di ROBERT SHECKLEY
Illustrazioni di WILLER

Sheckley: illustrazione originale

Vi racconto una strana storia. Che ha a che fare con Giuseppe Festino e Robert Sheckley…

Il mio amico Giuseppe Festino leggendo un breve racconto di Robert Sheckley (pubblicato in Italia su Urania n. 10 del primo agosto del 1953), immaginò quale dovesse essere il finale e fu piuttosto deluso, perché era del tutto diverso!

Decise così di riscrivere di suo pugno il racconto, terminandolo a suo modo.

Ma non solo: essendo lui soprattutto un illustratore, decise anche di trasformarlo in un fumetto di quattro pagine!

Noi pubblicheremo in tre settimane questa strana avventura.

Cominciamo con il racconto di Robert Sheckley.

Abbiamo regolarmente chiesto all’Ufficio Legale di Mondadori il permesso di utilizzare la loro traduzione, ma fino a oggi, nessuna risposta è giunta. Il racconto originale è ormai fuori dai diritti di Copyright, per cui lo abbiamo tradotto noi, evitando ulteriori attese.

Il titolo originale è Proof of Pudding, fa riferimento a un modo di dire, secondo cui, “non importa quanto sia bello il budino, l’importante è quanto sia buono.”

Avendo rifiutato anche il titolo della prima traduzione (Fuga nel sogno), che tra l’altro tenta di dare una spiegazione al finale, il nostro titolo è diventato:

Ha proprio sapore di pollo!

Le immagini in bianco e nero sono tratte dalla pubblicazione originale su Galaxy Science Fiction dell’agosto 1952.

Il prossimo giovedì pubblicheremo il racconto rivisto da Giuseppe Festino e il giovedì successivo termineremo con la pubblicazione del fumetto.

Immaginando che tutto ciò rappresentanti una vera curiosità, speriamo di ricevere molti commenti. Grazie per la vostra partecipazione.

 

Aveva le braccia stanchissime, eppure alzò ancora scalpello e martello. Aveva quasi finito; poche lettere e l’iscrizione incisa profondamente nel granito, sarebbe stata pronta. Arrotondò meglio l’ultimo punto e si risollevò, gettando distratto gli attrezzi sul pavimento della caverna.

Era contento: si asciugò il sudore e la polvere dal viso e lesse il suo scritto.

MI SONO SOLLEVATO DAL FANGO DEL PIANETA.
NUDO E INDIFESO HO COSTRUITO I MIEI ATTREZZI.
HO COSTRUITO E HO DEMOLITO, CREATO E DISTRUTTO.
HO FATTO UNA COSA PIÙ GRANDE DI ME CHE INFINE MI HA DISTRUTTO.
IO SONO L’UOMO E QUESTA È LA MIA ULTIMA OPERA.

Sorrise. Quel che aveva scritto era cosa giusta. Non come opera letteraria, forse. Ma un tributo alla razza umana, scritto dall’ultimo uomo sulla terra. Fissò gli attrezzi. Ormai non servivano più, così li dissolse.

Però il lavoro gli aveva messo fame. Si acquattò nella caverna e creò la sua cena. Fissò un attimo il cibo, domandandosi che cosa mancasse; poi, con calma, creò il tavolo e la sedia, le posate e i piatti. Era imbarazzato. Se ne dimenticava sempre.

Non c’era nessun motivo di affrettarsi, eppure mangiò in fretta, notando che non inventava mai niente di speciale: creava sempre hamburger, purè di patate, piselli, pane e gelato. Abitudine, pensò. Quando ebbe terminato, fece sparire i resti della cena, come pure i piatti, le posate e il tavolo. Tenne la sedia, si sedette e fissò pensoso l’iscrizione.

È bella, pensò, ma non ci sarà nessun essere umano a leggerla, tranne me.

Era ben certo di essere l’ultimo uomo vivente sulla Terra, la guerra era stata totale. Totale come solo l’Uomo, un animale scrupoloso, poteva fare.

