La terribile perversione

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La terribile perversione

La signora Santina era sposata con un uomo che lei definiva “essenziale”. Era un impiegato di banca di poche parole, né tirchio né prodigo. Si controllava nel mangiare, nel ridere e – come Santina aveva confidato una volta alla sua dirimpettaia, che si era preoccupata con estrema efficienza di diramare la notizia – era moderato anche in tutte le attività che si effettuano generalmente a letto, dal dormire a… fare colazione.

Ma la questione per la quale Santina passò alla storia fu la “terribile perversione”.

Un giorno condivise l’ascensore con Matelda e sua sorella Clara. La signora appariva tutta sconvolta, scombussolata, pallida. Matelda e Clara, due brillanti studentesse, rispettivamente di filosofia e scienze infermieristiche, si preoccuparono.

«Mi ha sconvolto una mia amica! – spiegò lei –. Mi ha raccontato una perversione, ma una perversione, una perversione… una terribile perversione!».

«Che perversione?», chiedeva ripetutamente Clara.

«Che perversione?», chiedeva ripetutamente Matelda.

«Ah, una perversione tremenda! Non ve la posso raccontare perché mi vergogno! Che perversione!».

Non ci fu verso. Santina era irremovibile: mai avrebbe svelato la perversione. Continuò a vagare tutto il giorno avanti e indietro per il cortile del palazzo e su e giù per l’ascensore, scuotendo la testa e borbottando fra sé: «Che perversione! Che perversione!».

Il giorno dopo era ancora in quello stato. La voce s’era rapidamente sparsa, e tutti i condòmini trascorrevano ogni minuto libero a chiedersi in cosa potesse consistere la terribile perversione che tanto affliggeva la loro vicina così per bene!

Alcuni organizzarono una specie di riunione informale nella guardiola di Leandro, convocando anche Santina e pregandola di liberare la sua anima da quel peso insopportabile. Doveva confidarsi con loro, per sentirsi meglio.

Non osando pronunciare con la propria bocca la terribile perversione, la povera donna permise ai presenti di provare a indovinare di quale infamia si fosse macchiata la rea amica che tanto l’aveva scombussolata. Santina avrebbe ascoltato le più perverse ipotesi e avrebbe detto “sì” o “no”.

La fantasia si sbizzarrì a ruota libera.

«Ha usato qualche oggetto strano?».

«Peggioooo! Peggio!», rispondeva Santina.

«Ha copulato con vescovo dentro un confessionale?».

«Peggioooo! Peggio!».

«C’è di mezzo qualche ortaggio?».

«Peggioooo! Peggio!».

«E un animale?».

«Peggioooo! Peggio!».

«Ho capito: è una cosa che arreca sommo dolore fisico?»

«Peggioooo! Peggio!».

Insomma, non se ne veniva fuori. Santina aveva scartato categoricamente cetrioli, cera bollente, mostarda piccante, criceti, mollette della biancheria, chierichetti ed alti prelati e molto altro.

La questione andò avanti per settimane, finché gli abitanti dell’intero isolato decisero di arrendersi. La faccenda venne accantonata una volta per tutte, e un po’ alla volta Santina parve rasserenarsi.

Un paio di mesi dopo, Matelda e Clara la invitarono a mangiare un gelato. Sarà stato forse per gli effluvi di zucchero filato che provenivano dai banchetti natalizi, o più probabilmente perché Matelda stava leccando senza pudore un cono gelato alla banana, fatto sta che all’improvviso Santina prese una storica risoluzione:

«Vi ricordate la perversione? Quella che non volevo dirvi? Ho deciso di alleggerirmi».

Alle due ragazze non sembrava vero! Finalmente! Erano tutt’orecchi. E la donna cominciò a raccontare in tono grave:

«Che perversione! Lei gli ha… Che perversione! E poi… lui le è… Che perversione! E lei… lui… Che perversione!».

Terminata la confessione, Santina scrutava le due vicine di casa, aspettandosi la loro pronta indignazione.

Il suo sguardo incrociò quello di Clara, che diede prova di estrema sincerità:

«Ma, Santina! Io lo faccio tutti i giorni!».

Sconvolta, la signora cercò gli occhi di Matelda. La filosofa, meno pratica della futura infermiera, restava lì, paralizzata. Impiegò qualche secondo per staccare la lingua che le si era incollata al gelato alla banana e almeno mezzo minuto per stabilire che linea di condotta tenere.

Poi, prese sotto braccio Santina e, passeggiando sul porfido delle vie laterali, le spiegò i fatti della vita, con l’aiuto dell’esperta Clara.

Il giorno dopo, l’ingegner Ossi entrò nella guardiola del portinaio alieno ed esclamò con aria sognante:

«Ah! Leandro, la signorina Clara mi ha raccontato… mi ha spiegato tutto della terribile perversione! Magari capitasse anche a me un giorno di questi!».


 

Quella sera il portinaio ricevette una videochiamata spaziale dai Tre Grandi Saggi del suo pianeta:

«Leandro, è successa una cosa bislacca. Un nostro agente sulla Terra, uno di cui finora non le abbiamo mai parlato, ci sembra strano, distratto. Era così preciso, ordinato e misurato. Invece oggi era come ubriaco, stralunato. Era euforico, irragionevole, eccessivo nelle esclamazioni di entusiasmo e tutto rosso, spettinato con lo sguardo spiritato».

«Avete idea di cosa possa essergli successo?».

«No. Almeno non esattamente. Ci ha solo accennato che la sua moglie terrestre, una certa Santina, gli ha insegnato una cosa nuova».

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