impegnati e così tutti gli scrittori che in Italia hanno cominciato a scrivere fantascienza. Un vero stuolo!

Secondo Ottavia, tuttavia, non si tratta affatto di un cliché e così ci spiega:

La scelta del genere distopico non è dipesa da una concessione alla moda (tanto valeva scrivere uno young adult o un romance) ma è stata autentica: è un genere che amo, che risponde profondamente alla mia personalità, alle mie inquietudini personali, e alle mie idee artistiche, mi sono innamorata di Huxley e di Orwell già in terza media. Viviamo in una società che tende all’autoritarismo, in un mondo incerto ed inquieto. Questa è probabilmente anche la ragione per cui la distopia attira il sincero interesse di una parte dei lettori.

E infatti, a me pare che la parte iniziale de Il silenzio del sole, sia decisamente distopica: direi che è proprio una specie di 1984.

Una società opprimente, in cui un professore (Lucius) che ha voglia di insegnare alle classi dei più poveri, ai non nobili, può essere accusato di crimine contro lo stato e rischiare la pena di morte.

Ma attenzione! Io non detesto né 1984Il mondo nuovo, ché sono e saranno sempre dei classici, ma nemmeno Orwell e Huxley hanno scritto tutto il resto della loro produzione sullo stesso stile. Huxley ha addirittura scritto un romanzo (L’isola) che è un peana alla fantasia ed è il suo lavoro più noto dopo Brave New World.

È evidente come tu, Ottavia, sia stata chiaramente molto più stupita e interessata di me alla lettura di 1984 e Brave New World e a tutti gli altri romanzi simili già scritti e quindi vogliosa di immergerti nel distopico. Personalmente dopo averne letti un po’, tutti uguali, ho deciso che quello non era il mio genere.

In realtà, per fortuna del lettore, il tuo romanzo si trasforma quasi subito in una storia di avventura.

Ci sono descrizioni di azioni militari molto avvincenti. Esplorazioni di sotterranei pericolosi. Incontri con sottoculture, oserei dire sotto civiltà, di barboni e bambini abbandonati che varrebbero forse una anche una più estesa narrazione. Meravigliose descrizioni.

La ricerca di un impegno non esclude affatto che nel mio romanzo ci sia tanta avventura: la vita è un’avventura! I più grandi scrittori hanno spesso realizzato opere che sono difficilmente collocabili in un genere solo e definito: la scrittura è libertà, non è stare in un recinto. Piuttosto ho voluto innovare, secondo la mia sensibilità.

E infatti: nella tua scrittura si intuiscono letture di ogni tipo; dai filosofi greci, a Peter Pan (i bambini perduti).

Poi in seguito, nel tuo libro assisteremo a spostamenti, viaggi, civiltà derivate dall’islam, dal cristianesimo e dall’ebraismo: una bella e interessante pittura di un mondo che non esiste, pur essendo molto simile a ciò che ci è capitato di temere, amare e odiare in questo nostro tempo.

Non posso però non far cenno alle frequenti mutazioni di stile nel cambio delle varie scene. Il romanzo si presenta in verità un po’ frammentario ed è evidente il palese tentativo vagamente pretenzioso di iniziare una saga: il finale è del tutto aperto e non conclusivo.

L’ampio respiro del romanzo dipende dalla necessità di costruire una realtà complessa, sfaccettata, dalla volontà di fare riflettere, e anche dalla mia fantasia, non da un intento “pretenzioso”. La trama è movimentata, ma non direi “frammentaria”. Anche lo stile deve, a mio parere, adattarsi ai diversi personaggi e situazioni, ai diversi livelli (realistico e simbolico): è stata una scelta.

E poi, certo il finale è aperto, ma il senso c’è tutto. La morte e la vita che continua sono gli unici punti fermi dell’esistenza umana. Il resto è caos, imprevisto: vedi bene la vicenda di Lucius che si ritrova a fare qualcosa di assolutamente inaspettato […] in una realtà distantissima da quella di partenza. Probabilmente la tesi è filosofica… non c’è bisogno di raccontare tutto, in fondo non è il lettore che finisce di scrivere?

