Prima puntata

Senza che nessun aereo sia segnalato dal servizio di vigilanza, il centro di Londra viene bruciato da un’ondata di luce accecante ad altissima temperatura…

Tutto cominciò nel lontanissimo 1958. Ero alle mie prime letture di fantascienza e improvvisamente, un giorno, mi capitò tra le mani un Urania dal titolo elettrizzante: Universo in fiamme. Fu indubbiamente un amore a prima vista, e poiché già fin da allora, se un libro mi piaceva, mi affezionavo anche all’autore, il nome di Vargo Statten mi si impresse indelebilmente nella mente. Altri romanzi seguirono, tanti altri, una fila lunghissima, ma naturalmente non mi feci più sfuggire uno Statten. La forza invisibile, Ora Zero, Agguato nel tempo… Un giorno arrivai perfino a comprare un testo in francese per leggermi un romanzo del grande Statten, intitolato Trasmission X, un evento straordinario se si considera che il francese è una lingua che ho sempre cordialmente detestato.

Copertina dell’edizione originale

Poi ci furono altre letture, altri interessi, gli studi scientifici, la carriera giornalistica, e improvvisamente, un giorno del 1976, mi trovai, abbastanza casualmente a dire il vero, a dirigere una collana di romanzi di fantascienza d’avventura: Altair, per l’Editrice Il Picchio. Chi ci metto dentro, fu la prima domanda: e immediatamente un nome mi si presentò alla mente: Vargo Statten!

Ormai dovevo essere l’unico a ricordarmi del grande Vargo. Chi ne parlava mai? In quale articolo critico lo si trovava citato? E soprattutto, dove si poteva andare a ripescarlo? Chi è dentro alle segrete cose del mondo editoriale sa benissimo che non sempre è possibile procurarsi i diritti di qualche opera che si desidera, le difficoltà sono sempre numerose, ma in questo caso apparivano addirittura insuperabili. Sembrava che nessun agente trattasse questo autore. La Fleuve Noir che in Francia aveva pubblicato tanti anni prima i suoi romanzi, non rispondeva alle lettere. Avevo solo una piccola traccia. Anni prima avevo notato una pubblicazione semi professionale in casa di un amico scrittore inglese, e questa pubblicazione era una bio-bibliografia di Vargo Statten, che in effetti era inglese e si chiamava nella realtà John Russell Fearn, a cura di un certo Harbottle di cui avevo trovato tempo prima la firma su di una rivista di fantascienza americana. Anzi, ricordavo di avere scritto all’epoca ad Harbottle, ma di essermi vista respingere la lettera perché l’indirizzo era insufficiente. Ma io volevo Vargo Statten, e quindi dovevo rintracciare Philip Harbottle che sembrava piuttosto addentro alle segrete cose di questo autore.

Vargo Statten

Fortunatamente mi soccorse a questo punto un vecchio amico di Venezia, Gianpaolo Cossato, che faceva l’agente letterario. «Ma certo,» mi disse Cossato. «Ho qui un vecchio indirizzo di Harbottle, anche se non ti garantisco che sia quello giusto.»

Scrissi immediatamente e questa volta… jackpot! Il vecchio bandito con un braccio solo mi pagò una cascatella di preziose gemme… nella fattispecie un policromo pacchetto di romanzi del grande Vargo Statten! Perché non solo ero andato a ripescare l’unica persona al mondo che sa tutto, ma proprio tutto, su questo autore, ma per colmo di fortuna avevo imbroccato anche l’agente letterario!

Philip Harbottle

Harbottle, che è divenuto agente letterario proprio per vendere in tutto il mondo le opere dell’autore preferito della sua giovinezza (e non solo della sua, ma di altri milioni di giovani lettori americani, inglesi, argentini, tedeschi, olandesi, rumeni…) fu prodigo di materiale e di consigli. Scoprimmo di avere gusti comuni, e una sconfinata ammirazione per questo autore inglese che col suo vero nome fu notissimo negli anni 30-40, per poi raggiungere una fama invidiabile in patria negli anni cinquanta quando, mentre gli altri autori di fantascienza annaspavano disperatamente nel tentativo di vendere qualche rara opera, riusciva già a vendere la bellezza di dieci milioni di volumi in un paio d’anni! E Harbottle mi spiegò anche il mistero. Morto John Russell Fearn nel 1960, la vedova, che non era molto esperta di diritti e ignorava la posizione relativa alle opere del marito, preferì soprassedere alle richieste di ristampe degli editori, in modo che il nome dello scrittore figurò sempre meno nei cataloghi delle novità, soppiantato dai nuovi astri nascenti della fantascienza britannica, i Ballard, gli Aldiss, i Christopher, dalla stagione letteraria breve ma dal complesso meccanismo pubblicitario ben appoggiato dagli editori più a la page. Si sa, poi, come vanno le cose nel mondo editoriale. Basta che un nome cominci a non circolare, perché l’interesse, anche vivo, su di esso, venga frustrato in una continua serie di ricerche infruttuose, che spesso inducono anche il più paziente editor ad arrendersi. E questo era appunto il destino toccato a JRF, meglio conosciuto da noi come Vargo Statten.

