Il sorcio verde

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Il sorcio verde

Il mychoosiano Gedeone scivolò di soppiatto fuori di casa, senza disturbare il sonno del suo coinquilino e miglior amico, Leandro. Neanche il portinaio alieno era a conoscenza di tutti i segreti del gatto extraterrestre.

A passo svelto, il felino nero attraversò il quartiere e s’inoltrò nei vicoli del ghetto, dove si appostò furtivamente dietro ad una colonna del portico, trattenendo il fiato e fendendo l’oscurità con i suoi occhi gialli.

Il giorno prima aveva letto un articolo sul giornale. Si parlava di un’invasione di enormi topacci proprio in quella stradina. La popolazione invocava la derattizzazione con una lettera accorata al sindaco animalista, il quale si opponeva alla bonifica per motivi etici. Il quotidiano riportava anche la foto di una delle bestiacce, e Gedeone l’aveva riconosciuto. Non era un roditore terrestre: era un malvagio abitante della Luna muschiata Ractus, in guerra da sempre con il suo pianeta, Mychoos. Evidentemente l’invasione della Terra da parte dei perfidi panteganoidi lunari era cominciata. E lui, Gedeone, doveva fermarli.

Dalla sua postazione sicura, dove nessuno sarebbe stato in grado di scoprirlo, poteva sorvegliare tutti i tombini della via. Se un ractusiano fosse emerso, lui se ne sarebbe accorto e l’avrebbe seguito.

All’improvviso uno strano squittio dietro di lui gli fece rizzare i peli della coda. Si voltò di scatto e si ritrovò a pochi centimetri da una decina di nemici, topi della Luna muschiata che lo fissavano.

Da dove erano sbucati? Come avevano fatto a trovarlo? La superiorità numerica degli avversari non concesse a Gedeone il tempo di trovare le risposte. Il suo istinto di sopravvivenza lo fece scattare in una corsa forsennata. Non osava voltarsi, ma dietro di sé udiva il minaccioso zampettare degli inseguitori. Pochi secondi dopo era fuori dal ghetto, scorse il cancello di un giardino, ci si infilò dentro e, ricordandosi che i ractusiani non sanno arrampicarsi, balzò sul primo albero che incontrò. In men che non si dica, salì più in alto che poté. Si appollaiò con il cuore in gola vicino ad un nido, dal quale si affacciò una tortora incattivita dall’istinto materno. Il grazioso uccello dall’aspetto innocuo, continuando a proteggere i suoi piccoli sotto le ali, si sporse col collo e beccò sul naso il povero Gedeone, che quasi precipitò di sotto, dove i 10 topi lo aspettavano. Mantenne a stento l’equilibrio e si spostò ancora più su, dove non credeva di esser capace di arrivare.

Da lì non vedeva i ractusiani, ma sapeva che gli stavano tendendo un agguato, pronti a catturarlo non appena fosse sceso. Abbracciato a un ramo troppo sottile, che rischiava di spezzarsi da un momento all’altro, attese l’alba con pazienza.


Alle 6,30 del mattino, la signora Matilde alzò le persiane e vide in cima all’albero più alto del suo giardino un gatto nero in serie difficoltà. «Micio! Micio! Scendi, gatto! Non aver paura – lo incoraggiò con voce stentorea, svegliando il vicinato –, tanto cadi in piedi. Sai, è una legge fisica, come per la fetta biscottata che cade dalla parte imburrata. Siete uguali, tu e la fetta! Salta giù».

Gedeone la osservava stupefatto. Nessuno aveva mai ipotizzato di spalmarlo di burro, e la signora gli sembrava un po’ pazza, ma soprattutto, gli aveva ricordato di essere a stomaco vuoto da molte ore. Che fame!

L’anziana Matilde, nel vedere quella povera bestia in preda al panico, abbarbicata al ramo, continuava a sbracciarsi dicendogli di scendere. Dopo un quarto d’ora, capì che il gatto aveva bisogno d’aiuto e chiamò prontamente i vigili del fuoco.

Intanto, altre signore e qualche pensionato erano affacciati alle finestre della via a scambiarsi opinioni sul perché i gatti si arrampicassero troppo in alto sugli alberi senza motivo.

«Senza motivo? – pensava Gedeone – I felini non fanno mai nulla senza motivo. E i mychoosiani men che meno». Lui aveva 10 ottimi motivi con incisivi da roditore che lo attendevano al varco, nascosti in un cespuglio.

Matilde si tolse i bigodini e in cinque minuti si rese presentabile per i pompieri.

Poco dopo, mentre due pensionati accorsi sul posto gli consigliavano come fare, un vigile del fuoco era quasi in cima all’albero, ma all’improvviso non vide più il micione, era svanito nel nulla. Il pompiere si rivolse al pubblico in giardino e urlò: «Dev’essere sceso! Fanno sempre così i gatti. Non riescono a venir giù fino a quando non stiamo per salvarli. Sembra che ci prendano in giro».

Mentre il vigile faceva marcia indietro fino a terra, i presenti commentavano l’evento del giorno. Una signora fece notare a Matilde che ora le sarebbe toccato pagare il conto ai pompieri. Lei le rispose di farsi gli affari suoi e che non era pentita di averli chiamati e continuò a passare fra gli intervenuti offrendo fette della sua famosa crostata di albicocche.


Gedeone si ritrovò di botto nel tinello della signora Matilde. Davanti a lui c’era Pupa, la compagna di scuola che non vedeva dai tempi del triennio informatico, quando ancora erano due micetti da croccantini vitaminici. La mychoosiana, riconoscendolo e vedendolo in difficoltà, l’aveva teletrasportato in salvo con il dispositivo portatile che aveva costruito con le sue zampe e che aveva camuffato da topino giocattolo. Un’idea geniale, ma pericolosa, perché ogni volta che la terrestre Matilde azionava la molla girando la farfallina sopra al sorcio per far giocare la gatta, questa rischiava di essere catapultata dalla parte opposta della città.

Gedeone non fece in tempo  a manifestare il suo stupore e la sua gratitudine, che entrò nella stanza Matilde, esclamando: «Pupa! Ma allora quel mascalzone di gatto era il tuo fidanzato!». L’anziana sorrise con aria furba di approvazione e corse in cucina a preparare dei filetti di nasello per la coppia felina.

Nel sentire la parola “fidanzato”, la gatta aveva sgranato gli occhi. Gedeone vide che erano azzurri e profondi. «Che meraviglia!», esclamò.

«Cosa?», chiese lei, mentre la pelliccia bianca nascondeva il rossore.

«Ehm, dicevo… che meraviglia questo teletrasporto portatile, a parte il colore assurdo».

«Perché assurdo? Matilde mi dice sempre che le faccio vedere i sorci verdi, quindi ho pensato che il colore migliore per il topo fosse proprio il verde!».

I due mychoosiani scoppiarono a ridere.

Sentendo tutti quei miagolii, Matilde si precipitò a servire il pesce. Dovevano essere proprio affamati!

Competenze

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Postato il

7 aprile 2016

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