In questa guerra non c’erano stati paesi neutrali, nessuna politica di compromesso. O stavi da una parte, o stavi dall’altra. Batteri, gas, radiazioni hanno avvolto tutta la Terra in una enorme nuvola. Nei primi giorni di guerra, invincibili armi segrete si sono succedute con una regolarità quasi monotona. Quando infine l’ultima mano ha premuto il bottone finale, sono ancora piovute dal cielo le bombe a guida automatica indistruttibili. La povera Terra era ormai un enorme rottamaio senza più nessun essere vivente: né piante, né animali, da un polo all’altro.

Lui aveva assistito allo spettacolo. Aveva aspettato finché non ebbe la certezza che l’ultima bomba fosse stata sganciata; solo allora era tornato.

Ma come sei stato intelligente, pensò amaramente fissando l’ingresso della caverna, la pianura di lava dove si era posata la sua astronave e le montagne contorte che c’erano dietro.

Sei un traditore, ma chi se ne importa!

Era stato Capitano nella Difesa dell’Emisfero Occidentale. Nei primi due giorni di battaglia, aveva subito capito cosa doveva fare. Aveva riempito una nave veloce con taniche d’aria, scatolette di cibo e acqua ed era scappato.

Nella confusione seguita alle distruzioni, sapeva che nessuno lo avrebbe cercato. Con la grossa nave era volato sul lato oscuro della luna e lì aveva aspettato. La guerra era durata dodici giorni. Però fu costretto ad aspettare sei mesi perché i missili automatici smettessero di cadere. Solo allora era sceso.

Fu l’unico sopravvissuto

* * *

Aveva immaginato che non sarebbe stato lui il solo a capire l’inutilità di quella guerra e che altri avessero caricato le loro navi per nascondersi sul lato scuro della luna. Ma evidentemente non c’era stato il tempo necessario per questo piano, anche se molti lo avevano pensato. Aveva creduto di poter trovare gruppi di sopravvissuti, invece non trovò nessuno. Una guerra totale.

L’atterraggio sulla Terra avrebbe potuto essere letale per lui, perché l’aria era avvelenata. Anche se non gliene importava nulla, ora era vivo. Probabilmente era immune ai diversi tipi di germi e radiazioni, o forse faceva parte dei suoi nuovi poteri!

Non aveva visto alcuna forma di vita, saltando da una rovina all’altra, nelle valli e nelle pianure inaridite e su montagne bruciate, ma aveva scoperto qualcosa.

Il terzo giorno di vita su questa nuova  terra, si accorse di avere il potere di creare. Mentre era circondato da rocce e metalli fusi aveva malinconicamente pensato a un albero, ed era apparso. Nel resto della giornata aveva fatto altri esperimenti e scoprì di poter creare qualsiasi cosa avesse già visto, o sentito descrivere.

Ciò che conosceva meglio, lo creava perfettamente. Se ne aveva solo sentito parlare o l’aveva visto sui libri, come le case per esempio, tendevano a venire fuori un po’’sghembe e imprecise. Anche se poi poteva migliorarle ripensandole nei dettagli. Tutto ciò che creava era a tre dimensioni. Il cibo, poi, aveva proprio il sapore giusto e gli pareva lo nutrisse davvero. Poteva benissimo scordarsi di una delle sue creazioni, andare a dormire e quando si risvegliava era ancora tutto lì. Gli riusciva bene anche il dis-creare. Un unico pensiero ben diretto e la cosa che aveva creato, svaniva. Più l’oggetto era grande, più gli serviva tempo per eliminarlo.

Poteva far scomparire anche le cose che lui non aveva creato: le valli, le montagne; però gli ci voleva un bel po’ di tempo. Gli pareva che la materia che creava lui gli risultasse più facile da gestire. Poteva far comparire uccelli e piccoli animali,  meglio,  cose che gli assomigliavano.

Non aveva mai provato a creare un essere umano.

Lui non era uno scienziato; era stato un pilota spaziale. Aveva solo un vago concetto della teoria atomica e nessuna idea di cosa fosse la genetica. Credeva che potesse esserci stato un mutamento all’interno del suo plasma germinale, o nel suo cervello, o magari su tutta la Terra. Il perché questo fosse successo non lo interessava per niente. Era così e per lui andava bene.

Guardò ancora una volta la sua lapide. C’era qualcosa che lo turbava.

