io_sm_sm[singlepic id=126 w=200 h=288 float=right]Sono ben lieto di poter pubblicare questa romantica storia di Luigi Naviglio, autore di fantascienza antesignano in Italia. Leggendo il racconto (già vagamente evocato in un gustoso pastiche di Bellomi da noi pubblicato), scoprirete le tenere ingenuità della scrittura i fantascientista anni sessanta: ogni storia doveva avere una sua morale, ogni storia doveva quasi per forza essere vagamente triste. Almeno qui in Italia. Queste “rose” spaziali mi sembrano particolarmente adatte al periodo natalizio in cui lo pubblichiamo.

I primi scrittori italiani di fantascienza si sentivano poi quasi obbligati a usare uno pseudonimo con assonanze inglesi e Naviglio si firmava infatti Louis Navire. Ci rivela Vittorio Curtoni di essersi molto stupito quando apprese che il “mitico” Navire altri non era che Luigi Naviglio:

Se non ricordo male, fu Luigi Cozzi, che all’epoca aveva diciotto anni ed era già amico di Naviglio, a svelarmi l’arcano. Io quasi non potevo crederci.

Io purtroppo non ho conosciuto personalmente Naviglio, come invece è successo ai miei amici Cozzi, VegettiBellomi e Curtoni, soprattutto a quest’ultimo, come ci rivela Wikipedia:

[Naviglio] fu un grande sostenitore del fandom italiano della fantascienza e partecipò dal 1965 alle sue primissime fasi assieme al suo allora giovane pupillo Vittorio Curtoni, curando la fanzine “Nuovi Orizzonti” (con Lucio Ciccone e Curtoni), poi ribattezzata Numeri Unici (col solo Curtoni), e in seguito ideando una nuova fanzine, “Verso le Stelle,” che divenne una rivista distribuita in edicola, infine collaborando alla rivista “Star” nei primi anni ottanta.

Questa stringata informazione è probabilmente tratta da un ricordo che Vittorio Curtoni ci ha trasmesso nella triste occasione della morte improvvisa di Luigi Naviglio (novembre 2001), dovuta a complicanze circolatorie. Con pochi cenni Vittorio ci spiega la nascita di “Nuovi Orizzonti“:

In quel periodo ero entrato in contatto con un fan di Napoli che poi è svanito nel nulla, Lucio Ciccone, il quale aveva dato vita alla terza fanzine italiana in assoluto, Nuovi Orizzonti, dopo Futuria Fantasia di Cozzi e Nuove Dimensioni di Carlo Pagetti. Era una cosa molto povera, francescana, fogli ciclostilati o eliografati tenuti assieme da graffette; ma era il segnale di qualcosa che in Italia non aveva ancora una storia, il fandom.

I più giovani avranno ormai capito che stiamo parlando di un padre della fantascienza italiana. Anche se la sua scrittura oggi ci appare ingenua, bisogna inquadrarla nel tempo: in lui si scoprono facilmente i germi e gli stilemi che hanno profondamente inciso sulla nostra letteratura del fantastico. Nel bene e nel male.

Infine, permettetemi di ringraziare Antonio Bellomi che mi ha aiutato a ottenere le autorizzazioni per questa pubblicazione e la gentile vedova di Luigi Naviglio che le ha concesse.

Franco Giambalvo


Rose Rosse vaganti nello Spazio

Copyright © 1966 by Luigi Naviglio

luigi-naviglioLo scafo affusolato dell’argentea astronave solcava veloce, sicuro, lo spazio occhieggiante di stelle. Nella cabina di comando i due piloti Tom e Hardy si avvicinarono all’oblò.

«Dovrebbe essere da queste parti,» disse Tom.

Guardarono, scrutarono il nulla intorno a loro ammantato di nero, socchiudendo le palpebre per proteggere la vista dal fulgore delle stelle lontane. Poi videro, distintamente, un mazzo di rose rosse che fluttuava, girando su se stesso, in una caduta o in una salita senza fine.

«Sempre, sempre così. Tutti gli anni, in questo periodo, passando di qui vediamo fluttuare un mazzo di rose rosse!» mormorò Hardy.