Credo comunque che la buona qualità di scrittura del libro ci sia come parecchi lettori hanno riconosciuto, sottolineando la bellezza delle descrizioni.

Infatti, le descrizioni sono decisamente belle. Capisco che il termine frammentario, ti sia sembrato un po’ esagerato. Il fatto è che l’azione si svolge su diversi fronti, su diverse storie che prima o poi dovrebbero confluire in un’unica storia. Ma per il momento non lo fanno.

Si tratta di una tecnica usata da Autori di grandissima classe e quindi chapeau! Ritengo che nelle tue prossime storie riuscirai certamente a essere più precisa in questa tecnica. Qui manca ancora qualcosa.

A mio avviso qualche taglio e qualche adattamento sarebbe stato opportuno in questo romanzo e questo è il lavoro che dovrebbe fare un Editor, di cui non mi pare di vedere traccia.

Per esempio, la protagonista femminile più importante, Roxana, è una giovane fanciulla che fin troppo presto dovrà affrontare un ambiente pericoloso e difficile, fuggire, rischiare la morte… Evidentemente per sottolineare la giovane età di lei, tu continui a definirla l’adolescente. Il che non succede un paio di volte, ma tantissime volte! Ritengo che dire “ragazza” sarebbe stato più adatto e meno stucchevole. Questo è il minimo che dovrebbe fare un Editor.

Il termine “adolescente” ricorre per evitare ripetizioni: la parola “ragazza” compare altrettanto.

Ah, be’: ribadisco. Tu sei padrona di pensarla a modo tuo, ma l‘adolescente è inascoltabile!

C’è un’ultima cosa che non mi è troppo piaciuta: il titolo del romanzo. Il silenzio del sole non mi pare abbia alcuna attinenza con la storia, né con i personaggi.

Invece, mi sono piaciute le citazioni classiche, come anche (e soprattutto) i felici tentativi di entrare psicologicamente in una civiltà immaginata, il che non è poco. Si nota la preparazione classica e storica di Ottavia Papa, spesso riproposta con citazioni sempre puntuali e mai noiose.

In conclusione, direi che malgrado la evidente mancanza di esperienza stilistica, cara Ottavia, il libro si legge bene, è interessante e si perdonano volentieri le sbavature dovute a un eccessivo entusiasmo di produzione: se ci fossero state cinquanta pagina in meno, ma ridotte con sapienza, sarei volentieri passato sopra alla scelta iniziale di fare un romanzo distopico. Se posso dare un consiglio per il futuro: Ottavia, non farsi trascinare dalle mode.

Brava.

Franco, ho voluto condivide alcune osservazioni non per spirito polemico (ci mancherebbe! ognuno è libero di avere il proprio giudizio) ma perché queste sono state le mie intenzioni artistiche, in cui la moda proprio non c’entra nulla.

Una curiosità: tu quale titolo avresti scelto?

Ahi! Non sono molto forte nei titoli, ma certamente Il silenzio del sole non c’entra nulla. Io forse avrei ribadito la parte importante del libro, cioè questa descrizione di civiltà. Qualcosa come Una Nuova civiltà. Oppure, Lotte di classe e religioni. O ancora volendo essere davvero misteriosi, Il Libro perduto. Ecco, forse avrei scelto questo, pensando alla meravigliosa idea di una reliquia trovata in una chiesa distrutta: piccolissimo spoiler, per attivare la zona mistero, che in effetti non rivela proprio nulla al lettore.

Il libro perduto come titolo, in effetti, è bello. Grazie,
Ottavia

Ottavia Papa

Ottavia Papa, laureata in Lettere e Filosofia, sposata, vive a Verona e insegna al liceo. Oltre ad alcune pubblicazioni accademiche, ha al suo attivo una raccolta di racconti dal titolo Morfocomiche (2013, Transfinito Edizioni, Trento).