Alla ricerca di qualcosa di bello, ci siamo imbattuti nel sito Liber Liber, che già avevano visitato per merito, o per colpa, del nostro amico Massimo Mongai, che durante una delle nostre ultime chiacchierate mi aveva appunto rivelato come i suoi romanzi Memorie di Un cuoco di astronave e Il gioco degli immortali li avesse concessi in distribuzione gratuita a Liber Liber.

Seguendo questo spunto, abbiamo deciso di proporre ai nostri lettori un racconto minore di Herbert George Wells, tratto da: Novelle straordinarie / H. G. Wells; [il-lustrazioni di Celso Ondano]. – Milano: Fratelli Treves, 1905. Si tratta de L’Osservatorio di Avu (In the Avu Observatory) 1894.

Sul libro non è specificato il nome del traduttore italiano. I diritti di copyright risultano ormai scaduti. Ho deciso di lasciare la traduzione così come ci è arrivata, con tutto il sapore di antico italiano che vi sprigiona. Ho conservato anche l’illustrazione interna di Celso Ondano.

Buona lettura e fateci sapere il vostro parere.

 

L’Osservatorio di Avu, a Borneo, è posto in cima al monte, non lungi da un vecchio cratere profilantesi nell’ora vespertina sul cupo del cielo infinito,

Dalle basi del piccolo edificio circolare, dal tetto a calotta in forma di fungo, il pendio del monte è brullo e roccioso, e rapidamente scende scosceso ed orrido, perdendosi nelle nere profondità misteriose della foresta tropicale. Poco lontano dall’Osservatorio, ad una cinquantina di metri, vi è la casetta dell’astronomo e del suo aiutante; e, poco discosto ancora, vi sono le capanne dei servi indigeni, i Dyak.

Thaddy, l’astronomo, era in quel giorno in letto con la febbre, e l’aiutante Woodhouse, prima d’incominciare la sua guardia solitaria, si era indugiato fuori ad ammirare, estatico e silenzioso, quella notte tropicale.

L’atmosfera era calma, e solo di tanto in tanto udivasi qualche voce o qualche risata sonora, dalle capanne degli indigeni, oppure un vago e lontano urlo di qualche strano animale, dalla lontana e impenetrabile foresta.

Moltissimi insetti notturni gironzavano quali fantasmi intorno alla lanterna di Woodhouse, mentre questi, sempre silenzioso ed estatico, pensava forse a tutte le scoperte che avrebbe potuto fare nella giungla misteriosa che dormiva a’ suoi piedi. Per uno scienziato le foreste di Borneo sono sempre una fonte inesauribile di misteri e di scoperte impreviste.

Finalmente, Woodhouse si scosse, entrò nell’Osservatorio ove si spalmò il viso e le mani con unguento per preservarsi dalle punture pericolose delle zanzare, e dato un profondo sospiro pensando allo sforzo fisico al quale doveva sottostare durante tutta la notte, incominciò le sue osservazioni celesti.

Il lettore non ignora, senza dubbio, che per tali osservazioni è necessaria talvolta una lunga e prolungata immobilità che richiede pazienza grandissima ed attenzione non meno intensa. Ed il lettore non ignora neppure in qual modo è costruito un Osservatorio astronomico.

La sua forma è per lo più circolare, sormontata da tetto assai leggiero, di forma emisferica e mobile intorno al suo asse e di facile manovra per chi si trova nell’interno. Il telescopio è posto al centro sopra una colonna in pietra, ed un movimento di orologeria, fa seguire all’istrumento il movimento rotatorio della terra; così una stella, una volta trovata, può essere studiata in modo continuo. Inoltre vi ha un sistema di ruote ad ingranaggio e di viti di varie grandezze, che permettono all’osservatore di mettere a fuoco il telescopio. Naturalmente un foro esistente nel tetto in corrispondenza dell’obbiettivo, ne segue il movimento durante l’osservazione celeste. L’astronomo è seduto o coricato sopra una specie di sedile a piano inclinato che mediante apposite leve può prendere tutte le posizioni necessarie, a seconda dell’esigenza dell’osservazione. Nell’interno è indispensabile una completa oscurità per poter bene osservare i corpi celesti.

