I pochi, pochissimi che mi conoscono, sanno benissimo quanto io sia polemico e sospettoso verso tutti gli scrittori italiani di fantascienza.

Non dico di sposare la teoria di Fruttero e Lucentini secondo cui “Un disco volante non può atterrare a Lucca,” tuttavia lo stile letterario più generalmente utilizzato dalle “grandi” firme italiane di fantascienza mi lascia generalmente perplesso.

Non vorrei calcare la mano, ma sono pochissimi gli autori italiani di fantascienza che fanno, o hanno fatto fantascienza. Oggi forse nessuno! Nemmeno io, nel pochissimo che ho scritto.

Nel passato ricordo qualcosa di Roberta Rambelli, per lo più sotto pseudonimo e copiando o provando a copiare lo stile pulp. Vedi Robert Rainbell, per esempio: non solo all’inglese, ma anche al maschile, per non spaventare i lettori. Poi la medesima operazione l’ha fatta Ugo Malaguti (Hugh Maylon). Qualcosa di simile lo ha realizzato il mio amico Antonio Bellomi (Antony Bell, Jack Azimov). Ma certamente altri che al momento non posso elencare, essendo lo scopo di questo articolo tutt’altro. Ho intenzione di riprendere comunque questo argomento nel prossimo futuro.

Oggi voglio invece presentare un egregio scrittore italiano, abbastanza noto, ma non noto perché scriva fantascienza!

Si tratta del pisano Marco Malvaldi, che si distingue dalla “massa” già con la sia mini biografia: “Marco Malvaldi è nato a Pisa il 27 gennaio (stesso giorno di Mozart, Mordecai Richler, Lewis Carrol e Lando Fiorini) 1974, e ha sempre vissuto a Pisa, a parte una breve e umida parentesi in Olanda. E’ sposato, ha un figlio e due gatti.” Oggi ha, evidentemente 44 anni.

Mi è capitato di incontrarlo brevemente durante la manifestazione BookCity, che si è tenuta a Milano a metà novembre. Quel giorno avevo appena finito di leggere il libro di cui vorrei parlare, vale a dire “La misura dell’uomo,” Scrittori Riuniti Editore. Lo avevo letto in formato elettronico, come ormai faccio sempre da qualche anno e lo avevo trovato molto, ma molto divertente.

Ho scoperto che si trattava di un romanzo, se non di fantascienza, certamente di fantastoria, il che è probabilmente molto più nelle nostre corde di italiani. Diciamo che per come vanno le cose oggi, non ha più grande senso parlare di “fantascienza,” che sta del tutto sparendo dal lessico mondiale, per lo meno nel senso classico del termine, ma di “fantastico”, certamente sì.

L’azione di svolge a Milano nell’ottobre del 1493. In quegli anni Leonardo da Vinci era alla corte di Ludovico il Moro. L’autore fa una ricca presentazione della corte e delle abitudini dell’epoca, con grandissimo divertimento suo e di tutti i lettori.

Improvvisamente il dramma: nella corte grande del Castello Sforzesco viene trovato il cadavere di uno sconosciuto, avvolto in una coperta e lasciato lì nella notte. Ludovico, che era forse un po’ un usurpatore, ma certamente non era un “fesso,” fa subito chiamare Leonardo, acciò possa investigare in maniera un po’ meno ciarlatana di quanto farebbe il magistro Ambrogio Varese da Rosate, che per scoprire della morte dello sconosciuto non fa altro che interrogare le stelle e l’oroscopo.

Non rivelerò null’altro di questa storia che dovete assolutamente non perdere: raro caso di letteratura fantastica italiana capace di competere alla grande con qualsiasi altra letteratura straniera dello stesso genere.

Consiglierei il lettore di osservare le sottili note linguistiche sparse per tutto il libro, con uno spirito assolutamente degno di uno studioso e di un pisano, quale è Malvaldi.

Spero che l’autore non se la prenda se rubo qui, per voi, un breve passaggio per far capire cosa intendo. A pagina 24 e 25 del libro cartaceo:

“Quale onore,” disse il Moro, seduto sul suo scranno. “Il generale dell’Ordine dei Francescani che chiede udienza come un cittadino. A cosa dobbiamo una visita di sì modesta guisa?

“Io sono un umile francescano, Vostra Signoria […] e non sono avvezzo a onori e orpelli. D’altronde la questione che intendo sottoporre alla lungimiranza di Vostra Signoria richiede così poco tempo che sarebbe stato prepotente chiedervi udienza privata.”

Ci spiega a questo punto Marco Malvaldi:

Benvenuti nel Rinascimento dove ogni frase viene calibrata e inanellata come un gioiello […]

In buona sostanza, Ludovico il Moro aveva accolto il frate non chiamandolo per nome, ma per titolo e apprezzando che gli facesse visita come umile cittadino; il che voleva significare che il frate, in quanto capo dei francescani, non contava un cazzo né per lui, né per il resto del Consiglio. Al che il frate aveva risposto che avrebbe avuto ben altri modi, più ufficiali, più solenni e inesorabili, per imporsi all’attenzione del Moro, chiamandolo Vostra Signoria, e non duca, ricordandogli il fatto che per gran parte d’Italia Ludovico era solo e semplicemente un Usurpatore.

Nell’occasione ricordata, vale a dire il BokkCity di quest’anno a Milano, pur avendo già letto La misura dell’uomo, ho comperato una nuova copia cartacea, al solo scopo di avere una piccola dedica da Marco Malvaldi. Glielo ho spiegato e gli ho detto “Lo sai che il tuo è un libro di fantascienza?”

Lui ha alzato gli occhi sorpreso e compiaciuto. “È vero!” ha detto. “Proprio così. Ma non se ne è accorto nessuno. Quindi lo hai già letto davvero.”

E ha firmato la copia: “A Franco! Grazie mille da Marco.”

Piacevole incontro e piacevolissimo romanzo: un autore italiano di fantastico, che vale davvero la pena di essere letto.

Video tratto da Youtube lbs