Questo breve articolo vuole essere una semplice riflessione e, a suo modo, un tributo a Philip K. Dick.

Sto leggendo in questo periodo i romanzi in lista per vincere il Premio Nebula e mi stupisce come in tempi recenti, si sia voluto dare un “nome” ai diversi generi della fantascienza, ora distopica, ora cyber punk, ora steampunk… Questi generi, Philip K. Dick li aveva già sviluppati tutti nella sua ansia senza fine, nella sua ricerca di qualcosa che probabilmente sempre gli sfuggiva, mettendo a nostra disposizione un tesoro di idee, che lui non aveva il tempo di sviluppare. Che a lui non importava (letteralmente) sviluppare. Sapeva di non avere il tempo. O lo sentiva.

Nei romanzi del Nebula lo stile Dick è imitato da molti, ma (permettetemi di dire) quasi mai con la stessa genialità. In pratica qualsiasi autore moderno deve qualcosa a Philip. Ritengo, anche senza saperlo. I più giovani forse non lo hanno mai letto, ma qualcuno gliene ha parlato e così, involontariamente, lo imitano.

I racconti di Dick sono quasi tutti brevi. Molti non sono mai arrivati a potersi definire romanzi, perché al massimo erano racconti lunghi. Ma la ricchezza dell’universo dickiano oggi permette a sceneggiatori abili, ma non altrettanto geniali, di scrivere una incredibile marea di “seguiti.” Basti pensare a Blade Runner, che tuttavia era un racconto abbastanza lungo, cioè Il cacciatore di androidi. Oppure Priority Report, diventato un film, nato da un racconto breve stampato in Italia all’interno di Rapporto di minoranza e altri racconti; ma anche Paycheck, un breve racconto pubblicato la prima volta sul numero di giugno 1953 di Imagination… Insomma una quantità di idee, il più delle volte lasciate al vento: al giorno d’oggi si sarebbero fatte delle trilogie su queste idee!

Sono arrivato a questa conclusione quando ho deciso di far valere il mio abbonamento ad Amazon Prime: all’inizio il servizio costava pochissimo e mi serviva per ricevere i libri di carta un giorno dopo averli ordinati. Poi (come altri) sono stato raggiunto da un aumento sostanziale del servizio in questione: niente di straordinario, ma diciamo che non valeva la pena spendere solo per avere libri il giorno dopo! Ho dunque deciso di dare un’occhiata a quello che viene chiamato Prime Video, una sorta di Netflix gestito da Amazon: diversi film e telefilm fruibili in streaming.

Non ne avrei parlato, se non fosse che la prima cosa che ho incontrato è The Man in the High Castle, che come molti sanno, altro non è che il titolo originale di uno dei grandi capolavori di Dick, da noi si è intitolato La svastica sul sole. In questo caso si tratta di un romanzo, anche se composto da capitoli che sembrerebbero più a dei racconti. Alla fine esiste una sorta di collante che li giustifica, ma soprattutto esiste una grandissima idea.

Dick aveva inventato un mondo straordinario in quel libro: nazisti e giapponesi avevano vinto la seconda guerra mondiale e il romanzo è appunto una serie di racconti più o meno collegati, che descrivono le storie di cinque persone. Gli Stati Uniti sono divisi in tre parti: sul Pacifico ci sono i giapponesi, sull’Atlantico ci sono i tedeschi, al centro, sulle Montagne Rocciose non si sa bene chi ci sia: lo dicono territorio neutrale, ma non si direbbe.

Nessun Autore (credo) avrebbe liquidato un’idea tanto geniale in un solo libro. Ma Dick non aveva tempo. Sviluppa in maniera degna i suoi cinque personaggi e collaterali ritenuti necessari e ci lascia in verità un po’ con la voglia di sapere di più.

Se io volessi scrivere e fossi a corto di idee, potrei prendere un qualsiasi libro di Philip Dick e inventare dei seguiti, o dei prequel, perché c’è già tutto il materiale necessario.

Questo Uomo nell’alto Castello, serie TV di Amazon, è un prodotto di grande qualità: molta attenzione all’ambientazione, grande fotografia. Al contrario di quello che ci si potrebbe aspettare, non si tratta di un seguito ai fatti narrati nel libro, ma piuttosto di un prequel.

I personaggi principali sono gli stessi di Dick: Juliana Frink, nel libro un personaggio un po’ secondario, qui assurge a protagonista (almeno della prima stagione). Si tratta di una donna molto bella, abilissima nell’arte dell’Aikidō: non sono sicuro, ma mi pare che nel romanzo sia invece insegnante di jūdō. Dovrei rileggere il libro, ma preferisco aspettare eventuali commenti dai lettori!

Nei telefilm viene aggiunta una interessante novità: Juliana, che anche qui incontrerà il giovane Joe Cinnadella, è in possesso di un film che i nazisti e i giapponesi vorrebbero a tutti i costi: si tratta delle riprese dei notiziari del nostro tempo, quelli in cui i nazisti hanno perso. Si vede Churchill, Stalin, lo sbarco in Normandia… Come mai? Chi può essere in contatto con la nostra realtà?

Insomma, credo proprio che Philip K. Dick abbia gettato nel semenzaio della fantascienza così tante idee, che continueranno a germogliare anche senza la sua presenza fisica. Questo Uomo nell’alto castello è un bell’esempio e ne aspettiamo molti altri.