In copertina una locandina di Starwars 1

Ogni tanto ritornano!

Succede che per lunghi periodi non se ne parli, poi puntuale come una vecchia cambiale, ecco che l’argomento si ripropone.

È cominciato giovedì scorso, quando ho presentato a un po’ di gruppi Facebook una chiacchierata su un nuovo libro di Marco Malvaldi, romanzo che io definivo di Fantastoria. Purtroppo includevo anche un breve excursus sulla (a mio parere) scarsa qualità degli autori che fanno fantascienza in Italia. È un parere, una sensazione, certamente non è un insulto.

Non dico di sposare la teoria di Fruttero e Lucentini secondo cui “Un disco volante non può atterrare a Lucca,” tuttavia lo stile letterario più generalmente utilizzato dalle “grandi” firme italiane di fantascienza mi lascia generalmente perplesso.

Questa idea che in Italia gli scrittori di fantascienza non siano bravi, purtroppo fa arrabbiare tantissima gente: in primis gli scrittori di fantascienza.

Tutto è cominciato dal nutrito gruppo Romanzi di Fantascienza, come era successo già un’altra volta:

Fabio Centamore, amministratore apre i commenti sul libro di Malvaldi:

Non è fantascienza. Si può ascrivere al genere fantastico, ma non ci sono tematiche fantascientifiche. È solo un romanzo storico con elementi fantastici.

Infatti, quel “romanzo storico con elementi fantastici” io lo avevo ribattezzato “fantastoria.”

Ma ci sta: uno è precisino e va bene.

Nello stesso articolo, per meglio argomentare, dicevo che il termine “fantascienza” fosse ormai parecchio discusso: molte situazioni che un purista alla Hugo Gernsback forse non avrebbe tollerato, adesso erano accettate tranquillamente. Per cui il termine “fantascienza” in senso stretto, oggi sta un po’ scomparendo.

Diciamo che per come vanno le cose oggi, non ha più grande senso parlare di “fantascienza,” che sta del tutto sparendo dal lessico mondiale, per lo meno nel senso classico del termine.

Questa cosa ha fatto davvero infuriare tutti.

Mi dice un altro amministratore e un altro Fabio F. Centamore: quella F. in più lo certifica evidentemente come un diverso personaggio.

1) Col cavolo che il termine “Fantascienza” sta sparendo. 2) Sarò più dettagliato nella recensione che sto scrivendo (ero presente alla presentazione del libro, in Giunti a Firenze e ho anche intervistato l’autore), ma questo romanzo non mi ha impressionato in nessun senso. Molti l’hanno trovato divertente, ma per me il tono e la caratterizzazione scelti dall’autore suonano semplicemente supponenti nei confronti del lettore. Non credo che gli darò una grossa valutazione.

Direi che qui il povero Autore è duramente ripreso, eppure era colpevole solo di essermi piaciuto! L’atmosfera della frase poi, è di primo acchito piuttosto sgradevole e questo non si dovrebbe mai fare. Soprattutto tra gente che condivide la medesima passione. Non so bene chi sia Fabio F. Centamore, ma evidentemente lui si sa di essere molto quotato: Nella recensione che sto scrivendo […] non credo che gli darò una grossa valutazione.”

Ad ogni modo, a questo punto siamo ricaduti (io non mi escludo) nella solita diatriba: la fantascienza deve essere obbligatoriamente formata da narrazione, più scienza. Era proprio ciò che in qualche modo contestavo: i romanzi e i racconti di oggi non sono più fatti in quel modo e, a parziale mia difesa, ho segnalato l’articolo pubblicato su “Cose da Altri Mondi” a firma Renato Pestriniero, che lancia la proposta di “Non adoperare più la parola fantascienza” e ne elenca le diverse ragioni.

Quello che sto per dire a qualcuno potrà sembrare blasfemo, ma l’evidenza è di fronte a tutti: qualsiasi proposito di fare vera letteratura di stile e di contenuto si scontra con l’opinione incrostatasi in tanti anni su questo neologismo. Allora, poiché sono convinto che la science fiction sia una cosa seria e che sulle sue possibilità stanno convergendo responsabilità intellettuali sempre maggiori, proporrei che il termine “fantascienza” venisse abolito.