Ma torniamo al nostro amico Woodhouse. Egli era dunque entrato nell’Osservatorio con la sua lanterna che a mala pena, rischiarava l’ambiente, tanto la sua luce era fioca. Dal foro del tetto si scorgeva la profondità trasparente dell’azzurro cielo, nel quale vedevansi brillare con fulgidezza tropicale sei stelle bellissime, ed il loro riflesso accarezzava, con pallidi raggi, il tubo nero del telescopio. Woodhouse spostò alquanto il tetto e portandosi verso il telescopio, girando prima una ruota, poi un’altra, fece prendere al grande cilindro una nuova posizione. Osservò quindi nel piccolo cannocchiale (detto cercatore) che è annesso al telescopio, spostò ancora il tetto di una frazione di giro e mise in movimento l’apparecchio di orologeria. Fatto ciò, si tolse la giacca, perché la notte era assai calda, e si adagiò al suo posto incomodo di osservatore, posto al quale era condannato per ben quattro ore almeno. Sospirò profondamente e si rassegnò a fare da sentinella innanzi ai misteri dello spazio.

Silenzio perfetto nell’Osservatorio…. la fioca luce della lanterna era l’unico segno visibile di vita in quella stanza. Al di fuori, ogni tanto, qualche urlo di animale spaventato o ferito, qualche appello di belva alla sua compagna, o la voce dei servi Malesi e Dyaks. Uno di essi incominciò, ad un tratto, una strana e monotona cantilena, ed i compagni gli risposero in coro con un ritornello non meno strano e monotono. Dopo un po’ ogni rumore esterno cessò, ed il silenzio si fece sempre più profondo.

Nell’Osservatorio, invece, udivasi il tic-tac regolare del movimento d’orologeria misto al ronzìo delle zanzare irritate forse contro l’unguento col quale si era prudentemente spalmato il nostro Woodhouse! Ben presto la lanterna non tardò a spegnersi e la stanza rimase completamente al buio. Woodhouse era interamente assorto nell’osservazione di un gruppo di stelle della via lattea, e la sua attenzione era talmente concentrata in quel campo azzurro seminato d’argento, che quasi quasi parevagli di non essere più di questa terra, ma bensì di essere diventato anch’egli un corpo celeste, un corpo celeste che vagando di qua e di là nello spazio immenso, etereo, cercasse di raggiungere le più lontane stelle, quelle stelle che a mala pena si scorgono col telescopio. Tale era la sua illusione, mentre intensamente osservava. Ad un tratto un’ombra passò, e le stelle scomparvero brevemente, poi l’ombra scomparve e ripassò per scomparire nuovamente.

— Guarda, guarda! – pensò Woodhouse, – è certamente un uccello!

Il fenomeno, chiamiamolo pur così, si ripeté varie volte. Improvvisamente il grande tubo del telescopio oscillò violentemente, urtato da una potenza misteriosa, ed il tetto dell’Osservatorio rimbombò di una serie di colpi sonori ed affrettati.

— Per Dio! cosa diavolo succede! – esclamò Woodhouse.

Una forma grandissima, nera nera, una forma confusa munita di enormi ali, parve per pochi istanti turare completamente l’apertura della calotta dell’Osservatorio. Poco dopo, tutto sparì, e riapparve lontana, lontana, la via lattea fulgente nell’azzurro cielo. Solo udivasi un misterioso e persistente stropiccìo, ma neppure Woodhouse avrebbe potuto dirvi se proveniva dall’interno o dall’esterno del tetto, tanto l’oscurità era completa. Il nostro pover’uomo, tremante dallo spavento, sudando freddo, si alzò lentamente pensando fra sé: «È fuori o è dentro? E che cosa mai potrà essere?»

Ad un tratto il suo viso fu urtato da una cosa invisibile, e poco dopo egli udì la bottiglia che era sulla tavola fracassarsi violentemente in terra.

Il sapere che un essere strano, invisibile se non impalpabile, era a pochi passi da lui, produsse in Woodhouse una sensazione che gli fece agghiacciare il sangue nelle vene. Lì per lì fu per venir meno; ma ripigliando quel po’ di coraggio che ancor gli rimaneva, capì che alla fin fine non poteva essere altro che un enorme pipistrello o qualche altro uccello notturno. In ogni modo, qualunque cosa potesse essere, egli voleva, doveva accertarsene. Tolse dalla tasca dei pantaloni un fiammifero, lo strofinò in terra, ed appena l’ebbe acceso, vide a pochi passi distante una enorme ala agitarsi violentemente. Nello stesso istante il suo viso fu nuovamente percosso ed il fiammifero si spense.