Era come una piccola isola, vagante, misteriosa, i cui petali rilucevano di bagliori vermigli ponendo domande che rimanevano senza risposta. I due piloti lanciarono un ultimo sguardo verso quel minuscolo, rossastro puntino che ormai stava svanendo in lontananza poi tornarono a sedere sulle loro comode cuccette.

«Rimarrà sempre un segreto, uno dei tanti misteri dello spazio,» disse Tom al suo compagno.

Questi assentì, pensieroso.

«Credo di sì, ma forse è meglio. Oggi è una realtà che non ha spiegazioni, domani sarà una leggenda.»

«Già si raccontano molte storie in proposito,» osservò Tom. «Si dice, per esempio, che quel mazzo di rose è legato, in qualche modo, a quello che avvenne in questa zona dello spazio trent’anni fa. Ricordi? Qui si svolse una battaglia decisiva per la sopravvivenza della razza umana.»

«Può darsi che tu abbia ragione: in ogni caso non si tratterà che di supposizioni. La verità rimarrà nascosta in quel mazzo di rose,» ribatté Hardy.

La nave proseguì il suo cammino sicuro fra le stelle portando il suo equipaggio verso nuovi orizzonti.


 

Ecco: sono arrivato. Era proprio qui nella zona indicata sulla mappa stellare ZMB27, appartenente alla costellazione di Andromeda. Interrompo la propulsione ai motori dell’astronave e metto in azione i giroscopi stabilizzatori. Fatto. Ora sono fermo, perfettamente immobile. Trenta anni fa era diverso qui: c’era un piccolo, meraviglioso pianetino, grande quanto un asteroide. Si chiamava Tokma. Un piccolo mondo dimenticato. Non però dai Kruwers, quei dannati mostriciattoli dalle forme vagamente umane ma deformi, contorti, con un terzo occhio che si apriva in mezzo alla fronte e la piccola proboscide che spuntava sopra le labbra verdastre. Esseri schifosi, ripugnanti, proprio come noi dovevamo esserlo per loro. Attaccarono i nostri avamposti trucidando le pacifiche famiglie dei pionieri terrestri sparse attraverso le stelle così, all’improvviso, con una sete di distruzione veramente implacabile. Trenta anni fa: una eternità.

Naturalmente non rimanemmo a guardare. Venimmo a sapere che i Kruwers provenivano da un lontano mondo posto al di là della Galassia: i loro avamposti erano giunti a contatto con i nostri ed essi avevano scatenato la guerra. Volevano la Galassia per loro, soltanto per loro.

Noi della Legione Spaziale ci demmo subito da fare e cominciammo a ribattere colpo su colpo finché la guerra si stabilizzò in una serie di attacchi e di ritirate nella costellazione del Toro che ci dissanguavano giorno dopo giorno. Poi, con un colpo di mano fortunato, catturammo un’astronave sulla quale si trovava un generale del loro Stato Maggiore e lo facemmo parlare con il Siero della Verità. Venimmo a sapere che stavano per concentrare il grosso delle loro truppe e degli armamenti per sferrare un attacco decisivo, prendendo alle spalle la nostra flotta, su Tokma, un minuscolo pianetino posto nella costellazione di Andromeda. Non potevamo affrontarli in campo aperto: sapevamo che ci avrebbero battuti, le nostre forze avevano già subito troppe perdite ed erano stanche, logore. Inoltre non potevamo farle retrocedere dalla costellazione del Toro altrimenti i Kruwers avrebbero avuto la strada libera. Pensammo allora ad una azione isolata di sabotaggio ed io fui il prescelto per compiere la missione. Bei tempi, quelli. Ero giovane e pieno d’entusiasmo.