Puntuale l’indignazione di Centamore F.: “Tesi del tutto risibile.” E il suo amico Luca Cresta mette un “mi piace” alla sua intelligente e puntuta recensione.

Insomma, non voglio tediare i lettori: la mia tesi e le loro tesi non hanno mai trovato alcun punto di convergenza. Del resto è uno di quei casi in cui sarebbe assai improbabile trovarlo. Per quel che riguarda il gradimento degli autori italiani da parte del lettore, devo dire che le distanze tra me e loro appaiono ancora più incolmabili. Ma non solo tra me e loro!

Ho avuto uno scambio di opinioni con i redattori di Cose da Altri Mondi e ho scoperto che un gruppo di noi è assolutamente certo delle superiori qualità letterarie degli autori italiani.

Per esempio uno dei nostri ha delle idee molto precise:

La fantascienza italiana è tecnicamente migliore (originalità del soggetto / prosa / trame) di quella USA.

A proposito della qualità letteraria della fantascienza si veda la famosa Legge di Sturgeon. 

Tuttavia il nostro amico si limita a esprimere un parere, non spiega perché i “nostri autori” sarebbero più forti come “originalità del soggetto / prosa / trame. E questo forse varrebbe un altro, ulteriore articolo, criticamente meglio organizzato di questo.

Ma poi cosa è venuto fuori da questa discussione tra amici?

Qualcuno mi ha definito, senza alcuna malizia, un esterofilo fantascientifico classico. Immagino significhi che mi piacicono di più le cose straniere e classiche. Eppure io nego questa strana idea: per lo meno non sono particolarmente “esterofilo.” Da sempre leggo libri di qualsiasi nazionalità. Confesso che quelli di fantascienza italiana mi piacciono generalmente meno. Vuol dire che sono esterofilo io, o che i romanzi italiani di fantascienza non sono all’altezza delle mie richieste?

Ma poi non sono nemmeno “classico, come non hanno mancato di farmi notare i due Centamore di poco prima.

  1. Se ho ben capito, il problema potrebbe essere che la fantascienza italiana non è apprezzata dai lettori fantascientifici classici.
  2. Anche se, altri detto che la fantascienza americana è più godibile perché si scrivono molti più libri e quindi c’è una scelta più vasta.

Condivido questa ultima affermazione, ma ho la sensazione che sarebbe importante capire che cosa sia la fantascienza italiana non “classica” e perché abbia così poco successo? Come mai non se ne scrive di più, in modo da poter avere molta più scelta?

I numeri di libri venduti di autori italiani si possono sapere?

Per quel poco che so le cifre sono in caduta libera e questo mio tentativo in Nuove-Vie di parlare di fantascienza, come pure in Cose da Altri Mondi con Vanni Mongini  e tutti gli altri, è proprio diretto a ravvivare il mondo della fantascienza in Italia. Mi si dirà che siamo dei sognatori, ma certamente non fare nulla non è una soluzione.

Forse si scrivono meno storie perché probabilmente questo nuovo genere di fantascienza (quella italiana non classica) magari è molto meno richiesta. Ma come mai? Forse perché  il mondo dei lettori italiani è un pullulare di “fantascientifici classici.” Sto scherzando è chiaro! Voglio dire a tutti quelli della redazione e ai Centamore di riferimento, che sono disponibile a leggere un romanzo di autore italiano “veramente bello.” Ma non lo compererò io. Lo dico subito. Se siete così sicuri, mandatemelo.

Ma non mandatemi mai una rivisitazione di stile italiano con i dischi volanti in mezzo agli uliveti. Con alla fine ci si metta anche la storia malinconica: la bambina che ha perso la mamma, perché è andata nello spazio e non si sa più che cosa le sia capitato. Ogni sera alza gli occhi alla Via Lattea e spera di vederla tornare.

Oh! Ma sia chiaro: tutto scritto benissimo!