Era stato percosso alla tempia destra, ed un artiglio invisibile gli aveva lacerata una guancia. Il pover’uomo barcollò e cadde supino, mentre la lanterna spenta, fracassandosi anch’essa in terra, andava a raggiungere i rottami della bottiglia.

Woodhouse era appena caduto, che una terza percossa alla testa, e questa più violenta delle altre, lo intontì completamente. Il sangue gli sgorgò dalla fronte colandogli tiepidamente sul viso. Istintivamente, supponendo che l’essere invisibile lo volesse acciecare, si rivoltò colla faccia contro terra, per proteggere in tal modo gli occhi, e strisciando come un serpente cercò di rifugiarsi sotto il telescopio. Ed ecco che fu nuovamente percosso sulla schiena, e tanto forte che la sua camicia ne fu lacerata; poi la bestia invisibile andò ad urtare contro il tetto.

Woodhouse, seguitando a strisciare in terra, arrivò a poco a poco sotto il foro del tetto, ed ivi giunto osò alzare la testa, e vide, profilantesi sullo sfondo del cielo stellato, una testa, enorme, come quella di un grosso mastino, con orecchie lunghe ed aguzze, e con cresta smisurata. A tal vista si diè ad urlare con quanto fiato aveva in gola. Allora la bestia cadde a terra vicino a lui. Egli menò calci all’impazzata per difendersi alla meglio; ma si sentì prendere la caviglia della gamba destra in mezzo ad una morsa di denti di acciaio! Cacciò un urlo, e questa volta di dolore, perché la bestia non abbandonava la gamba. Cercò di liberarsi coll’altra gamba, ma invano; quando, per fortuna, gli capitò sotto la mano la bottiglia rotta. L’afferrò, e nello stesso tempo con un movimento rapido e violento poté mettersi a sedere. Andò tastando colle mani, nel buio, verso la gamba prigioniera, ed il caso volle che gli capitò sotto la destra un’orecchia pelosa della bestiaccia. L’afferrò senz’altro; e colla sinistra armata della bottiglia rotta, incominciò a menare colpi indiavolati sulla testa dello strano animale. Udì come uno scricchiolio di ossa, e subito la gamba rimase libera. Allora Woodhouse tirò un poderoso calcio per liberarsi completamente; ma con sua grande meraviglia si sentì addentare una manica. Seguitò a difendersi colla bottiglia rotta menando colpi là ove supponeva fosse la testa dell’animale; ma la sua mano incontrò una superficie pelosa ed umida!… Vi fu un momento di requie.

Poco dopo si udì un fruscìo sul pavimento, ed a Woodhouse parve che la bestia si allontanasse da lui, strisciando per terra. Tutto era buio nella stanza, solo dal foro del tetto vedevasi la via lattea ed il nero tubo del telescopio.

Woodhouse rimase immobile, respirando affannosamente; rimase immobile ed indeciso su quanto doveva fare. La bestia sarebbe rimasta laggiù in fondo alla stanza, oppure sarebbe ritornata alla carica? Tale fu la domanda che si rivolse il nostro povero astronomo! Finalmente si scosse e frugò nella tasca dei pantaloni. Rimaneva un fiammifero, lo strofinò contro il pavimento; ma, ahimè! era umido, ed il fiammifero scoppiettò e si spense subito.

Woodhouse bestemmiò furibondo, tanto più che non poteva vedere da che parte era la porta. La bestiaccia, forse spaventata dallo scoppiettio del fiammifero, incominciò di nuovo a raspare ed a muoversi.

— A noi due, adesso! – gridò Woodhouse; ma la bestia non si avvicinava.

Egli pensò allora che forse fosse ferita mortalmente alla testa e se ne consolò assai; ma un acuto dolore alla caviglia gli tolse subito quella dolce consolazione!

Il timore che alzandosi in piedi non avrebbe potuto camminare, lo fece rabbrividire; d’altra parte, era inutile gridare al soccorso, nessuno l’avrebbe udito! Che fare allora? La bestia incominciò a muovere le ali con fracasso; egli allora, volendo prendere una posizione di difesa, andò ad urtare col gomito nel sedile, che cadde a terra rumorosamente.

Herbert George Wells: l'osservatorio

colla mano sinistra armata della bottiglia rotta, incominciò a menare colpi indiavolati sulla testa dello strano animale.

