Musica e speck

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L’attico di 300 metri quadri all’interno 7 era del Maestro. Lo chiamavano tutti così, perché a soli 37 anni era già un famoso direttore d’orchestra. Dirigeva concerti nei teatri più prestigiosi, raccogliendo applausi in ogni continente. Il successo che aveva sempre desiderato aveva cessato ormai da tempo di essere un sogno. La sua grande fortuna era essere riuscito a fare della sua passione il suo lavoro e del suo lavoro la sua realizzazione piena e generosa. La musica gli aveva portato soddisfazioni e gloria.

Leandro pensava a tutto questo anche quella sera, mentre faceva rispettosamente capolino nello splendido appartamento del Maestro per dare da bere alle piante sul terrazzo, mentre lui, grande musicista dal pollice verde, era in tournée. Mentre apriva la porta-finestra armato di innaffiatoio pieno d’acqua, una folata di vento aprì un quaderno appoggiato sul tavolo del soggiorno. Leandro riconobbe sulle pagine avorio la scrittura elegante del Maestro. Parole vergate in inchiostro seppia, un po’ inclinate verso destra, con lunghe effe, altissime elle, slanciate ti e impertinenti pi e gi che invadevano le righe sottostanti.

Il portinaio non poté frenare la curiosità e tornò indietro a sbirciare il diario segreto.

Lesse: «Se ho il successo che desideravo, dirigendo ciò che volevo dirigere, in tutti i Paesi che volevo conquistare con il mio talento, perché non sono felice? Il senso di vuoto colma i miei pensieri e non so come sconfiggerlo. Non riesco a sgombrare la mente da quel nulla che l’affolla».

Leandro non volle andare avanti nella lettura, si fermò turbato. Gli umani erano davvero strani: proprio quando sembravano i più felici del mondo, erano in balia della tristezza.

Era molto dispiaciuto per il Maestro, ma non aveva idea di come aiutarlo.

In quel periodo Leandro aveva rinunciato ai richiamati, si era tagliato cortissimi i capelli superstiti e, per compensazione, si era coltivato un paio di baffoni, che ora penzolavano ai lati del mento, avviliti per il senso d’impotenza.


Il Maestro, a Salisburgo, aveva provato per mezzo pomeriggio con l’orchestra e decise di schiacciare un pisolino prima di cena. Quando l’ascensore si aprì al terzo piano dell’albergo, intravide la contrabbassista che gli stava facendo un appostamento davanti alla camera. Svelto, svelto premette il bottone del piano terra e si dileguò prima che lei potesse scorgerlo. Era una bella ragazza austriaca, forse solo di ossatura un po’ troppo robusta, ma la notte precedente il Maestro si era lasciato sedurre, lei era riuscita ad attirarlo nel proprio letto e l’aveva cavalcato vigorosamente per trenta minuti, fino a quando all’improvviso aveva allungato un braccio, aveva estratto dal comodino un paninazzo allo speck e l’aveva addentato con grande appetito, continuando il galoppo sopra di lui e spiegandogli: «Beh, io intanto mangio, perché ho proprio fame». Di fronte alla totale indifferenza verso l’atto equestre da parte della cavallerizza, che restava in sella concentrandosi sulla masticazione del salume che farciva la sostanziosa merenda, al Maestro si erano abbassati immediatamente gli entusiasmi. L’amazzone si era risentita parecchio della reazione e l’aveva cacciato in malo modo. Il direttore d’orchestra si era ritirato, convinto che il sesso fosse davvero qualcosa di superfluo nella vita di un uomo pienamente realizzato come lui. Eppure non aveva potuto fare a meno di accorgersi di essere triste.

Quel pomeriggio, scampato al secondo agguato della contrabbassista, rinunciò al pisolino e optò per una passeggiata sulla collina.

Camminò speditamente per scaricare la tensione, e nulla lo distrasse, finché non incontrò in una radura un vecchio, in piedi davanti al suo cavalletto. Dipingeva un quadro stupendo, che ritraeva il paesaggio.

Il maestro si avvicinò per complimentarsi della sua arte.

«Eppure – obiettò il pittore – manca qualcosa in questo dipinto».

«Che cosa?», gli chiese il direttore.

«La musica! Prova a chiudere gli occhi e ascolta, giovanotto».

Il Maestro gli diede retta. Udì in lontananza il gorgogliare melodioso di un ruscello che accompagnava il canto del cardellino, cui davano il ritmo le cicale. Sentì il vento frusciare fra le foglie, il suono sommesso dello sgattaiolare d’uno scoiattolo e il ronzio sommesso delle api, il garrire gioioso delle rondini e il pigolio di un nido nel bosco.

Il pittore gli parlò di nuovo:

«Lo senti? Quello che manca a me è quell’armonico senso di appartenenza alla vita che solo il far parte dell’orchestra universale potrebbe donarmi».

Il Maestro riaprì gli occhi, osservò di nuovo il quadro dipinto dal vecchio, e fu come se vedesse per la prima volta tutte le sfumature dei prati, dei boschi e del cielo.

Fu un’illuminazione: comprese che il senso di vuoto che lo tormentava era la mancanza dei colori.

Il colore! Ecco cosa doveva mettere nei suoi concerti.

Chiese al vecchio: «Come facciamo? Come puoi tu suonare con i tuoi pennelli e io dipingere con la mia musica?».

«Ti ho ingannato, Maestro – gli rispose il pittore sorridendo –. Ti ho fatto credere che mancasse qualcosa a me per aiutarti a scoprire cosa manca a te. Io ho già trasformato la mia vita in un concerto, che illustro nei miei quadri. Sei tu quello preso male, mio caro ragazzo! Trova il tempo di amare! Ama chi lavora con te, ama chi ti applaude, abbraccia i tuoi genitori, perdi la testa per una donna, diventa padre, aiuta un amico: esercita l’amore in tutte le sue sfumature, e queste entreranno nella tua musica. Ecco qui come dovrai colorarla».


Due mesi dopo, Leandro entrò nell’attico del Maestro e trovò sulla terrazza una giovane graziosa e minuta, equipaggiata di innaffiatoio. Dissetava le piante, mentre il direttore d’orchestra potava le rose.

«Maestro! Ma quando è tornato?», si stupì il portinaio.

«Ieri sera molto tardi, Leandro. Le presento Teresita, mia moglie, e il nostro piccolo musicista», sorrise il direttore accarezzando con tenerezza il pancino di Teresita. E Leandro, arguto e acuto come sempre, capì che erano felici.

«Musicista… o pittore!», precisò lei, con il suo delizioso accento spagnolo.


Poco dopo, Leandro telefonò al quel suo amico nativo di Rafaèl, il pianeta dei pittori, dove tutti nascono con le arti figurative nel sangue.

«Amico caro, il nostro piano ha avuto pieno successo! Intercettare il Maestro mentre era in tournée e aprirgli gli occhi grazie a uno dei tuoi quadri è stata un’idea geniale. Ora è felice».

«Non avevo dubbi – gli rispose il vecchio alieno pittore -, ma devo dirti che gli umani sono davvero creature piene di stranezze. Pensa che quel pomeriggio, dopo avergli parlato di colori e sfumature, gli proposi di dividere con me la mia merenda, e corse via con aria terrorizzata».

«Ma cosa gli avevi offerto?».
«Niente di strano. Era solo un grosso panino imbottito di speck!».

Competenze

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Postato il

23 Febbraio 2016

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