Certo, lui poteva crearla, ma non era affatto sicuro che l’opera sarebbe sopravvissuta quando lui non ci fosse più stato. Le sue creazioni sembravano stabili, ma forse si sarebbero dissolte con la sua sparizione. Da qui quel compromesso. Aveva creato uno scalpello e un martello, però aveva scelto una parete di granito che non aveva creato lui. Poi aveva intagliato le lettere nella parete interna della caverna, perché gli elementi non le danneggiassero; aveva lavorato molte ore senza fermarsi, aveva mangiato e dormito vicino alla parete.

Dall’ingresso dalla caverna vedeva la sua astronave, ritta in mezzo alla pianura calcinata. Non aveva nessuna ragione per tornare lì. L’iscrizione ben incisa profondamente nella roccia eterna aveva richiesto sei giorni di lavoro!

Il pensiero che lo aveva turbato poco prima, fissando il granito, venne finalmente a galla. Gli unici che avrebbero potuto leggere quella iscrizione dovevano provenire dalle stelle. E come l’avrebbero potuta decifrare?

Fissò l’iscrizione furibondo. Avrebbe dovuto utilizzare dei simboli, piuttosto. Ma quali simboli? Matematici? Ma certo, però che cosa poteva raccontare degli uomini a quel modo? E poi, come poteva pensare che un giorno avrebbero scoperto proprio quella caverna? Era del tutto inutile lasciare un’iscrizione, perché la storia dell’uomo era già indelebilmente registrata sulla crosta bruciata dell’intero pianeta.  Maledì la propria stupidità, l’aver buttato via sei giorni a lavorare su un messaggio inutile. Era sul punto di annientare l’intera creazione ma fu costretto a voltarsi perché gli sembrò di sentire dei passi all’imbocco della caverna.

Quasi fece cadere la sedia alzandosi in piedi.

Era comparsa una ragazza. Sbatté gli occhi stupito, ma non scomparve, alta, capelli scuri, un vestito logoro e sporco.

Ciao, disse lei ed entrò nella caverna. “Ti ho sentito martellare fin da laggiù.”

Lui le offrì automaticamente la sedia e ne creò un’altra per sé. La ragazza la provò incerta, poi si sedette.

“Ti ho visto fare questa cosa, disse lei, ma ancora non ci posso credere. Specchi?”

“No,” mormorò lui incerto. “Io creo. Cioè, ho il potere, ma aspetta un attimo! Tu come hai fatto a venire fin qui?” lo aveva chiesto, ma al tempo stesso stava valutando e respingendo tutte le possibilità. Nascosta in una caverna? In cima a una montagna? No: c’era un’unica possibilità

“Io ero sulla tua nave, amico.” Si appoggiò alla sedia e si afferrò le ginocchia. Quando hai caricato la nave, ho immaginato che te la stessi battendo. Io ero stufa di preparare spolette per diciotto ore al giorno, per cui mi sono imboscata. Ci sono altri sopravvissuti?”

“No. Perché non ti ho mai vista?” Fissò la ragazza, sporca ma bellissima e un vago pensiero gli attraversò il cervello. Allungò una mano e le toccò un braccio, lei non si ritrasse, ma adesso era, chiaramente infastidita.

“Sono vera, disse dura. “Tu mi hai sicuramente vista alla base. Non ricordi?”

Provò a ripensare i tempi della base: sembrava fossero trascorsi secoli. In effetti c’era stata una ragazza dai capelli scuri: una che non lo aveva mai guardato di striscio.

“Credevo di morire congelata,” raccontava lei. “Ero comunque in coma poche ore dopo il decollo. Hai un sistema di riscaldamento schifoso in quel cassone!” Tremò al ricordo.

“Per non sprecare ossigeno,” le spiegò lui. “Si mantiene caldo e ossigenato solo lo scomparto di pilotaggio. Se devo andare a prendere delle scorte metto la tuta spaziale.”

“Be’, allora sono contenta che tu non mi abbia vista,” rise la ragazza. “Potevo sembrare un mostro, coperta di brina e mezza morta. Una specie di bella addormentata, credo! E sì, ero congelata. Quando hai riaperto il compartimento sono resuscitata. È andata così. Penso che siano passati alcuni giorni. Come mai non mi hai vista?”