Woodhouse bestemmiò come un turco contro il sedile, contro l’oscurità, contro tutto e tutti, e guardando il foro del tetto gli parve che il cielo stellato si muovesse rapidamente da destra a sinistra, e da sinistra a destra. Il disgraziato stava forse per venir meno? Ciò non gli era mai successo! Serrò i pugni e strinse i denti nervosamente per richiamare tutta la sua energia. Da che parte poteva, dunque essere la porta? Pensò che avrebbe potuto orientarsi mediante le stelle che egli scorgeva dal foro del tetto. Egli vedeva appunto una parte della costellazione del Sagittario che trovavasi al sud-est. La porta poteva essere dunque al nord-est od al nord! Provò a riflettervi. Se trovava la porta, la ritirata era certa, ed egli era salvo! La bestia ormai era ferita mortalmente, non v’era più dubbio.

— Attenti! – esclamò, – se non mi vieni incontro, sarò io che ti aggredirò!

A queste parole la bestia incominciò ad arrampicarsi sopra la parete della stanza, e Woodhouse vide il profilo del suo nemico invadere progressivamente il foro del tetto. Voleva dunque andarsene? Egli dimenticò la porta, e la sua attenzione si portò sulla cupola che muovevasi cigolando. Il sentimento di paura che fino allora l’aveva invaso, a poco a poco si dileguò per far posto ad una strana sensazione: parevagli di venir meno, ed il foro del tetto apparivagli sempre più piccolo, sempre più piccolo, ed incominciò a sentirsi una grande arsura nella gola ed un gran desiderio di bere, senza però avere alcuna voglia di fare il minimo sforzo per calmare la sua sete ardente. Ad un tratto gli parve di scivolare dentro un imbuto….

Quando Woodhouse aprì gli occhi era giorno, e la sua testa posava sul ginocchio di Thaddy, l’astronomo, mentre un servo Dyak, in piedi dinanzi a lui, lo osservava attentamente.

Girò lo sguardo intorno meravigliato e mentre Thaddy gli faceva sorseggiare dell’acquavite, poté scorgere il tubo del telescopio tutto chiazzato di sangue. Si rammentò allora dell’accaduto.

— Avete ridotto in un bello stato l’osservatorio! – gli disse Thaddy.

Il servo Dyak sbatté un uovo nell’acquavite e Woodhouse bevve avidamente e si alzò in piedi. Subito provò un acuto dolore. La caviglia della gamba destra era fasciata, il braccio sinistro ed una guancia erano anche fasciati! Guardò in terra e vide la bottiglia rotta macchiata di sangue, il sedile rovesciato e, vicino alla parete, una pozza di sangue nerastro.

— Ma chi diavolo ha aperto qui un ammazzatoio?! – esclamò. – Portatemi via di qui!

E si rammentò completamente della lotta sostenuta contro la bestiaccia.

— Che razza di bestia era dunque? – domandò egli a Thaddy.

— Voi lo sapete meglio di me! Ma per ora non ne parliamo; bevete piuttosto ancora un poco di questa acquavite e venite a riposarvi.

E lo accompagnò, sostenendolo, nella sua camera; lo aiutò a coricarsi nel letto, e dopo avergli fatto sorbire una buona tazza di ottimo brodo, lo lasciò riposare per un paio d’ore. Poi tornò dal ferito ed incominciò a chiedergli dei ragguagli intorno a quella bestia.

— Rassomigliava specialmente, – disse Woodhouse, – ad un grandissimo pipistrello. Aveva le orecchie aguzze, una cresta; era assai pelosa e le sue ali erano dure come il cuoio. Aveva denti piccoli ma forti come l’acciaio; ma la sua mascella non doveva essere molto forte, altrimenti mi avrebbe stritolata la caviglia!

— Ma il male è che ve l’ha quasi stritolata! – rispose Thaddy.

— La bestiaccia mi ha dato generosamente numerose unghiate! Ecco quanto posso dirvi!

— I Dyak dicono che appartiene alla specie dei colugo e dei keang-utang, ma in fondo non si sa precisamente che bestia sia. Generalmente quegli animali non assaltano l’uomo; ma forse voi l’avete irritata. Per parte mia ho visto parecchie volte delle volpi volanti, specialmente di nottetempo, svolazzare intorno all’Osservatorio; ma sono assai più piccole del vostro aggressore!

— Comunque sia, – concluse Woodhouse, – se la fauna dell’isola dovesse ancora inviarmi uno de’ suoi rari campioni, francamente preferirei che lo facesse di giorno e non di notte quando sono solo nell’Osservatorio.

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