Iron Manager

4Iron-manager Il traghetto sta lasciando cala Gavetta, e Anna già prova nostalgia della Maddalena. Sale nel punto più alto, col maestrale che le scompiglia i capelli. Tiene giù la gonna con entrambe le mani sul davanti, ma teme che sul retro stia svolazzando all’altezza della vita. Forse proprio per questo la raggiunge al parapetto bianco un signore molto elegante, un tipo alto, atletico e brizzolato, fra i 50 e i 55. Le maniche della camicia di lino verde salvia sono arrotolate sugli avambracci, mettendo in risalto un orologio di quelli che Anna non sa quanto costino e non vuole neanche saperlo. Un orologio lussuoso come i suoi occhiali da sole, attraverso i quali la scruta con sguardo così magnetico, che la ragazza ringrazia il cielo di non avere otturazioni metalliche in bocca, altrimenti rimarrebbe senza denti. Le parla: “Bella la Maddalena, vero? E pensare che domani a quest’ora sarò chiuso in ufficio!”

“Di cosa si occupa?”, domanda lei.

“Lavoro per una multinazionale svizzera… Acciaio”.

“Ah! Iron Manager!”

“Come?”

Oh mamma, non l’ha capita, le tocca spiegargliela!

“Iron Man… ager”, scandisce sorridendo.

“Ahah… Non ci avevo mai pensato. Forse perché sono un impiegato, non un manager”.

Pensa che Anna se la beva?

“Direttore generale o amministratore delegato?”, gli domanda lei a bruciapelo.

Lui la guarda con stupore, divertimento e sguardo da triglia: “Amministratore delegato”.

“Acciaio? Quindi producete armi in modo da far accoppare gli altri fra loro con la scusa che la Svizzera è neutrale?”

Il volto dell’amministratore delegato s’indurisce. La mascella sporge in avanti, le sopracciglia tendono ad incontrarsi sopra quelle fessure che poco fa erano begli occhi.

“Produciamo parti di orologi e di occhiali”, risponde meccanicamente, con voce improvvisamente metallica. La bocca s’è fatta crudele, con gli angoli verso il basso. Una vena pulsa sulla fronte.

Il traghetto sta arrivando a Palau.

Iron Manager si dilegua senza salutare.

Anna sale sul pullman per Olbia e riprende a leggere un libro, tentando di non pensare. Eppure non riesce a fare a meno di immaginare l’iron-stronzo delegato mentre conta gli orologi per le sue bombe e le montature per le lenti dei mirini.

Non si è accorta che lui è salito sullo stesso pullman. Seduto dietro di lei, Iron Manager ne vede solo una ciocca di capelli biondi che spunta da un lato del poggiatesta.

L’uomo è ancora accigliato. Tira fuori il tablet e comincia a scrivere:

“Diario della missione in incognito, strada verso Olbia, data terrestre 29 luglio 2014 – Non so cosa mi sia venuto in mente di spacciarmi per dirigente di una multinazionale svizzera per far colpo su un’umana. Il risultato è che lei ora pensa che io sia un guerrafondaio. Guerrafondaio proprio io! Io che sono su questo pianeta per studiare possibili strategie intergalattiche per evitarne la distruzione”.

Anche gli alieni soffrono il mal di macchina. Così, Iron interrompe il suo resoconto, perché fissare le scritte gli ha provocato una forte nausea. La sua vicina di sedile se ne accorge. È una signora sulla settantina, rotondetta, dotata di forte istinto materno. Lo soccorre, offrendogli un’apposita pastiglia. L’extraterrestre sta così male che accetta impulsivamente e ingerisce il farmaco anti-cinetosi. Che effetto potrà avere su un organismo alieno?

Iron Manager avverte una sorta di fiammata scaldargli lo stomaco per poi propagarsi in tutto il corpo. Sente la testa leggera, non può fare a meno di cominciare a ridacchiare, in preda ad un’inspiegabile stato di euforia.

Si accorge che più avanti, vicino ad Anna, c’è un posto libero, con tre falcate la raggiunge e, si lascia cadere al fianco della donna. Lei trasale, lo guarda stupita e si rende subito conto che è brillo.

“Senti bellezza – l’apostrofa lui – ti devo dire la verità”.

“Non occorre!”, s’affretta a tranquillizzarlo lei, che non vuole sapere troppo di armi e stragi.

“No, no, te la voglio raccontare proprio. Io non sono né Iron, né Manager, e neanche Man, perché sono un alieno. E sono qui per salvare l’umanità dall’autodistruzione. Ecco. Te l’ho detto. Tu non ci crederai, ma questa è la pura verità”.

Lei rimane per un lungo momento in silenzio, mentre lui sostiene il suo sguardo. Ognuno dei due si specchia nelle pupille dell’altro come se vedesse se stesso per la prima volta.

“Tu sei un extraterrestre”, sussurrò Anna.

“Sì, è vero! Te l’assicuro!”, risponde lui concitato.

“No, no. Non era una domanda. Era un’affermazione – precisa lei -: tu sei un extraterrestre!”.

“Quindi mi credi?”, si stupisce l’alieno.

“Certo!”, ribadisce Anna con calma.

“E perché? Non è normale. Perché mi credi?”, sembra quasi protestare lui.

“Perché ho una scollatura vertiginosa e tu mi stai guardando negli occhi. Non è umano”.

L’effetto fulminante del farmaco sta passando, e Iron Manager non è più ubriaco. Tornato in sé si è reso conto del pasticcio combinato e vuole rimediare:

“Non ti guardo il decolté perché sono un terrestre gay”.

“Non me la bevo. Un gay sbircerebbe per vedere se il colore del reggiseno è intonato col mio ombretto”.

“Cos’è l’ombretto?”

“Ahah! Visto? Non sei un umano gay, perché non sai cosa sia l’ombretto, e non sei un umano etero perché non hai guardato nella scollatura. Sei un alieno”.

Il pullman arriva davanti all’aeroporto di Olbia. L’autista è agitato, si è fermato in un brutto punto, troppo traffico, troppi arrivi e troppe partenze. Invita i passeggeri a recuperare in fretta le valigie e arrivederci.

Mentre Anna prende il suo trolley, perde di vista un momento l’alieno e questi si dilegua.

Le viene da ridere fra sé e sé e pensa: “Credeva davvero che mi fossi bevuta la balla dell’alieno o del gay? Razza di guerrafondaio ubriacone asessuato e bugiardo! Tutti i peggiori difetti dei terrestri concentrati in un unico essere umano!”.

Nel frattempo, l’extraterrestre si sta imbarcando furtivamente sull’aereo per LInate e pensa:

“Sciocca ragazza! Anche gli alieni guardano le tette! Ma, ovviamente, usano il terzo occhio nascosto sotto al mento!”.

Anna Laura Folena (2015)

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Chi sono:

Appassionato di fantascienza credo da sempre, ma scoperto di esserlo in quarta elementare quando mi hanno portato a vedere "La Guerra dei Mondi" di Byron Haskin: era il 1953 e avrei compiuto nove anni in quell'autunno.

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