Alieni sotto il cielo

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Leandro aveva proprio bisogno di qualche giorno di vacanza. Così accettò l’invito della famiglia del quarto piano dell’interno 4, in partenza per la casa in montagna.

La camera degli ospiti era in mansarda, con una vista magnifica su infinite sfumature di verde sotto al celeste di un cielo terso. L’alieno si affacciò alla finestra e stava riempiendo i polmoni di aria profumata, quando trasalì e tossì per lo stupore, mentre i riporti si spettinavano sul cocuzzolo della testa. Non poteva credere ai suoi occhi. A pochi metri di distanza aveva riconosciuto un abitante di Treeland, il pianeta dove gli alberi sono creature senzienti, con una coscienza, un’anima e dei sentimenti.

Leandro si precipitò verso la creatura extraterrestre. In apparenza poteva sembrare un giovane vegetale qualsiasi, ma lui si era accorto della sua vera natura.

Senza esitazione rivolse la parola al tronco nodoso, salutandolo e presentandosi.

«Finalmente qualcuno mi parla! – rispose l’altro con voce da ragazzo – Da quando sono precipitato qui e ho piantato le radici sulla Terra, nessuno più mi ha rivolto la parola».

«Precipitato? Che disgrazia! Qui tutto solo – si commosse Leandro – La Terra è un posto pericolosissimo per gli alberi – si preoccupò Leandro -. Qui vi maltrattano, vi abbattono, vi mangiano!».

«Sciocchezze! Vicino alla casa da cui sei uscito sono al sicuro, mi rispettano. E nessuno si sognerebbe di mangiarmi: ho un saporaccio. Sto bene qui, amico. La Terra ha un cielo magnifico. Per questo, fin da piccolo mi sono diretto verso di lui. Voglio diventare altissimo! Avvicinarmi al sole di giorno e baciare la luna di notte».

Leandro osservò l’albero alieno: snello e svettante.

In quel momento i padroni di casa lo chiamarono a tavola. Il portinaio salutò il suo nuovo amico e corse in casa.

Quella notte, non riusciva a dormire. L’apprensione era troppa: doveva scoprire cosa si nascondeva nel futuro dell’albero. Temeva fosse in pericolo.

Così, in silenzio, uscì, tirò fuori dal bagaglio del suo furgoncino i pezzi della cyclette tempo-cinetica e trascorse la notte a ri-assemblarla. All’alba montò in sella e pedalò velocemente fino a dieci anni dopo.

Il sole stava sorgendo sulla stessa natura rigogliosa di due lustri prima, ma, al posto di trovarsi davanti ad un albero altissimo, Leandro vide una chioma verde molto ampia e decisamente bassa su un tronco tracagnotto.

«Ciao, amico! Ti senti bene?», si preoccupò il portinaio.

«Oh! Chi si rivede! Certo che sto bene! E per merito tuo!».

«Merito mio?».

«Sì, 10 anni fa, chiacchierando con me mi facesti abbassare lo sguardo, solitamente rivolto verso la mia meta elevata. Così quel pomeriggio osservai il prato sotto di me, e fui attirato da un allegro vocìo. Vidi bambini giocare e ridere all’ombra di un altro albero, alto come me, ma con una larga e folta chioma. Arrivò la mamma, si accomodò sul’erba, appoggiando la schiena a quel tronco e cominciò a raccontare una storia, mentre i figli la ascoltavano incantati. Ero troppo lontano per distinguere le parole. Mi protesi, ma i miei rami non erano abbastanza ampi. Trascorsi la  notte in bianco, ripensando ai miei progetti per il futuro. Fra l’altro ti vidi uscire in pigiama e tirar fuori dalla tua vettura un ammasso di strani ingranaggi, trasformarli in una specie di bicicletta e pedalare come se tu dovessi vincere una gara, prima di scomparire. Se i miei rami fossero stati più ampi e vicini al prato, come ora, ti avrei potuto chiedere cosa stavi combinando. Comunque,  al mattino avevo preso la mia decisione: non crescere mai più in altezza. Sono rimasto alto esattamente come quella notte. Ma ora la mia ombra copre un ampio cerchio, offrendo riparo alla famiglia. In questi anni ho ascoltato centinaia di fiabe e canzoni, e ospitato il primo bacio di uno di quei bambini, che adesso è un giovane uomo. I cuori incisi nella mia corteccia non mi hanno fatto male, e i nidi popolano i miei rami di gioia. E adesso sei ricomparso con questa strana bici. Vuoi spiegarmi una buona volta a cosa serve?».

Leandro, che l’aveva ascoltato con attenzione, gli rispose:

«Prima spiegami tu una cosa: Non volevi vedere il cielo da vicino? Non ti dispiace non aver realizzato quel tuo sogno?».

L’albero scoppiò a ridere, agitando graziosamente la sua ombra su tutto il prato:

«No, Leandro. Non mi dispiace. Il cielo è stupendo, visto da quaggiù».

Competenze

Postato il

7 Aprile 2016

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