Partii alla volta di Tokma con una piccola, velocissima nave, carica di bombe disintegranti che avrebbero fatto esplodere in mille pezzi il pianetino quando su di esso si sarebbero raccolte le truppe nemiche. Naturalmente dovevo precederle per sistemare la trappola e vi riuscii dopo una fantastica galoppata attraverso le stelle. Atterrai su una verde vallata di Tokma, in prossimità di un boschetto, e la prima cosa che feci fu quella di mimetizzare la nave ricoprendola di foglie e di arbusti. Dopo due ore di lavoro portai a termine il mio primo compito. Scaricai quindi l’esplosivo e lo nascosi nel boschetto, poi piazzai il detonatore a tempo calcolando un intervallo di dieci minuti: in quel modo avrei avuto tutto il tempo per decollare. Naturalmente, prima di azionare il detonatore, dovevo attendere la venuta delle navi dei Kruwers. Mi guardai attorno: di loro non c’era ancora la minima traccia. Secondo le nostre informazioni sarebbero dovuti giungere solo l’indomani: decisi così di sgranchirmi un po’ le gambe dirigendomi verso la sommità di una vicina collinetta. Quando fui in cima e spinsi il mio sguardo sull’altro versante mi immobilizzai per lo stupore. Una casetta, simile ad una piccola fattoria terrestre, si ergeva ad un centinaio di metri di distanza. Attorno ad essa si stendevano aiuole ben curate piene di rose, magnifiche rose rosse.


Stavo per oltrepassare la soglia della casetta quando qualcosa di freddo mi si puntò alla nuca.

«Alza le mani,» mi intimò una voce femminile.

Naturalmente lo feci, poi mi voltai. Teneva un vecchio fucile ben saldo fra le mani ed era giovane, carina, bionda. Non poteva avere più di diciassette o diciotto anni. Il suo sguardo era sospettoso, diffidente: mi considerava un intruso, uno straniero. Ero completamente stupefatto: quella zona dello spazio era stata evacuata da tempo eppure lì c’era una ragazza, sola. Lei mi scrutava, fredda, ostile, ed attendeva una risposta, una spiegazione per la mia intrusione su quel mondo che evidentemente considerava solamente il suo.

«Sono un soldato della Legione,» le dissi cercando di impormi la calma.

«Questo non spiega niente, legionario,» ribatté lei.

«Ma c’è la guerra, non lo sai? Tutte le popolazioni di questo settore sono state evacuate. Perché non sei andata via con gli altri?»

Lei mi fissò: lo stupore era dipinto sul suo volto.

«Quale guerra? Non ne so niente.»

Incredibile: poi pensai alla nostra burocrazia, alla lentezza delle pratiche e via discorrendo. Avevano provveduto ad evacuare i centri più importanti ma i pianetini dove si trovava una sola famiglia erano stati trascurati.

«Dove sono gli altri?» le chiesi.

«Quali altri? Qui ci sono solo io, legionario. Una volta c’erano i miei genitori, poi sono morti, è stato tanto tempo fa.»

Come mi aspettavo. Ora mi trovavo in un bel guaio. Dovevo pensare a quella ragazza. Lei, nel frattempo, aveva abbassato il fucile: un vero pezzo d’antiquariato. Segno che cominciava a fidarsi. Dovevo cercare di tenerla calma.

«Senti ragazza, come ti chiami?» le chiesi con il tono più amichevole e conciliante possibile.

«Ilky,» mi rispose lei, fredda.

«Bene, senti Ilky: tu devi venire via. Domani qui pulluleranno i Kruwers ed io dovrò fare esplodere il pianeta. Hai capito? Sulla mia nave c’è posto anche per te.»

I suoi occhi azzurri mi fissarono come se non credesse a quello che avevo detto, poi scosse decisamente la testa.

«Tokma è il mio mondo. Non me ne vado.»

Era più che decisa. Compresi che non avrei potuto ribattere: non sarebbe servito a niente.

«D’accordo: ti ho dato una possibilità, tu non l’hai accettata. Ripensaci: questa sera tornerò.»

Ciò detto mi allontanai in direzione della mia nave. Quasi mi aspettavo che mi sparasse alle spalle ma non lo fece. Rimase sulla soglia della sua casa immobile come una statua fra l’inebriante profumo delle rose rosse.


Fui di parola, quella sera tornai. Era una notte splendida: l’odore dei campi pervadeva l’aria e la fresca brezza del vento accarezzava la mia tuta spaziale. In prossimità della casa scorsi una figura appoggiata ad un albero, e mi avvicinai: naturalmente era lei. Ilky. Portava il vecchio fucile a tracolla e sembrava che mi stesse aspettando. Aveva una rosa rossa fra i capelli.

«Che fai qui? Hai deciso allora?» le chiesi. I raggi delle stelle battevano sul suo volto che emergeva dall’ombra circostante facendo brillare di una luce intensa i suoi capelli. Provai una strana emozione dentro di me. Quella ragazza pareva esercitare un potere magico da cui non riuscivo a sottrarmi. Non mi era mai accaduto, prima di allora.

