Il professor Da Costa guardò con aria preoccupata il funzionario venuto da Washington. L’uomo era un tipo massiccio, con i capelli tagliati a spazzola e gli occhiali da sole, Sovrastava Da Costa di una buona testa, indossava un impeccabile completo grigio e la cravatta del college sopra la camicia bianca immacolata. Guardava lo scienziato con aria non proprio amichevole.

A Da Costa quell’uomo dava ai nervi. Sapeva naturalmente di avere dei superiori, ma da quando era diventato capo del team di ricercatori, da anni, questi ultimi per lui non erano che un’entità astratta e lontana a cui spedire periodicamente dei rapporti che forse non si curavano nemmeno di leggere dopo averli classificati come “segreto” o “confidenziale, da non divulgare”. Ma a quanto pareva, non erano soddisfatti del suo lavoro, e avevano mandato qualcuno a ficcare il naso.

“Mi segua”, disse con rassegnazione.

Introdusse il visitatore nel laboratorio.

“Osservi bene”.

Tolse di tasca una monetina e l’appoggiò sul bancone al centro della stanza. Premette il pulsante di un apparecchio che si trovava di fianco al bancone.

Vi fu un lieve ronzio e la moneta scomparve.

“Riapparirà tra poco”, disse, “L’ho mandata avanti nel tempo di due minuti”.

Dopo un poco, il dischetto di metallo era di nuovo lì.

Da Costa tolse da un cassetto un oggetto che aveva all’incirca le dimensioni di uno smartphone, una cosa che si poteva agevolmente tenere in tasca.

“Guardi”, disse, “Ne abbiamo fatto anche una versione miniaturizzata, ha le stesse funzionalità della macchia grande, grazie agli sviluppi dell’elettronica, è una cosa pienamente possibile”.

Il funzionario prese in mano la moneta e la soppesò nel palmo.

“E mi dica”, chiese, “Che portata ha? Fin quando si riesce a mandare un oggetto o una persona avanti o indietro nel tempo?”

“Cinque minuti”, rispose Da Costa.

“Cinque minuti?”, replicò l’uomo, “Ma sono anni che lavorate a questo progetto, e non siete riusciti a ottenere un raggio d’azione della macchina più ampio?”

“No”, rispose Da Costa, “Non è possibile più di così, oltre subentrano fenomeni di distorsione che rendono la dislocazione temporale impossibile. Però vorrei che lei si rendesse conto che la nostra ricerca apre orizzonti del tutto nuovi alla fisica: il tempo è quantistico come l’energia e la materia, non è un continuum assoluto, ma è fatto di unità discrete della lunghezza all’incirca di cinque minuti, che sono quelle che la nostra macchina ci consente di percorrere nei due sensi…”.

“Professore!”.

Il funzionario interruppe bruscamente Da Costa, il suo volto si era fatto paonazzo, era in preda a una visibile irritazione.

“Questa ricerca”, aggiunse, “Ci è già costata migliaia di dollari. Lei non è qui per raccogliere materiale per un articolo su “Scientific American”, e nemmeno per escogitare trucchi da illusionisti da palcoscenico, come far sparire e riapparire monete o conigli da dentro un cappello. Il desiderio dei miei superiori era quello di poter assistere a qualche avvenimento storico, oppure conoscere in anticipo i risultati delle elezioni dell’anno prossimo. Si renderà conto che una macchina del tempo con una portata di cinque minuti è un’invenzione inutile, non serve a nulla. Nel rapporto che presenterò ai miei superiori, raccomanderò la cancellazione di questa ricerca”.

Girò sui tacchi e si allontanò gelido, senza salutare.

***

La settimana successiva arrivò la comunicazione da Washington. La ricerca era cancellata. Raymond Da Costa presentò le proprie dimissioni che furono accettate. Nel compilare la bolla con la quale affidava il laboratorio e i suoi materiali al consegnatario, Da Costa fece una piccola imprecisione che, essendo stata dichiarata la ricerca priva d’interesse, passò inosservata. In essa, mancava la versione miniaturizzata della “macchina dei cinque minuti”.

Nei giorni seguenti, Da Costa fu piuttosto impegnato: svuotò il proprio conto corrente, vendette alcune proprietà e acquistò un biglietto d’aereo per il Nevada.

***

Raymond Da Costa entrò nel grande salone che sarebbe stato indubbiamente elegante se non fosse stato affollato da gente di tutti i tipi, e ripieno del fumo di innumerevoli sigari e sigarette, si diresse verso la toilette e si chiuse dentro.

Se qualcuno fosse stato presente, avrebbe visto Raymond Da Costa svanire e riapparire subito dopo, ma ovviamente dentro il bagno non c’era nessun altro. L’uomo uscì e si diresse verso un tavolo.

Quello che avvenne dopo, fu come rivedere i fotogrammi di un film: la scena era esattamente la stessa che Da Costa aveva visto cinque minuti nel futuro. La pallina delle roulette si fermò esattamente nel numero che Da Costa aveva visto, e sulla cui casella corrispondente aveva ammucchiato una piramide di fiches. Il croupier, constatato che il banco non aveva fondi sufficienti per coprire la vincita di Da Costa, chiamava il direttore, il quale, giunto al tavolo, non poteva far altro che constatare la regolarità della vincita. Da Costa aveva pensato che un’unica grossa vincita avrebbe dato nell’occhio meno di una serie di vincite ripetute.

Mentre usciva dal locale con un consistente assegno nel portafoglio, Raymond Da Costa rifletteva che lì non gli conveniva rimettere più piede. Ma di certo non mancavano casinò né a Las Vegas né nel resto del mondo.

World © 2020 Fabio Calabrese
in copertina una bella “invenzione inutileda scoprire.

 

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