In Italia, a complicare le cose si è creduto per molto tempo che Vargo Statten fosse un francese, perché tutti i suoi romanzi pubblicati su Urania portavano un titolo originale francese, in quanto acquistati dalla casa editrice francese Fleuve Noir e tradotti dal francese.

Grazie all’aiuto di Harbottle, del quale ero nel frattempo divenuto coagente per l’Italia, potevo già presentare nel 1977 sul numero 5 di Altair il primo romanzo di Vargo Statten, dopo ben 23 anni di assenza. Il romanzo era intitolato Esodo cosmico (Cosmic Exodus) ed era uscito nel 1953 in Inghilterra con lo pseudonimo di Conrad G. Holt, uno dei numerosissimi nom-de-plume di JRF. Era un sasso nella piccionaia. Un’operazione letteraria provocatoria al massimo, in un momento in cui in Italia si faceva sentire la linea cosiddetta ‘impegnata’ della fantascienza, riproporre uno dei romanzi avventurosi e privi di ‘impegno’ politico o sociale (per lo meno, in apparenza) di Statten poteva sembrare un sacrilegio. Eppure ci provai, e rimasi alla finestra, per osservare le reazioni.

Il pubblico si divise immediatamente in due. Una parte, leggermente più numerosa — almeno stando alle lettere ricevute — si schierò a favore di Statten, valutandone l’opera per quello che era: un romanzo avventuroso, piacevole, anche se non eccessivamente impegnato, scritto vent’anni prima, ma ancora godibile, nonostante qualche punto datato, che andava letto per puro divertimento. Un’altra parte lo stroncò, e purtroppo bisogna dire che in questo gruppo ci furono anche ‘critici’ ed ‘esperti’, quelli con le famose virgolette, per intenderci. Un grosso successo di pubblico, insomma, e un mezzo fiasco di critica, tanto per intenderci, ma soprattutto un grosso equivoco da parte di chi aveva valutato questo romanzo applicando i metri di critica con cui si valuta l’opera di un Delany o di un Brunner.

Ugo Malaguti

Tra gli esperti, una sola voce favorevole, incoraggiante, che spezzò senza mezzi termini una lancia a favore di Vargo Statten: Ugo Malaguti. Grazie al cielo questo era anche un esperto senza virgolette, per cui mi sentii incoraggiato a proseguire l’esperimento, come del resto volevano i lettori.

E così altri romanzi seguirono, sempre avvincenti, ben congegnati, con la netta divisione dei personaggi in buoni e cattivi, stile anni cinquanta, e una psicologia un po’ semplice, ma immediata, tipica del buon romanzo d’azione. Perché il pregio di Vargo Statten è appunto questo: di narrare dei fatti, di far partecipare il lettore in modo intenso all’azione, creando degli stati d’animo immediati che non richiedono una grossa problematica interiore. L’aspetto umano di Vargo Statten è sempre molto sentito ed è senz’altro superiore a quello scientifico, che indubbiamente è più freddo e pacato. Questa sua peculiarità di scrittura, anzi, è la vera ragione per cui, già in tempi difficilissimi, come negli anni cinquanta, poteva permettersi di raggiungere tirature che gli autori di fantascienza, a parte le debite eccezioni, ancora oggi si sognano. Perché Vargo Statten va al cuore del lettore prima ancora della mente, e solo dopo aver suscitato la dovuta ‘emozione’ nel lettore, si permette di stordirlo con avventure grandiose, con girandole d’avvenimenti straordinari, e con un’inventiva sempre fresca e per nulla intellettualizzata che offre sicuramente il piacere di una lettura distensiva.

E così, come ho detto all’inizio del lunghissimo capoverso precedente, ho proseguito, nelle varie collane da me dirette, con altri romanzi di Vargo Statten, L’uomo venuto dal nulla, Nel vortice del tempo, Intrigo cosmico, I creatori del sole, L’uomo che venne dal futuro, mentre contemporaneamente per una di quelle misteriose empatie che si verificano sempre nell’ambito editoriale Statten veniva ripubblicato nei più lontani paesi del mondo, dalla Germania all’Argentina, e così via.

 Questa è la storia della mia riscoperta di Vargo Statten; l’autore preferito della mia giovinezza, che sono riuscito a ripresentare finalmente al pubblico italiano a distanza di ben vent’anni.

continua

Articolo scritto da