La Saga di Rebecca Roanhorse “Trail of Lightning“ rientra nella sestina di libri selezionati per i Premi Hugo del 17 Agosto a Dublino ed è quello che abbiamo scelto per una breve recensione.

Nella narrativa di fantascienza moderna, spesso succede che prevedano una trilogia e in questo caso è già stata annunciata, ma sappiamo per esperienza che è rischioso perché, soprattutto se ha successo la prima storia, spesso il sequel delude!

Tuttavia lo stile della Roanhorse è davvero suggestivo. Ci piace riportare qui la recensione di Kirkus Book Reviews, che rispecchia molto bene anche le nostre sensazioni.

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Dopo la Grande Acqua, il clan di Maggie Hoskie uccide i mostri che si sono risvegliati. La donna non ne può fare a meno nel suo viaggio che culminerà in una battaglia di tipo fantasy, che sarà certamente gradita a molti lettori.

Nel vigoroso romanzo della debuttante Roanhorse, la maggior parte del mondo è scomparsa, e Dinétah (la Nazione Navajo) è risorta. Hanno però costruito un grandissimo muro per mantenere il Diné protetto dall’esterno, ma non c’è modo di mantenere i Navajo al sicuro dai mostri che si sono risvegliati all’interno di quei confini e dalle streghe che fan di tutto per distruggere quel po’ di vita che resta.

Pochi possono fare qualcosa, tranne Maggie, la cui nonna è stata assassinata davanti ai suoi occhi e poi abbandonata dal Dio Neizghání, che pure le aveva salvato la vita.

La nostra eroina è rimasta sola a cacciare mostri, sperando che il Dio che ha amato come un padre e desiderato come un amante, possa prima o poi tornare. Ora cammina con l’affascinante Kai, che ha accettato a malincuore come compagno per la sua caccia ai mostri e che forse possiede la medicina giusta per guarire la terra dalla Grande Acqua.

Man mano che l’avventura prosegue, loro combatteranno contro esseri mortali e immortali, senza che Maggie sappia mai davvero di chi fidarsi.

L'autrice Rebecca Roanhorse

Rebecca Roanhorse

Spinta dall’antico Dio Coyote Ma’ii, lei affronterà il suo passato e il suo amore in una guerra in cui la posta in gioco sarà molto superiore alla sua stessa forza e a quanto potesse mai immaginare.

Roanhorse, è la prima scrittrice indigena americana a raggiungere le finali Nebula e Hugo. Il suo è un romanzo forte, pieno di sogni e di senso del meraviglioso.

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Anche se non manca una parte più fantascientifica, direi che il romanzo è soprattutto una serie di leggende elaborate da un’abile e suggestiva cantastorie, infatti alcune descrizioni ambientali fanno riferimento a un cupo futuro, come il muro alto quindici metri che circonda la nazione Navajo:

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Si dice che gli hataałii abbiano lavorato mano nella mano alla costruzione del Muro e per ogni mattone aggiunto, essi cantavano una canzone.

Ogni listello, una benedizione. E il Muro visse di vita propria.

Quando i muratori arrivarono il giorno dopo, il Muro già superava i quindici metri di altezza. A est fu costruito con conchiglia bianca. A sud era di turchese. A ovest con madreperla di abalone e a nord del più nero giaietto. Era bellissimo. Era nostro. E noi eravamo al sicuro. Protetti dal mondo là fuori. Ma qualche volta i mostri peggiori sono in mezzo a noi.

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Come ben riporta Kirkus, si tratta di un romanzo pieno di azione, anche se lo sfondo è decisamente fantasy. I notevoli riferimenti alle leggende Navajo, rendono questo libro quasi una sua antologia.

Interessante e suggestiva la descrizione della Nazione: ho visto personalmente una parte di quel territorio e mi sono ritrovato nella gente descritta come nei paesaggi vuoti, ma mai deserti.

Ho apprezzato la narrazione della vita su grandi roulotte (cosa ancora attuale), e l’uso delle tende hogan senza porta, ma protette da potenti magie, come quella del Nonno Tah, l’uomo medicina.

Durante il mio passaggio per la riserva Navajo non ho incontrato mostri, ma sono sicuro che Rebecca Roanhorse li ha scoperti perché ce li descrive in tutti i particolari, anche se a volte orribili e spaventosi.

Buona lettura e vinca il migliore!