“Credo di non essere mai tornato dentro a guardare, ammise lui. “Mi sono subito accorto che non avevo alcun bisogno di viveri. Strano, ero sicuro di aver aperto tutti gli scompartimenti, anche se non ricordo bene.

La ragazza osservò l’iscrizione alla parete. “E quello cos’è?”

“Pensavo di lasciare una sorta di testimonianza.”

“E chi dovrebbe leggerla?” chiese lei in tono pratico.

“Immagino nessuno. Era solo un’idea stupida.” Lui si concentrò sulla scritta e in pochi istanti la parete di granito diventò completamente liscia. “Ma non riesco proprio a capire come puoi essere sopravvissuta,” continuò lui perplesso.

“Ma è successo. Io non capisco come tu faccia a creare,” indicò la sedia e la parete. “Però lo fai e per me va bene così. Perché tu invece non accetti che io sia sopravvissuta?”

“Non capir male,” disse l’uomo. “Mi piacerebbe avere compagnia. Moltissimo. Soprattutto femminile. Solo che… Puoi voltarti?”

Lei obbedì con espressione interrogativa. Lui distrusse velocemente la barbetta che aveva sul viso, creò un paio di pantaloni stirati e una camicia. Si tolse l’uniforme malridotta e indossò i vestiti nuovi, distrusse i vecchi stracci. Poi, ripensandoci, creò anche un pettine e se lo passò nei capelli aggrovigliati.

Ecco, disse. “Adesso puoi voltarti.”

Non male, rise lei guardandolo dall’alto in basso. “Mi impresteresti il pettine e se volessi anche prepararmi anche un bel vestito? Taglia quarantotto, ma non stretto, per favore.”

* * *

Dopo tre tentativi ottenne quello giusto: non si era mai reso conto di quanto fossero complicati i vestiti da donna. Poi creò anche un paio di sandali dorati coi tacchi alti.

“Un po’’strettini,” disse lei indossandoli e poco pratici in mancanza di marciapiedi. Però grazie. Questo tuo trucco risolverebbe tutti i problemi dei regali di Natale, no?” Al sole di mezzogiorno i capelli scuri della ragazza scintillavano. Lei pareva davvero bella, calda e molto umana.

“Vediamo se anche tu puoi creare,” la stimolò l’uomo, ansioso di condividere con lei quella sua nuova capacità.

“Ci ho già provato,” disse lei. “Niente da fare. Il mondo è ancora degli uomini.”

Si accigliò. “Come posso essere assolutamente sicuro che tu sia vera?”

Sheckley: illustrazione originale“Ancora? Ti ricordi di avermi mai creato, Maestro?” chiese lei scherzosamente, mentre si chinava ad allacciare una cinghietta dei sandali.

“Mi è successo di pensare alle donne,” disse lui cupo. “Potrei averti creata mentre ero addormentato. Forse il mio subconscio ha la capacità di creare, come la mia mente conscia. Perché no? Magari ti ho anche creato una memoria, ti ho fornito una storia. Saresti stata plausibilissima. E se il mio subconscio ti avesse creata, si sarebbe anche assicurato che la mia mente conscia non venisse mai a saperlo.”

“Sei ridicolo!”

“Perché se la mia mente conscia lo avesse saputo,” continuò lui implacabile, “avrebbe rifiutato la tua esistenza. Come creazione del mio subconscio tu avresti la funzione di non farmelo mai capire. “Allora, se la tua mente è così abile, fammi vedere che puoi creare una donna!” Incrociò le braccia e si appoggiò allo schienale, con un deciso cenno del capo.

“E va bene.” Puntò lo sguardo sulla parete della caverna e cominciò ad apparire una donna. La forma era bruttissima, un braccio troppo corto, le gambe troppo lunghe. Se si concentrava di più era in grado di modificare al meglio quelle proporzioni, ma gli occhi erano sistemati a un’angolazione sbagliata; spalle e schiena erano abbassate e contorte. Aveva creato un contenitore senza cervello, né organi interni, un automa. Le comandò di parlare, ma da quella bocca informe uscirono solo borbottii; non le aveva fornito un apparato vocale. Distrusse subito quella figura da incubo, terrorizzato.

* * *

“Non sono uno scultore,” disse lui. “E non sono un dio.”

“Meno male che te ne rendi conto.”