«Pensavo, legionario. È bello pensare di notte quando c’è silenzio, pace. A te non piace pensare, di notte?» mi chiese.

Scossi la testa.

«Non ho molto tempo per farlo. Siamo in guerra Un giorno qui, un giorno là: non ho una meta fissa. Sono un legionario, te l’ho detto. Ma dimmi: hai deciso?»

Mi guardò come se mi vedesse per la prima volta.

«Che cosa? Io rimango qui a pensare, nel mio mondo, nella mia casa. Mi piace l’odore delle rose nel mio giardino.»

«Ma domani qui ci sarà l’inferno,» replicai.

Quella sua ostinatezza mi irritava.

«Vuol dire che domani non esisterò più, legionario.»

Il suo volto si distese in un sorriso triste in cui, però, si trovava tanta saggezza. Mi avvicinai a lei, preso da un irresistibile impulso di protezione. Non potevo lasciarla lì. Assolutamente no.

«Quando scenderanno i Kruwers cosa hai intenzione di fare?» le chiesi.

«Aspetterò. Difenderò la mia casa.»

Mi fissò negli occhi con uno sguardo profondo, indagatore, tanto da farmi male.

Ero sconcertato ma la capivo. Perfettamente. Per lei quella era l’ultima notte della sua vita. Rimanemmo qualche istante in silenzio fondendoci nella calma, nella quiete circostante.

«Tu combatti per un’idea, legionario?» mi chiese ad un tratto.

Una volta ancora non sapevo cosa rispondere: per lei esistevano Tokma e la sua casa. Il resto, uomini o Kruwers era eguale: straniero. Lei voleva il suo mondo e basta, quello ove riposavano le salme dei suoi genitori, dove essi avevano lavorato per anni ed anni a dissodare la terra, ad ararla, vivendo dei frutti del loro lavoro. Ora Tokma ricompensava Ilky per gli sforzi compiuti dal padre e lei voleva rimanere lì. Ne aveva il diritto. Ed io? Avevo un’idea precisa sul motivo per il quale combattevo? Erano migliori gli uomini o i Kruwers? Non lo sapevo: il mio dovere era quello di combattere per la mia gente, per la mia razza non quello di fare domande.

«Non so,» le risposi, «ma penso di combattere per un’idea giusta.»

I suoi capelli ondeggiarono sotto la spinta della brezza notturna.

«Perché mi fai queste domande?» le chiesi.

«Pensavo.» E si aggiustò la rosa rossa fra i capelli. Le passai un braccio attorno alla vita: mi venne spontaneo di farlo, naturale. Alzò il volto verso di me: i suoi occhi brillavano. Sapeva che l’indomani non ci sarebbe stato un futuro per lei. Mi chinai appena e le nostre labbra si sfiorarono, per un attimo. Allora agii, sicuro di essere nel giusto. La colpii: un secco colpo inferto con il taglio della mano sulla nuca e lei si abbandonò fra le mie braccia. La sollevai e mi diressi verso la mia nave mimetizzata.


Quando rinvenne gridò, si divincolò, mise a soqquadro la mia cabina. Quando minacciai di colpirla ancora si calmò. Allora le parlai a lungo della Terra, dell’Umanità, degli sforzi che milioni e milioni di pionieri avevano fatto per colonizzare i nuovi mondi proprio come i suoi genitori. Poi le raccontai dei Kruwers, del loro attacco improvviso, delle stragi e dell’esodo di quei milioni e milioni di pionieri che tanto avevano faticato per rassodare un pezzo di terra, per rendere abitabile un mondo ostile. Parlai a lungo e quando smisi l’aurora aveva tinto il piccolo cielo di Tokma di un lieve, roseo colore, e Ilky era cambiata. Nei suoi occhi c’era comprensione e, insieme a quella, ne ero certo, un po’ d’affetto.

«Ci sono rose sulla Terra?» chiese.

Era un buon segno quello, lo sentivo. Poi vennero i Kruwers, puntuali, sicuri. Quando il sole torreggiò nel cielo Tokma pullulava di navi, di armi, di legioni. Erano dovunque. Attraverso lo schermo televisivo avevo osservato il loro atterraggio: migliaia e migliaia di Kruwers.