“Il che non prova ancora,” continuò lui testardo, “che tu sia vera. Non so di cosa sia capace il mio subconscio.”

“Fa’ qualcosa per me,” disse lei improvvisamente.” Sono stufa di sentirti dire idiozie.”

Ho ferito i suoi sentimenti, pensò lui. L’unico altro essere umano esistente sulla Terra e io la ferisco.”

Lui annuì, poi le prese la mano e la condusse fuori dalla caverna.

Sulla piatta pianura nera, creò una città. Aveva già provato quell’esercizio qualche giorno prima e questa volta gli risultò molto più facile. La città si ispirava ai disegni e ai sogni della sua infanzia, tratti dalle “Mille e una Notte”, con grandi torri nere, bianche e rosa. Le mura di rubino lucente e le porte di ebano incastonate d’argento. Le torri erano d’oro rosso in cui in cui erano incastonati zaffiri scintillanti. C’era una grande scalea di avorio pallido che si arrampicava sulla più alta guglia opalina. E anche lagune di acqua azzurra e uccellini che vi fluttuavano sopra, mentre pesci d’oro e d’argento guizzavano nelle acque profonde.

Passeggiarono per la città e lui creò per lei rose bianche, gialle e rosse e giardini di boccioli esotici. Tra due edifici sormontati da cupole e guglie creò un grande stagno; lì pose a galleggiare una grande barca molto comoda con un baldacchino purpureo e la riempì di tutti i cibi e le bevande che la sua mente potesse ricordare.

* * *

Navigarono per la laguna, spinti dalla brezza gentile che lui aveva creato.

“E tutto ciò è falso,” le ricordò dopo un po’.

La donna sorrise. “No, che non lo è. Lo puoi toccare. È tutto vero.”

“Ma se io muoio rimarrà ancora qui?”

“E che importa? A proposito, se puoi fare tutto questo, riuscirai anche a curare qualsiasi malattia. Magari potresti eliminare la vecchiaia e la morte.”

Lei raccolse un fiore da un ramo pendulo e ne annusò il profumo. “Potresti fare in modo che questo non svanisca e muoia. Probabilmente potrai fare la stessa cosa con noi, per cui dov’è il problema?”

“Non vorresti andartene?” disse lui fumando una sigaretta che si era appena creato. “Non ti andrebbe di scoprire un nuovo pianeta, mai raggiunto dalla guerra? Non vorresti ricominciare?”

“Ricominciare, dici? Magari tra un bel po’. Al momento non voglio nemmeno avvicinarmi alla nave. Mi ricorda troppo la guerra.”

Navigarono ancora un po’.

“Che dici: adesso credi che io sia vera?” domandò lei.

“Se dovessi essere molto onesto, no,” rispose lui. “Però vorrei davvero poterlo credere.”

“Allora ascoltami,” disse lei piegandosi in avanti. “Io sono vera.” Gli cinse il collo con le braccia. “Sono sempre stata vera. Sarò vera per sempre. Vuoi una prova? Bene, io so di essere vera. E tu sei vero? Che altro vuoi?”

Lui la fissò per un lunghissimo istante, percepì il tepore delle sue braccia attorno al collo, sentì il suo respiro. Sentiva molto bene la fragranza della sua pelle e dei capelli, l’essenza inconfondibile della sua individualità.

Parlò lentamente: “Io ti credo. Io ti amo. Come ti chiami?”

Non rispose subito. “Joan.”

“Che strano,” disse lui. “ho sognato a lungo di una ragazza che si chiamava Joan. E il tuo cognome, qual è?”

Lei lo baciò.

Le rondini che lui aveva creato garrivano in cielo: le sue rondini. Roteavano in grandi cerchi sopra la laguna, i suoi pesci guizzavano senza meta avanti e indietro e la sua città si stendeva, orgogliosa e bellissima ai piedi dei monti di lava contorta.

“Non mi hai detto quale sia i tuo cognome,” disse lui.

“Ah sì. Il cognome di una ragazza non è interessante: assume sempre quello del marito.”

“Sei troppo evasiva!”

Lei sorrise. “Sì, ma noi non stiamo evadendo?”

 

Robert Shecley July 16, 1928 Traduzione © Franco Giambalvo, 2019