Quando fui sicuro che erano tutti lì, che non ne dovevano arrivare altri, decisi di entrare in azione. Dovevo raggiungere il boschetto, azionare il detonatore e correre di nuovo verso la nave per decollare con la speranza che nessuno mi vedesse. Dico speranza perché sulla vicina collinetta si trovavano già gruppi di soldati Kruwers. Mi volsi verso Ilky, docile, buona.

«Vado,» le dissi.

«Vengo anch’io. Voglio esserti vicina.»

Scossi energicamente la testa. «No. Tu rimani qui: inutile esporci in due. Appena avrò azionato il detonatore tornerò qui e partiremo.»

Mi appoggiò una mano sulla spalla come in una carezza.

«Torna,» supplicò.

Avrei voluto dirle tante cose ma non ne avevo il tempo. C’era una guerra ed io avevo una missione da compiere.

«Sii forte,» le dissi.

«Lo sarò,» mi rispose con voce ferma.

Mi avvicinai al portello e lei mi venne dietro.

«Torna dentro,» le dissi.

«Non posso,» gemette lei. «Ho provato ma non posso. Lì fuori c’è il mio mondo.»

«Senti,» le dissi scuotendola per le spalle. «Dove vado io non c’è posto per te.»

«Non posso rimanere qui dentro mentre tu sei in pericolo. Se ti succede qualcosa voglio che accada anche a me,» ribatté ostinata.

«Senti,» le dissi cercando di dominarmi, «se mi succede qualcosa anche tu non hai scampo. Però è più facile che tutto vada bene se tu rimani qui e mi proteggi da eventuali attacchi alle spalle. Capito?»

«Sì.» Sorrise e corse nella cabina a prendere il suo vecchio fucile.

Strisciai metro dopo metro sino al detonatore. Girai la manovella azionando il dispositivo a tempo. Mi rimanevano dieci minuti da quel momento. Mi venne l’impulso di mettermi a correre verso la nave ma sarebbe stata una follia. Ripresi a strisciare rifacendo il cammino percorso. Piano, piano, mentre i nervi sembravano esplodermi. Quando fui a metà strada, vale a dire ad una ventina di metri dallo scafo, i Kruwers mi videro.

Balzai in piedi e corsi a zig-zag verso la scaletta che immetteva allo sportello di ingresso mentre già sentivo dietro di me la presenza dei velocissimi Kruwers. Stavano per raggiungermi. Un istante dopo qualcosa mi afferrò da dietro. Mi avevano preso. Uno sparo, un sibilo ed il Kruwers che mi teneva abbandonò la presa abbattendomi al suolo. Guardai in alto, verso il portello: Ilky stava facendo un fuoco d’inferno con il suo fucile da antiquariato. Non sbagliava un colpo: fantastico. Raggiunsi il primo gradino della scaletta con il fiato in gola e presi ad arrampicarmi verso il portello il più velocemente possibile. Ora il fuoco dei Kruwers si era concentrato su Ilky. Quando la raggiunsi ella mi sorrise, fiera, indomita. Si stava battendo per la sua terra, per la sua patria e mi aveva salvato schivando i lampi saettanti delle armi avversarie.

«Salve legionario,» mi disse.

Poi precipitò giù colpita da una scarica elettronica ed i suoi capelli biondi si adagiarono sulla verde prateria di Tokma come su un cuscino. La rosa rossa giacque vicino a lei. Richiusi il portello, balzai sul quadro dei comandi, i motori ruggirono, innestai la iperpropulsione ed un istante dopo Tokma fu lontana. Quando il piccolo pianeta esplose disintegrandosi avevo già raggiunta la distanza di sicurezza.

Ecco, questa è la storia di Tokma, un minuscolo pianetino che dovrebbe trovarsi proprio qui con i suoi campi, le sue vallate, i suoi boschi, con Ilky. Ma Tokma non c’è.

Da trent’anni non esiste più.

Ogni anno, quando inizia la primavera, io vengo qui e porto dalla Terra un mazzo di rose rosse. Eccolo, è vicino a me. Fra breve lo lancerò nello spazio poiché qui è la tomba di Ilky. A lei, le rose, piacevano tanto.

FINE

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